Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
contraddizioni

Attentato a Berlino, la deradicalizzazione che non funziona

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Pericoloso, già noto, ma libero: è un copione già visto quello di Abdul Ballout che sabato sera si è lanciato con un furgone sulla folla del Pride berlinese. E mostra le falle di un sistema che dà troppo peso alla riabilitazione e troppo poco alla tutela della collettività.

Esteri 28_07_2026
(AP Photo/Ebrahim Noroozi) Associated Press / LaPresse

Abdul Ballout non è cresciuto in una periferia degradata, di quelle che di solito si evocano per spiegare la violenza. È cresciuto a Schoeneberg, uno dei quartieri più multietnici e vivaci di Berlino, cuore storico delle battaglie Lgbtq+ e di un Pride che qui dura un mese intero. Sabato sera, 25 luglio, gli è bastato percorrere poche centinaia di metri da casa — dove viveva con la famiglia — per lanciarsi con un furgone contro la folla della parata del Christopher Street Day: una donna morta, ventinove feriti. Dopo essere riuscito a far perdere le tracce per un giorno intero, è stato ucciso dalla polizia domenica sera nel quartiere di Spandau, al termine di una vasta operazione.

Le autorità tedesche lo conoscevano da anni, e nel dettaglio. Dalla fuga tentata in Siria nel 2025, all’arresto in Libano e al rimpatrio forzato; poi la condanna — un anno e dieci mesi, giudicata troppo lieve dalla stessa procura — per aver pianificato un altro attentato di matrice islamica; e sapevano dei messaggi d’odio pubblicati online, senza soluzione di continuità, a sostegno di gruppi jihadisti. Lo avevano rimesso in libertà dopo appena un anno di riformatorio, sebbene gli inquirenti lo considerassero da tempo un soggetto ad alto rischio, e continuavano a tenerlo d’occhio. Pochi giorni prima dell’attentato, gli assistenti sociali avevano avviato con lui un percorso di deradicalizzazione, e dopo i primi due colloqui, ne avevano dedotto che non vi era alcun segnale di un pericolo imminente. Il terzo appuntamento sarebbe stato proprio il lunedì dopo l’attentato. 

È in questa distanza — tra quanto le autorità sapevano e quanto sono state in grado di impedire — che si misura l’entità reale del problema islamista in Germania, ed è da qui che nascono le domande sollevate da chi il fenomeno lo studia da anni. Peter Neumann, tra i massimi esperti tedeschi di terrorismo, ha ricostruito il caso in un’intervista alla Bild, definendo «una follia totale» il fatto che una persona classificata a rischio così elevato fosse stata rilasciata solo con la condizionale. Per Neumann, la fuga dell’attentatore non è un’anomalia, ma un copione già visto: accadde anche con Anis Amri, l’uomo che nel 2016 lanciò un camion contro un mercatino di Natale a Breitscheidplatz e riuscì a dileguarsi.

Quanto al motivo per cui un uomo già ritenuto pericoloso fosse ancora libero, Neumann spiega che in Germania nemmeno i soggetti classificati come estremamente a rischio vengono sorvegliati in modo permanente: è un’attività che assorbe risorse enormi, e stando alle sue stime non più di una ventina di persone, in tutto il Paese, sono realmente monitorate. Le misure effettivamente in uso sono altre — intercettazioni telefoniche, osservazioni saltuarie, colloqui con la polizia, percorsi di deradicalizzazione e, in alcuni casi, avvertimenti diretti, con agenti che bussano alla porta per far sapere al soggetto che è tenuto d’occhio. E sulla scelta di puntare sulla deradicalizzazione anziché sul carcere, Neumann è tranchant: questi programmi possono funzionare con chi desidera volontariamente allontanarsi da un ambiente radicale, ma restano del tutto inutili di fronte a chi è convintamente un islamista. Per l’esperto, il sistema giudiziario tedesco ha finito per dare troppo peso alla riabilitazione e troppo poco alla tutela della collettività.

I numeri restituiscono la dimensione di un fenomeno tutt’altro che marginale. Secondo il Rapporto 2025 sulla tutela della Costituzione, dell’Ufficio federale competente (BfV), il potenziale islamista complessivo in Germania ammonta a 28.645 persone, in leggero aumento rispetto alle 28.280 dell’anno precedente — una cifra che somma membri e sostenitori di tutti i gruppi monitorati nell’ambito dell’islamismo e del terrorismo islamista. Di queste, 9.110 sono considerate veramente pericolose. Il Bundestag, dal canto suo, riferisce che il BfV conta circa 450 estremisti islamici ritenuti capaci di commettere attentati gravi a sfondo politico, secondo dati aggiornati a settembre 2025. Un quadro complementare arriva dall’Ufficio federale di polizia criminale (BKA), aggiornato al 4 maggio 2026: 420 individui classificati come potenziali terroristi in ambito islamista, 263 dei quali residenti in Germania — 110 in stato di fermo — e 157 all’estero, a cui si aggiungono 439 “soggetti rilevanti”, 378 in Germania (20 in stato di fermo) e 61 all’estero. A Berlino, in particolare, l’Ufficio per la Tutela della Costituzione ha contato quasi 2.600 islamisti, tra i salafiti e sostenitori di Hamas ed Hezbollah a comporre i gruppi più numerosi. 
Solo nel 2025 la Germania ha subito ben quattro attentati di matrice islamista — per lo più con bersagli ebraici — e altri tre tentativi sono stati poi sventati in tempo. 

Uno degli aspetti più inquietanti individuati dal BfV riguarda proprio l’età degli attori potenziali terroristi: alcuni non hanno ancora raggiunto i 14 anni, soglia della responsabilità penale in Germania. Il canale principale di radicalizzazione resta internet — non solo social network e app di messaggistica, ma anche piattaforme di gioco come Roblox e forum online, dove si sviluppano fitte reti di contatti internazionali tra persone che condividono la stessa visione. Video, meme e chatbot fanno parte del repertorio propagandistico islamista, e la logica stessa degli algoritmi finisce per rafforzare chi è già avviato su un percorso di radicalizzazione; il rapporto segnala inoltre un uso ormai consolidato dell’intelligenza artificiale nella propaganda dell’ISIS.  

Sullo sfondo resta il conflitto in Medio Oriente. Gli attacchi di Hamas contro Israele del 7 ottobre 2023, hanno esacerbato le attività di Hamas, di Hezbollah e di altri gruppi filo-iraniani presenti nel Paese, concentrate su obiettivi israeliani ed ebraici, mentre Iran ed Hezbollah continuano ad avvalersi di “agenti per procura” addestrati, finanziati e impiegati in operazioni mirate. Le armi sequestrate durante gli arresti di sostenitori di Hamas in Germania, lo scorso ottobre, confermano come l’organizzazione sappia estendere il proprio raggio d’azione all’Europa.

C’è poi, negli ultimi anni, un fenomeno tutto tedesco e che racconta la dimensione della minaccia islamista: la paura degli immigrati musulmani sta spingendo una parte consistente della comunità Lgbt tedesca verso Alternative für Deutschland: il partito, con le sue politiche anti-migratorie e anti-islamiste, è diventato negli anni un punto di riferimento per quanti temono la violenza anti-omossessualità degli immigrati musulmani — un timore che l’attentato di Berlino non può che aver esasperato. 

Nella capitale tedesca si è materializzato così, in modo plateale, uno dei cortocircuiti più antichi e irrisolti della politica contemporanea: quello di un mondo arcobaleno che abbraccia l’accoglienza verso il mondo islamico e che, proprio da questi, si ritrova colpito. Intanto lunedì, durante una veglia per le vittime della parate del Pride di Berlino un’esponente della comunità Lgbt ha dichiarato di aver sperato fino alla fine che l’aggressore non fosse «un arabo-musulmano, bensì un bianco cristiano».



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