Zelensky apre ai colloqui, non è una resa ma una sfida a Putin
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Il presidente ucraino mette alle strette il capo del Cremlino con l'elenco dei fallimenti russi e la richiesta che la diplomazia parta dalla linea del fronte. Le concessioni più gravose toccherebbero alla Russia che potrebbe reagire attaccando i Paesi baltici, tra una Ue disponibile al dialogo e la Casa Bianca impigliata nella guerra all'Iran.
La notizia è di quelle che fanno sensazione: una lunga lettera di Zelensky a Vladimir Putin in cui si chiede l’inizio di colloqui che pongano fine alla guerra. Detta così sembra quasi un’offerta di resa ma il testo della missiva dice ben altro (qui l’originale in inglese del sito presidenziale ucraino). Quella di Zelensky a Putin è, in realtà, una vera sfida, un elenco dei fallimenti russi e delle perdite ucraine e un invito a mettere fine a tutto questo con un avvertimento inquietante: «Dovrete anche lottare molto di più per la vostra esistenza, non per quella della Russia, ma per la vostra (ossia di Putin stesso). E questa non è una minaccia da parte mia o dell’Ucraina. Sono fatti della storia russa che conoscete bene: quando la Russia si stanca, avvengono dei cambiamenti».
E c’è una importantissima precisazione di Zelensky che nella traduzione italiana non si coglie. «The front line today is the line from which diplomacy must begin». «La linea del fronte oggi è la linea da cui deve partire la diplomazia». Il che significherebbe che Zelensky rinuncia implicitamente alla riconquista del Donbass e della Crimea occupati dai russi ma Putin dovrebbe fare una concessione ancor più gravosa e, dal punto di vista ucraino, imprescindibile. Se il Luhansk è occupato totalmente dai russi, dopo quattro anni di guerra, il Donetsk lo è al 78%, Zaporizhzhia al 75 e Kherson al 72. Il problema, per Putin è che, avendo annesso quegli oblast nel settembre del 2022, se accettasse il congelamento del fronte, dovrebbe accettare che quella porzione di territorio “russo” resti in mani ucraine. D’altra parte anche Zelensky dovrebbe rimangiarsi il decreto con cui dichiarava ufficialmente l’impossibilità di condurre negoziati con Vladimir Putin. Questi, a sua volta, dopo aver dichiarato più volte che Zelensky era un guitto e un tossico a capo di una banda di nazisti, che governava illegittimamente perché il mandato presidenziale era scaduto, il 9 maggio si è espresso in questi termini nel corso di una conferenza stampa: «la parte ucraina e il signor Zelensky sono pronti a tenere un incontro. Non è la prima volta. Cosa posso dire? Non ci siamo mai rifiutati e non mi rifiuto ora».
Dopo quel 9 maggio molte cose sono accadute. Dopo la tregua invocata da Putin per poter far svolgere in tranquillità la breve sfilata celebrativa della vittoria sul nazismo, la Russia ha ricominciato a bombardare l’Ucraina e questa ha risposto con attacchi devastanti alle raffinerie e alle strutture petrolifere. Gli attacchi sono stati così micidiali da far innalzare numerose proteste dei militari bloggers e dei propagandisti russi che hanno invocato una risposta russa ancora più distruttiva. Si è arrivati così a oggi e alla lettera di Zelensky con l’invito di Putin di recarsi a Mosca. Invito rifiutato perché consegnarsi ai russi per trattare porta direttamente al capestro, come accaduto a Pal Maleter e Imre Nagy durante la rivolta di Ungheria del 1956.
Il punto è che le forze armate russe non possono materialmente impedire gli attacchi ucraini proprio a causa dell’estensione del territorio della federazione. Si pensi che Mosca è stata attaccata nonostante fosse difesa da ben 89 sistemi antiaerei a corto raggio Pantsir mentre tutta la regione di san Pietroburgo è difesa da solo 14 sistemi antiaerei e Rostov e Taganrog sono difese da 12 sistemi. Al minuto 51 di questo video di Emiliano Brogi risalta il dato più sconfortante per un cittadino russo: e cioè che la residenza di Putin a Valdai è presidiata addirittura da 19 sistemi antiaerei Pantsir.
Quali sono allora le alternative a disposizione di Putin? Va ricordato che la storia secondo la quale la Russia non ha mai perso una guerra è una fandonia risibile. La guerra di Crimea del 1854, quella russo giapponese (1904-1905), la prima guerra mondiale, la guerra russo polacca (1919-1920), l’Afghanistan e la Guerra Fredda sono lì a ricordarlo agli smemorati e ai digiuni di storia. Questi conflitti hanno dei punti in comune e cioè il crollo del fronte interno. L’uso estensivo dei droni impedisce ormai qualsiasi avanzata, sia russa che ucraina, con perdite altissime e un tasso di mortalità che è superiore al 50% rispetto al totale delle perdite. Sempre i droni stanno massacrando le rispettive logistiche avversarie e fanno dei camion i loro bersagli preferenziali. Inoltre è un fatto che non vi sarà alcuna offensiva russa in questa estate e che i russi hanno ripianato le perdite subite nel corso della guerra essendo stati obbligati a svuotare i depositi di mezzi e carri. Una vittoria militare è attualmente impossibile da un aparte e dall’altra.
Due analisi, in questi giorni, sono apparse particolarmente interessanti. La prima è di Anders Puck Nielsen, ufficiale della marina danese, che diffonde analisi sintetiche, chiare e molto ben documentate. Qui possiamo vedere le scelte che, secondo Nielsen, sono possibili per Putin. "Accettare la sconfitta" è sicuramente l’opzione peggiore così come attuare una mobilitazione generale. Dalla prospettiva di Putin, spiega Nielsen, l’opzione saggia sarebbe quella di congelare il conflitto sperando che l’Ucraina si logori e crolli dal proprio interno. Quella più rischiosa ma anche con altissimi dividendi in caso di successo è un’escalation e un attacco ai Paesi baltici perché porterebbe a una rapida vittoria.
Più dettagliata quella del canale Parabellum dove Mirko Campochiari ha interrogato l’intelligenza artificiale facendo proprie ipotesi e fornendo i dati in proprio possesso. La risposta dell’AI è simile all’analisi di Nielsen. Accettare la sconfitta per Putin sarebbe un suicidio, la mobilitazione parziale sarebbe sostanzialmente inutile mentre quella generale avrebbe conseguenze esiziali per il regime e la società russa. Diversa la valutazione sul congelamento del fronte che non porterebbe a nessun effetto positivo per Putin.
Ed è a questo punto che si viene alla scelta più pagante per Putin: un attacco deliberato alla NATO partendo dai Paesi baltici come prefigurato dall’analista tedesco Carlo Masala nel suo recentissimo Se la Russia attacca l’occidente: uno scenario possibile. Su questo punto Nielsen è molto chiaro: «Coloro che pensano che la Russia non abbia le risorse per farlo, semplicemente si sbagliano. La Russia ha abbastanza risorse per disporre di un paio di divisioni che attacchino uno degli Stati baltici» che, secondo alcuni analisti italiani, sarebbero “armati sino ai denti”: una barzelletta, questa, simile a quella degli elefanti che hanno paura dei topolini e che mostra la pochezza del dibattito televisivo italiano. «Ciò – sempre secondo Nielsen - sarebbe sufficiente a porre una massiccia pressione sulla NATO e a spaventare gli europei».
Campochiari, da parte sua, aggiunge che un attacco di questo genere potrebbe avere successo nel momento in cui vi fosse un cambio di governo nei principali Paesi europei. Nel 2027 la Francia dovrebbe vedere un presidente del Rassemblement Nationale e l’Inghilterra la vittoria di Farage: guarda caso le due potenze nucleari del continente. L’anello debole sono dunque le opinioni pubbliche europee (a parte le nazioni scandinave e la Polonia). In un recente sondaggio il 52% degli italiani intervistati ha detto che, in caso di attacco a un paese baltico l’Italia dovrebbe restare neutrale.
Ed è per questo che la Russia testa le difese aeree dei paesi della NATO come ha fatto con la Polonia in settembre e, da quanto afferma il gruppo analista romeno Getica (citato nella live di Parabellum) non solo il drone era russo ma ha seguito una rotta prestabilita evitando ostacoli e, di conseguenza, l’attacco è stato intenzionale.
Questa è la situazione attuale con una Unione Europea che si dichiara disponibile al dialogo e una amministrazione americana che non riesce a trovare una soluzione al disastro politico e militare dell’attacco all’Iran. Se l’augurio di una pace rapida sul fronte ucraino è doveroso ciò non significa che inaugurerà un’epoca di vera pace.
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