Ashura a Milano, il silenzio non è sinonimo di rispetto
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Le immagini della celebrazione dell'Ashura a Milano, con le donne separate e gesti dai tratti violenti, svelano l'immunità morale che si concede a queste pratiche. Ma il silenzio non è sinonimo di rispetto.
Le immagini della celebrazione dell’Ashura a Milano hanno suscitato un acceso dibattito. Il problema non risiede nel fatto che una comunità religiosa abbia esercitato il diritto di professare la propria fede, principio cardine di ogni democrazia liberale, ma sorge per via di ciò che quelle riprese hanno mostrato, con donne relegate in un settore separato e interamente velate e bambini coinvolti fin dalla più tenera età in una rappresentazione dai tratti innegabilmente violenti.
È questo il nodo della questione, che svela da anni una progressiva rinuncia al discernimento critico. Oggi, infatti, qualunque pratica venga rivendicata come espressione di una tradizione culturale e religiosa altra da quella cristiana sembra acquisire una sorta d’immunità morale, quasi venisse sottratta a priori a qualsiasi valutazione di accettabilità all'interno del contesto democratico italiano ed europeo.
Se non altro, dopo quanto accaduto a Milano, qualche voce critica si è finalmente levata. È un segnale positivo ma non ancora sufficiente, visto che silenzio e indifferenza continuano a prevalere soprattutto da parte delle istituzioni, politica e gran parte del mondo culturale. Un silenzio che diventa assordante proprio perché questi episodi non rappresentano affatto un'eccezione, ma raccontano una realtà che va avanti ormai da dieci anni e che non si limita affatto alla sola Milano, coinvolgendo diverse piazze italiane.
Lo stesso schema si ripete regolarmente durante molte celebrazioni per la fine del Ramadan, con uomini e donne rigorosamente separati e queste ultime confinate in spazi delimitati, spesso completamente velate. Sono immagini che ormai scorrono davanti ai nostri occhi quasi senza suscitare interrogativi, come se fossero diventate un elemento ordinario del paesaggio multiculturale. Ma è davvero questa l'integrazione, o non stiamo piuttosto normalizzando modelli che meriterebbero almeno di essere discussi?
Il punto non è mettere in discussione la libertà religiosa, che costituisce uno dei pilastri dello Stato di diritto. Il fulcro è chiedersi se ogni pratica debba essere automaticamente accettata nello spazio pubblico senza alcuna riflessione critica. Una democrazia non dovrebbe mai rinunciare alla capacità di interrogarsi sul significato delle immagini che tollera e dei messaggi che, consapevolmente o meno, contribuisce a legittimare.
Per questo sorprende che proprio l'Occidente, così attento a denunciare ogni forma di discriminazione, sembri talvolta sospendere il proprio spirito critico quando si trova di fronte a consuetudini provenienti da altre religioni e culture. Nel timore di essere accusati d’intolleranza o islamofobia si preferisce tacere, ma il silenzio non è sinonimo di rispetto. Molto spesso è soltanto il segno di una rinuncia.
Eppure, una società realmente aperta non teme il confronto. Sa distinguere tra il diritto di professare una fede e il dovere di interrogarsi sulle pratiche che vengono adottate in suo nome. Confondere questi due piani significa sottrarre ogni tradizione a qualsiasi giudizio, trasformando il multiculturalismo in un relativismo incapace di riconoscere i propri limiti. Una democrazia che smette di esercitare il senso critico non diventa più inclusiva, diventa semplicemente più fragile.
