Assegno unico al palo, numeri (prevedibili) che gelano il Governo
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I pochi incentivi per incrementare l'Assegno unico non contribuiscono a invertire la curva demografica. I dati del “Sole” gelano il Governo che ha investito sulla natalità per qualche spicciolo in più.
Il Sole 24 Ore certifica che gli aiuti per i figli non fermano il calo delle nascite. Non ci voleva un oracolo, bastava vedere come l’Assegno unico introdotto nel 2022 era stato concepito per capire che non avrebbe potuto da solo invertire la rotta dell’inverno demografico. Eppure, i dati presentati dal quotidiano di Confindustria fanno clamore perché confermano che le politiche famigliari non sono solo una mera questione di soldi in più messi in tasca alle famiglie, soprattutto se mancano nella società quegli architravi fondamentali come il valore dato a un figlio e la stabilità di vita su cui lo Stato non può legiferare, ma potrebbe intervenire per sostenere.
I dati sono una doccia gelata per il Governo, che da sempre fa gran vanto di essere attento alle famiglie.
Il numero di figli beneficiari dell'Assegno unico è sceso del 3,6% rispetto al primo triennio di attuazione, il 2022-2024. Siamo passati da 9,7 milioni di figli beneficiari nel 2024 a meno 348.753 nel marzo 2026. Se guardiamo invece la platea dei beneficiari del primo trimestre 2026 e la si confronta con la stessa del primo trimestre 2024, all’appello mancano 254mila beneficiari. Logica la conclusione del Sole: l'evoluzione della platea dell'assegno sembra ricalcare il declino demografico senza riuscire ad alterarlo. Inoltre «il trend riflette quello della popolazione under 21, scesa di 285mila unità tra il 2024 e il 2026(-2,5%), ancora più marcato tra i minorenni (-3,5%)». In buona sostanza: escono dall’Assegno più figli non a carico, ma ne entrano di meno in culla e questo è da ricondurre all’ennesimo tonfo in fatto di nascite che l’Istat ha assestato per il 2025 a 1,14 figli per donna.
Il Quotidiano economico finanziario si chiede se al calo dei beneficiari possa aver contribuito la leggera ripresa dell’occupazione giovanile, con la conseguente riduzione del numero di Neet maggiorenni (Not in Education, Employment or Training), che restano a carico dei genitori, sceso dal 18,4 al 13,8%. È una lettura suggestiva e piuttosto consolatoria. I giovani che dopo i 21 anni escono dal carico famigliare e quindi dall’assegno, non escono di casa e non sono finalmente autonomi, ma perché le soglie di uscita dal carico famigliare sono tarate su bassissimi tetti: 4.000 euro lordi all’anno fino a 24 anni. Significa che un giovane che svolge un lavoretto saltuario nel corso dell’anno per contribuire a pagarsi gli studi, esce di colpo dal carico famigliare, ma rimane in casa con tutto quello che ne consegue in termini di spese, ordinarie e straordinarie, consumi e altro. Questo comporta però che la famiglia deve continuare a mantenerlo perché non è in grado di rendersi indipendente.
Ciononostante, lo Stato considera il suo reddito ai fini del calcolo dell’Isee famigliare, che però lo esclude dal beneficio dell’assegno. Una contraddizione che la Bussola aveva evidenziato già più di un anno fa, ma che il Governo, nel riformulare alcuni parametri del meccanismo dell’Isee (parlare di riforma da parte del Sole è decisamente generoso) non ha voluto sanare. Significa che per escluderlo dall’assegno, lo Stato si serve dei suoi modestissimi redditi (praticamente 190 euro netti al mese), ma per calcolare l’assegno per il resto della famiglia il suo reddito fa comodo eccome. E pesa in negativo.
Oltre al danno la beffa. Farà contento, infatti, il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, da sempre sostenitore del motto “bambole non c’è una lira” il fatto che nonostante le risorse messe in campo in questi anni per migliorare “l’offerta economica” dell’Assegno, l’uscita di una fetta consistente di beneficiari, ha sostanzialmente pareggiato il conto dell’Inps: sono stati stanziati nel primo trimestre 2026, 4,93 miliardi, mentre nel 2024, quando l’importo dell’Assegno era inferiore, ne erano stai sborsati 5, di miliardi. Una differenza di 100 milioni che fa dire al Sole che «la denatalità genera risparmio nelle risorse pubbliche». Non si sa se ridere o piangere.
Resta un dato incontrovertibile: l’Assegno unico per come è strutturato, e che – si badi – non è mai diventato universale, è una misura insufficiente per provare a invertire il calo delle nascite, per il semplice motivo che i vantaggi economici delle famiglie rispetto al precedente sistema delle detrazioni per figli a carico, sono circoscritti a poche tipologie di nuclei e nemmeno a quelle più bisognose e tra queste le numerose. Poche centinaia di euro in più che non fanno la differenza, soprattutto se in questi anni l’inflazione e il caro vita si sono mangiati il risibile aumento.
Il governo che si era presentato agli elettori forte di un convinto sostegno proprio sul fronte Natalità aveva esordito parlando di quoziente famigliare, fisco a misura di famiglia, fattore famiglia. Non ha portato a casa nulla di tutto questo, prova ne è il fatto che le modifiche sugli scaglioni Irpef non tengono conto dei carichi famigliari, ma solo dei redditi dei singoli lavoratori. Ha invece ritoccato in su l'Assegno limitandosi a puntellare un'Isee, da sempre considerata ingiusta e mai realmente riformata. E si è accontentato di qualche bonus qua e là nell'ambito delle madri lavoratrici per poter dire di aver investito sulla famiglia. Troppo poco. E troppo tardi.
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