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scenari

Voci di un ingresso in guerra della Siria. Ma il regime smentisce

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L'ipotesi di una richiesta di Tel Aviv e Washington a Damasco affinché intervenga nel Paese dei cedri sta tornando verosimile. Ma il regime siriano smentisce, eppure Damasco potrebbe non essere in condizione di sottrarsi alla chiamata degli “alleati” Usa e Israele.

Esteri 20_03_2026

Da quando il 2 marzo scorso Hezbollah ha deciso di affiancare l'Iran nel conflitto con USA e Israele, e quest'ultimo ha concentrato buona parte delle sue risorse nell'aggressione al Libano – che secondo le ultime stime ufficiali ha già provocato più di mille morti - la Siria è temporaneamente uscita dai radar della geopolitica del Levante. In realtà in questo lasso di tempo si sono registrati nel Paese interessanti sviluppi che sembrerebbero prefigurare un potenziale intervento armato in Libano del regime di Ahmed al Sharaa al fianco di Israele in funzione anti-Hezbollah.

Se è indubbio che la conquista di Damasco, l'8 dicembre 2024, da parte della formazione qaedista Hayat Tahrir al Sham e del suo leader - che all'epoca si faceva chiamare Abu Mohamed al Jolani -  è stata facilitata o direttamente voluta dagli Stati Uniti e Israele, è lecito pensare che oggi Tel Aviv e Washington chiedano all'autonominatosi Presidente della Siria di ricambiare la cortesia. A pensarci bene, la cacciata di Bashar al Assad e il conseguente regime change in Siria possono essere letti come parte di una manovra volta a realizzare ciò a cui oggi stiamo assistendo: l'attacco israeliano al Libano e il tentativo di USA e Israele di rovesciare la Repubblica Islamica dell'Iran.

Il primo beneficio diretto ottenuto da Tel Aviv dal cambio di regime a Damasco è stata l'interruzione immediata dei traffici tra Iran ed Hezbollah: per anni armi, munizioni, carburante, merci di ogni tipo provenienti da Teheran sono giunti in Libano attraverso la Siria, sotto l'occhio compiacente di  Assad. In secondo luogo, il confine tra la Siria e Israele è divenuto immediatamente più permeabile: IDF ha occupato con vari sconfinamenti e pretesti il Jabal al arab, la regione drusa a sud ovest del Paese con capitale Suweyda, la provincia di Daraa e ulteriori zone delle alture del Golan - l'altopiano  già occupato per due terzi dallo Stato Ebraico nel 1967 e annesso unilateralmente nel 1981 – senza che il governo di al Sharaa se ne sia troppo risentito. Nell'estate del 2025 sono emerse ipotesi di eventuali compensazioni – ricavate dal suolo libanese, ambito da Damasco dai tempi di Assad padre - con cui Israele avrebbe risarcito la Siria dell'esproprio di territorio.

Alla luce degli ultimi fatti, l'ipotesi di una richiesta di Tel Aviv e Washington a Damasco affinché intervenga nel Paese dei cedri sta tornando verosimile. Da settimane la Siria ha schierato migliaia di soldati sul confine con il Libano «per proteggere e controllare i confini, mentre il conflitto regionale si inasprisce», nelle parole del Ministro siriano della Difesa. «La Siria non ha nessuna intenzione di entrare in Libano o di interferire in alcun modo nei suoi affari interni», così il Ministro degli Esteri siriano Asaad al Shaibani ha rassicurato la sua controparte libanese, Joe Rajji, durante un recente meeting della Lega Araba a Ryiad.

Eppure, Damasco potrebbe non essere in condizione di sottrarsi alla chiamata degli “alleati” USA e Israele. Da giorni circola ufficiosamente la notizia  secondo cui gli Stati Uniti avrebbero “incoraggiato” la Siria ad inviare forze in Libano per aiutare il governo libanese a disarmare Hezbollah; Damasco però sarebbe riluttante, per paura di essere risucchiata nel conflitto. Nonostante le smentite dell'inviato speciale USA per Siria e Libano Tom Barrack, secondo cui tali voci sarebbero “false e inaccurate”. Più fonti sembrano confermare che la richiesta c'è stata.

Frattanto, grazie all'endorsement della comunità internazionale, il governo siriano sta consolidando il suo potere - il 27 febbraio scorso le Nazioni Unite hanno tolto ufficialmente ogni sanzione a Hayat Tahrir al Sham e alle formazioni similari - mentre rivela sempre più chiaramente la sua matrice islamista; giorni fa è stato bandito per decreto l'alcol dai locali di Damasco.

La persecuzione delle minoranze religiose da parte delle milizie governative, o affiliate al governo di HTS, prosegue senza sosta mentre l'attenzione della comunità internazionale è concentrata altrove. Solamente nell'ultima settimana sono stati uccisi: due giovani alawiti che tornavano a casa dal lavoro a  Homs; un giovane sciita in un attacco nei dintorni di Aleppo; un giovane alawita, colpito in casa ad Homs da un'arma silenziata;   una mamma cristiana armena pugnalata a morte dentro casa ad Aleppo; un tassista alawita, rapito e fatto ritrovare cadavere a Wadi al Dahab. Nella campagna di Homs una ragazza sciita di quindici anni è scomparsa nel nulla (nell'ultimo anno è stato documentato un vasto fenomeno di stupri e rapimenti ai danni di donne e ragazze, in particolare alawite, ad opera di foreign fighters affiliati al governo siriano e un giovane ismailita, studente universitario, è stato rapito nei dintorni di Hama da uomini in uniforme a volto coperto. Un santuario alawita a Beit Yashout, vicino a Latakia, è stato requisito e trasformato in zona militare, così come la chiesa del villaggio cristiano di Maharda, nella regione di Hama.

A otto mesi dai fatti, un “comitato investigativo” ha stabilito che gli “scontri nella regione di Suweyda” del luglio scorso tra truppe governative e tribù beduine da una parte e popolazione drusa dall'altra hanno provocato 1760 morti e 2188 feriti, la distruzione di 36 villaggi e lo sfollamento di migliaia di civili. Il comitato ha accertato centinaia di violazioni dei diritti umani ai danni di civili, tra cui uccisioni, distruzioni e incendi di abitazioni e negozi, saccheggi, torture, rapimenti, insulti e discriminazioni.  Il comitato ha mancato però di attribuire la responsabilità dei fatti di sangue, limitandosi a segnalare "individui sospetti" senza nominare la catena di comando che ha portato agli interventi delle milizie governative nella regione e alle  stragi dei civili.

Un comitato indipendente ha invece stimato 4900 vittime degli scontri, cristiane e druse, tra 400 e 700 persone scomparse, 41 santuari drusi distrutti e 8 chiese date alle fiamme dai governativi.