Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Sant’Elena a cura di Ermes Dovico
MORTE DEL PROFESSORE INGLESE

Ascesa e caduta di Jason Arday, vittima del sistema, non del razzismo

Ascolta la versione audio dell'articolo

Jason Arday era diventato il più giovane docente nero di Cambridge. Ora è morto, probabilmente per suicidio, dopo le dimissioni. Il suo mito era costruito, immaginario, i suoi studi frutto di plagio. Una persona fragile, portata in palmo di mano solo perché un simbolo, poi scaricata come zavorra.

Cultura 18_08_2026
Manifestazione a Londra per la morte di Jason Arday (La Presse)

Il professor Jason Arday è stato trovato morto nella sua abitazione londinese, venerdì 14 agosto. La causa presunta è suicidio. Nei giorni successivi, una forte mobilitazione studentesca ha contestato la stampa di destra, considerata razzista e responsabile della sua morte. L'associazione Good Law Project ha raccolto 33mila firme, ad oggi, per chiedere un’indagine sulla sua morte. Jason Arday, divenuto professore ordinario di Sociologia dell’educazione a Cambridge quando aveva 37 anni, nel 2023 era il più giovane docente nero (di origine ghanese) della prestigiosa università britannica. A 41 anni è morto, lasciando una moglie, due figli e una scia di polemiche che difficilmente si esauriranno nelle prossime settimane. Sul banco degli imputati, oltre alla stampa, c’è soprattutto il mondo accademico britannico.

Arday era un personaggio pubblico noto per i suoi studi sul razzismo, per la sua incredibile autobiografia. Maratoneta, vantava numerosi record e aveva portato la fiaccola olimpica a Londra 2012. Diceva di se stesso di aver bruciato le tappe nonostante difficoltà che avrebbero stroncato anche un supereroe: autismo diagnosticato a tre anni, muto fino all’età di 11 anni, analfabeta fino a 18, dislessico, sopravvissuto a ben due tumori al cervello (uno dei quali operato alla vigilia della sua tesi di dottorato) e ad un tumore ai testicoli, volontario nelle favelas brasiliane e maratoneta per solidarietà.

Si considerava vittima di razzismo, nonostante la sua carriera fulminante. Diceva di essere stato picchiato così violentemente da esser diventato anche epilettico. Diceva di essere stato minacciato nel suo studio di Cambridge da uomini mascherati e di aver intercettato in tempo una una testa mozzata di maiale, prima che venisse recapitata alla sua famiglia, a mo’ di intimidazione.  Tante sfortune scritte nella sua autobiografia Grandi e sfortunati eventi, ancora in uscita, tantissime, troppe, al punto di attirare la curiosità dei giornalisti inglesi. Ci si chiedeva soprattutto come fosse diventato il più giovane ordinario nero a Cambridge pur avendo un curriculum e pubblicazioni non all’altezza.

Già nel 2025 la rivista Times Higher Education aveva preparato un dossier sul caso. Dopo una lettera dello studio legale incaricato da Arday, la testata decise di non pubblicarlo. Un anno dopo, però, il Telegraph ha individuato nella sua tesi di dottorato del 2015 più di cento passaggi identici o quasi identici a una tesi pubblicata nel 2009 di un’altra ricercatrice. In un’inchiesta parallela, il Times ha individuato altri plagi sospetti. Il Guardian ha scoperto diverse incongruenze nel racconto della sua vita personale. Secondo un’inchiesta di Retraction Watch, in un articolo del 2018 alcune citazioni attribuite agli intervistati di Arday risultavano molto simili a dichiarazioni raccolte in un altro studio.

Poi è emerso che Arday non fosse chi diceva di essere. Non era mai stato muto. Non era mai stato analfabeta. I suoi racconti sul volontariato in Brasile non sono esenti da incongruenze. Un pezzo dopo l'altro il suo mito stava crollando. Cambridge ha difeso il suo professore, ma non ha impedito la sua caduta in disgrazia. Il 5 agosto l’università ha avviato un’indagine interna sul suo conto e Arday ha rassegnato le dimissioni. Meno di due settimane dopo è stato trovato senza vita nel suo appartamento.

Per la parte di opinione pubblica inglese che in questi giorni sta protestando in piazza, Arday è vittima di una “caccia alle streghe”, di un’operazione di linciaggio sistematico condotto da una stampa razzista. Il sindaco di Londra, Sadiq Khan, è di questo parere. Ma da tutto quel che sappiamo finora, stando a quel che il professore di Cambridge diceva e scriveva, l’unico vero nemico di Arday era Arday stesso. Se c’è un co-responsabile della sua tragica caduta in disgrazia, questo non è il mondo mediatico della destra britannica, ma semmai il mondo accademico: lo ha elevato alle stelle, lo ha trasformato in una star, senza badare alla qualità dei suoi studi e sicuramente non alla sua salute mentale. Lo stesso mondo accademico, quando la realtà ha iniziato a emergere, non ha fatto altro che scaricarlo come una zavorra, come un imbarazzo. Quel mondo non aveva bisogno di un bravo docente, ma di un simbolo. Jason Arday, che era un attivista-docente contro il razzismo, era il simbolo che l’università britannica cercava. Era un record, così come Claudine Gay, prima presidente nera di Harvard, negli Usa, anch’ella poi dimissionaria nel 2024. Sempre per plagio.