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STATI UNITI

Assolto Houck, il padre pro vita perseguitato da Biden & Co.

Una corte distrettuale della Pennsylvania ha giudicato non colpevole il pro life Mark Houck, padre di sette figli, che aveva subìto un raid dell’Fbi a casa sua. Rischiava fino a 11 anni di carcere per un banale alterco fuori da una clinica per aborti, dopo le molestie del suo accusatore al figlio dodicenne. Un processo assurdo, nato dalla persecuzione politica da parte dei Dem.

Attualità 31_01_2023
Mark Houck con i figli (foto Thomas More Society)

Alla fine, Mark Houck e la sua famiglia hanno potuto tirare un sospiro di sollievo, tra abbracci e pianti liberatori. Dopo cinque giorni di processo, che hanno fatto seguito all’incubo del raid mattutino di una ventina di agenti dell’Fbi che lo scorso 23 settembre avevano circondato e fatto irruzione a casa Houck, l’attivista pro vita di 48 anni - padre di sette figli - è stato giudicato non colpevole dalla giuria di una corte distrettuale della Pennsylvania. Su di lui pendeva una duplice accusa federale che gli poteva costare, in caso di condanna, fino a 11 anni di carcere e 350.000 dollari di multa.

Un processo grottesco, nato da un paio di spintoni che Houck aveva dato - il 13 ottobre 2021 - a un accompagnatore di una clinica per aborti di Planned Parenthood a Filadelfia, l’oggi settantatreenne Bruce Love, dopo che quest’ultimo aveva ripetutamente provocato sia Houck che uno dei suoi figli, allora dodicenne, avvicinandosi in modo molesto al bambino e dicendogli parole offensive sul padre. In conseguenza di uno degli spintoni, avvenuti nello stesso giorno in due alterchi distinti, Love era caduto a terra, ricevendo poi assistenza medica ma senza riportare ferite gravi.

Il processo intentato a Houck è nato dalla strumentale decisione del Dipartimento di Giustizia (Doj) di considerare i suddetti alterchi alla stregua di violazioni della «Legge sulla libertà di accesso agli ingressi delle cliniche» (Face Act), secondo cui è un reato federale tentare di impedire con l’uso della forza l’accesso a una clinica per aborti o a un centro per la gravidanza. Houck, quel 13 ottobre di due anni fa, si era recato, come d’abitudine ogni mercoledì, nei pressi della clinica di Planned Parenthood per pregare ed eventualmente dialogare con le donne in cerca di consigli. I fatti relativi ai litigi avuti con Love erano già stati archiviati da una corte statale, ma poi - a distanza di diversi mesi - erano stati appunto ritirati fuori a livello federale, per decisione del Doj, dunque dell’Amministrazione Biden. Una decisione che era apparsa da subito politica, un abuso di potere. Come un abuso era stato lo stesso raid del settembre scorso, fatto ai danni di un’intera famiglia inerme, con bambini piccoli ad assistere alla scena di fucili puntati contro i propri genitori, e ciò nonostante lo stesso Mark Houck avesse già comunicato mesi prima la propria disponibilità a presentarsi volontariamente alle autorità nel caso in cui fossero state formalizzate le accuse contro di lui.

Tanti gli argomenti presentati davanti alla giuria dalla difesa di Houck. I suoi avvocati hanno spiegato innanzitutto che Houck ha spinto Love solo per proteggere il figlio e si è sconvolto quando lo ha visto cadere a terra, non essendo questa la sua intenzione. Altro punto sottolineato dal team legale della Thomas More Society è che il Face Act non si può applicare agli accompagnatori delle donne che vanno ad abortire e dunque al caso di Houck. Ciò è avvalorato dal fatto che l’allora principale sponsor della legge, il senatore democratico Ted Kennedy, aveva dichiarato chiaramente che non possono intentare cause, sulla base del Face Act, «i manifestanti, i sostenitori della clinica, gli accompagnatori e altre persone non coinvolte nell’ottenere o fornire servizi nella struttura».

Altro punto importante dimostrato dalla Thomas More Society è che perfino la direttrice della locale clinica di Planned Parenthood, Dayle Steinberg, ha detto che Love ha violato il manuale per gli accompagnatori della clinica per aborti, secondo cui questi non devono né interagire né tantomeno litigare con i manifestanti pro vita. E per questo motivo la stessa Steinberg, a seguito dell’incidente di ottobre 2021, aveva dato istruzioni per sospendere Love.

La caduta a terra di quest’ultimo era avvenuta nell’ambito del secondo litigio. Dopo il primo scontro, come riporta Joe Bukuras della CNA, Houck ha detto che Love aveva lasciato la clinica, si era messo accanto al proprio figlio, iniziando a prendere in giro il genitore. Una versione confermata da Houck junior, che ha spiegato di essersi poi allontanato da Love «perché avevo paura». Tra le altre cose, l’oggi tredicenne ha testimoniato che Love gli avrebbe rivolto queste parole: «Tuo padre è una persona cattiva. Tuo padre molesta le donne». Inoltre, riporta Life Site News, le riprese video, come spiegato dalla difesa, mostrano che Love ha «essenzialmente mentito» in un’email mandata poco dopo l’incidente, in cui sosteneva di essere stato spinto da dietro, quando invece il filmato «mostra chiaramente che il signor Love si sta opponendo e affronta Mark faccia a faccia quando si verifica l’incidente».

In sostanza, era evidente da subito l’assurdità del processo (United States v. Houck). Anche il giudice distrettuale Gerald Pappert, giovedì, al terzo giorno dal suo inizio, ha sollevato le sue perplessità sul fatto che il caso fosse stato portato in giudizio, chiedendo all’accusa se l’applicazione del Face Act non fosse «un po’ forzata qui». Ma il Dipartimento di Giustizia ha continuato imperterrito, tentando fino all’ultimo di ottenere la condanna di Houck. Il quale a un certo punto, alle domande (provocatorie?) del procuratore Ashley Nicole Martin a proposito di presunte sue parole sugli accompagnatori delle donne che vanno ad abortire, ha negato le accuse. E ha affermato più volte di pregare per gli accompagnatori stessi.

E la preghiera, specialmente il Rosario, ha accompagnato Houck e la sua famiglia durante tutto il processo. Tutto bene quel che finisce bene, dunque? Non completamente. Il raid e la causa giudiziaria rimangono inquietanti. La stessa giuria avrebbe dovuto decidere venerdì, ma poi aveva chiesto il rinvio a lunedì, emettendo appunto il verdetto solo ieri, perché prima si trovava in una situazione di stallo. Un giovane padre di sette figli ha quindi rischiato seriamente di essere condannato per un’accusa che non stava in piedi. Alla fine i 12 membri della giuria, uno dei quali sostituito ieri da un supplente, hanno votato all'unanimità per la non colpevolezza. Adesso è il tempo del sollievo e di ringraziare il Cielo. Ma il quadro generale che viene fuori dagli Stati Uniti parla di tenebre fin troppo diffuse.