11 settembre, 25 anni dopo: il jihad si è spostato in Africa
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Il termine "jihad", guerra santa islamica, è diventato celebre con l'11 settembre. Lungi dall'essere una reazione del mondo povero contro quello ricco, il jihadismo è una guerra di conquista all'islam. E il fronte più caldo è l'Africa, dove gli Stati locali non sanno reagire.
L’11 settembre 2001 dei terroristi dirottarono quattro aerei: due si schiantarono contro le Torri Gemelle di New York, uno contro il Pentagono. Il quarto, il volo 93 della United Airlines, forse era destinato a colpire la Casa Bianca o il Campidoglio, ma i passeggeri, informati dei dirottamenti, riuscirono a far precipitare l’areo in Pennsylvania. Gli attentati furono rivendicati da Osama bin Laden, il leader di al Qaeda.
Divenne allora famigliare il termine “jihad”, la guerra santa che Maometto ha ordinato ai musulmani di combattere in nome di Allah, la più antica guerra del mondo. Eppure ci fu chi volle interpretare gli attentati, e non furono in pochi, come “un attacco al cuore dell’impero e a tutti coloro che credono di vivere in isole felici”, una reazione alla “guerra del predominio economico che vuole un pianeta diviso tra chi globalizza e chi è globalizzato, aumentando i privilegi dei primi e i doveri per i secondi”, una ribellione alla “violenza strutturale dei morti per la fame e le malattie, per il debito, per l’economia fatta a uso e consumo dei ricchi”, una prevedibile risposta alla “prepotenza del mondo occidentale che impone la propria cultura umiliando sistematicamente le altre”.
Sono frasi scritte poche ore dopo gli attentati da esponenti del mondo cattolico italiano, ma condivise anche in altri ambienti: spiegazioni, di fatto giustificazioni. L’Occidente doveva imparare la lezione: per rimediare doveva restituire finalmente “ciò che è stato rubato a tanti popoli, pena la collera dei poveri che può essere terribile”; e disinnescare così, “intervenendo sulle ingiustizie strutturali proprie del cosiddetto nuovo ordine mondiale”, la “colossale mina vagante che presto o tardi doveva pur scoppiare” rappresentata dalla “rabbia accumulata e profonda contro l’arroganza, il disprezzo e il trionfalismo con cui noi Occidentali ci siamo comportati negli ultimi tempi nei confronti del Sud del mondo”. Di nuovo sono frasi tratte da dichiarazioni di sacerdoti e missionari.
Ma il jihad di Osama bin Laden, come quello degli ayatollah iraniani e dello Stato Islamico, ha come obiettivo di sottomettere tutta l’umanità all’islam, non di sanare ingiustizie. I più temuti e odiati avversari dei jihadisti sono i popoli del libro – cristiani ed ebrei – e il mondo occidentale che ne è espressione e dimora: temuto e odiato non perché affama, non perché è ingiusto, arrogante e violento, ma perché è terra di infedeli, dar al-harb, la casa della guerra, e deve diventare dar al-Islam, la casa della pace.
Gli Stati Uniti e il mondo libero lo hanno capito e, invece di “rimediare”, hanno intensificato un’offensiva che era già in atto. Il lavoro più logorante in questi 25 anni è stato e continua a essere quello di contenere il jihad in Africa, il continente più vulnerabile alla minaccia del terrorismo. Bin Laden era stato ospitato in Sudan dal 1991 al 1996; al Qaeda nel 1998 aveva colpito con attacchi dinamitardi le ambasciate Usa in Kenya e in Tanzania causando 224 morti e 4.000 feriti, quasi tutti africani.
Dopo 11 settembre gli Stati Uniti avevano avviato due nuovi grandi progetti: il Pan Sahel Initiative (PSI), destinato a Ciad, Mali, Mauritania e Niger, e l’East Africa Counterterrorism Initiative (EACTI), che ha coinvolto Kenya, Tanzania, Uganda, Etiopia, Eritrea e Gibuti. Entrambi hanno fornito ai governi africani addestramento e attrezzature militari, mezzi di trasporto e di comunicazione. L’obiettivo era ridurre la capacità di azione dei gruppi jihadisti e in particolare di impedire che si formassero reti transnazionali di cellule terroristiche, istituendo efficaci sistemi di monitoraggio dei movimenti di persone e beni alle frontiere e nei territori finora abbandonati a se stessi dalle autorità governative. Prevedevano controllo delle frontiere e delle acque territoriali, sicurezza di porti e di aeroporti, addestramento di personale militare e civile, formazione di archivi informatici, individuazione e blocco dei canali di finanziamento del terrorismo.
Agli Stati Uniti, che in seguito hanno realizzato altri interventi militari di contrasto al jihad, si sono aggiunte nel corso degli anni Francia e Unione Europea, con missioni militari, e le Nazioni Unite con la Unowas, che monitora gli sviluppi dei gruppi jihadisti in Africa Occidentale e nel Sahel, l’UN Joint Appeal for Counter-Terrorism in Africa, che coordina le iniziative di contrasto al terrorismo di 16 enti Onu, e la missione di peacekeeping in Mali, Minusma, terminata nel 2023.
Tuttavia oggi il jihad interessa, in misura diversa, una ventina di paesi africani. In alcuni i jihadisti si sono insediati stabilmente, in altri sono in grado di effettuare attacchi e attentati. La loro penetrazione e la loro forza in Africa sono aumentate con l’arrivo di nuovi combattenti dopo la sconfitta dell’Isis, tra il 2016 e il 2019, in Medio Oriente. Approfittando della debolezza di Mali, Niger e Burkina Faso, dopo che dal 2022 hanno rifiutato gli aiuti militari occidentali e si sono rivolti alla Russia, gruppi jihadisti affiliati ad al Qaeda e all’Isis stanno tentando di infiltrarsi in Benin, Ghana e in altri stati che si affacciano sull’oceano Atlantico.
In Africa sono stati realizzati due dei tre più gravi attacchi jihadisti per numero di vittime civili dopo l’11 settembre: in Mozambico, nel 2021, durante l’occupazione durata quasi due settimane della città di Palma da parte di Ansar al-Sunna, un gruppo affiliato all’Isis: 1.190 abitanti uccisi; e l’attentato dinamitardo suicida in Somalia, nella capitale Mogadiscio, nel 2017, fatto da al Shabaab, affiliato ad al Qaeda: 587 morti.
Il terzo peggiore attacco jihadista per numero di vittime civili è stato quello del 7 ottobre 2023, di Hamas contro Israele: 859 su un totale di 1.139 morti.


