Anche la Norvegia vieta i social network ai minori di 16 anni
Anche la Norvegia si inserisce in un gruppo crescente di Stati che vietano l'iscrizione ai social network ai minori di 16 anni, per evitare problemi ai minorenni. Ma la metà degli adolescenti sa già come aggirare i controlli.
La Norvegia ha annunciato che presenterà in Parlamento entro la fine del 2026 un disegno di legge per vietare l'iscrizione ai social media a tutti i ragazzi sotto i sedici anni. A dichiararlo è il premier laburista Jonas Gahr Store con la frase: «È un'idea folle mettere il cervello di ragazzi di quell'età in pasto ad algoritmi sviluppati dai migliori esperti tecnologici del mondo. Lo facciamo per proteggere i nostri figli, di cui noi adulti siamo responsabili».
Rispetto al tentativo precedente - che fissava il limite a quindici anni -, la novità starebbe soprattutto, e in maniera estremamente innovativa, benché difficilmente comprovabile in qualunque sede legale, viste le difficoltà che vedremo nel corso dell’articolo - nel ribaltamento delle responsabilità: non sarà più responsabilità dei genitori dover vigilare, ma le piattaforme avranno l’obbligo di dover verificare l'età, pena sanzioni severe. Una scelta politica precisa, che smette di scaricare sul singolo nucleo familiare il peso di un problema strutturale.
La decisione di Oslo non nasce dal nulla. I dati norvegesi sono tra i più impietosi d’Europa: nonostante il limite di tredici anni già in vigore, il 51% dei bambini di nove-dieci anni e il 74% di quelli di tra gli undici e i dodici anni è già presente sui social con uno o più account. Così, quando i ragazzi arrivano a quattordici anni, sono già praticamente tutti all’interno delle piattaforme.
La legge esistente, quindi, non ha avuto modo di funzionare a dovere. Le ragioni possono essere molte e disparate, ma quella “scelta” dall’attuale governo è anche quella più pratica: non sono stati adottati strumenti di controllo reale. Per qualunque bambino o bambina bastava dichiarare una data di nascita falsa per poter fare il proprio account, che è poi tema trasversale a tutte le legislazioni nazionali. Il nuovo disegno di legge, invece, vorrebbe chiudere quella porta, affidando la verifica ai meccanismi del Digital Services Act europeo e introducendo una regola tecnica di buon senso: l'accesso sarà consentito dal primo gennaio dell'anno in cui si compiono i sedici anni, non dal giorno esatto del compleanno, per evitare disparità tra coetanei della stessa classe.
La Norvegia non è la sola in questa battaglia. Il movimento ha carattere globale e sta accelerando con una velocità che fino a tre anni fa sembrava impensabile. L'Australia è stata la prima, a dicembre 2025, a introdurre un divieto operativo per gli under 16 su Instagram, TikTok, Facebook, YouTube e X. In pochi mesi, oltre 4,7 milioni di account riferibili a minori sono stati disattivati o rimossi. L'Indonesia ha seguito a marzo 2026, diventando il primo paese del Sud-Est asiatico ad agire concretamente in questa direzione.
In Europa, Francia, Danimarca, Spagna e Regno Unito stanno valutando soglie analoghe. La Commissione europea ha presentato ad aprile una app di verifica dell'età basata su tecnologia zero-knowledge proof (che permette cioè di certificare di avere più di sedici anni senza rivelare altri dati personali) da testare inizialmente in cinque paesi, Italia compresa.
In tutto, settantadue Stati nel mondo stanno discutendo o hanno già approvato misure simili, dimostrando che qualcosa nel rapporto tra gli Stati e le piattaforme media si è definitivamente rotto, e il consenso che per vent'anni ha permesso alle Big Tech autoregolarsi si sta sgretolando. Intanto, una generazione cresceva dentro algoritmi progettati per tenerla incollata allo schermo il più a lungo possibile.
Rimane però un non-piccolo problema. Una ricerca dell'organizzazione britannica Internet Matters condotta su oltre mille bambini e genitori nel Regno Unito dopo mesi di applicazione dell'Online Safety Act rivela che il 46% ha già trovato modalità relativamente semplici per aggirare i controlli sull'età (solo il 17% li ritiene davvero difficili da eludere). Quali sarebbero questi metodi? Nulla di trascendentale o che richieda le competenze di un hacker. Basta inserire una data di nascita falsa e usare il documento di un fratello maggiore, qualora possibile, oppure (assaporate bene il sapore del paradosso tecnologico del ventunesimo secolo): disegnarsi un paio di baffi sul viso per ingannare i sistemi di riconoscimento facciale. In pratica, fingere di essere Charlie Chaplin permette a qualsiasi adolescente di aprire un account su Instagram. La notizia è apparsa sul Register, e comunque il report lo cita esplicitamente.
ll 32% dei minori intervistati ammette di aver già aggirato il controllo. Nel peggiore dei casi, circa il 16%, è stato proprio un genitore ad aiutare attivamente il proprio figlio, persuaso di conoscere meglio dei legislatori i rischi per il proprio figlio, mentre un ulteriore 9% ha semplicemente girato lo sguardo da un’altra parte, facendo finta di non vedere. Il ché fa capire quanto sia essenzialmente improbabile scaricare tutta la responsabilità dalle famiglie alle piattaforme.
Il quadro che emerge è quello di leggi necessarie e sempre più richieste, ma strutturalmente fragili, costruite su tecnologie di verifica che i minori smontano con un pennarello o con il consenso degli adulti. La ministra norvegese della Digitalizzazione Karianne Tung replica però che «saranno le aziende che non rispetteranno la legge a rischiare sanzioni», la qual cosa è corretta benché miope. I legislatori di mezzo mondo faticano ad affrontare fino in fondo il tema.
Possibile che una norma che il 46% dei destinatari sa già come aggirare sia ancora una norma innovativa, o è soltanto un passaggio in candeggina per smacchiare la coscienza degli adulti? Proteggere i figli dagli algoritmi richiede qualcosa di più di una legge ben scritta. Per esempio, smettere di delegare ad altri una responsabilità che è prima di tutto nostra.


