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NICARAGUA

Vescovo arrestato, il Papa rompe il silenzio

Dopo gli arresti e le deportazioni di sacerdoti e prigionieri politici, in Nicaragua tocca a mons. Rolando Alvarez, condannato a 26 anni di carcere. Anche in Vaticano si sono accorti che con Ortega non si può più dialogare: Papa Francesco all'Angelus condanna duramente la persecuzione in atto.

Libertà religiosa 13_02_2023

Daniel Ortega, il leader dei tanti sessantottini che "okkupano" mass media, politica e istituzioni in tutti i Paesi occidentali, non molla la presa tirannica e, come avevamo ampiamente anticipato nelle scorse settimane su La Bussola, la lunga repressione ora si concentra contro la Chiesa cattolica e i suoi fedeli, preti e vescovi in primis.

Ieri il Papa finalmente ha preso atto dell'impossibile tattica diplomatica perseguita sinora e ha condannato con durezza la tirannia in Nicaragua, parlando per la prima volta dopo due anni della situazione terribile che si vive in quel paese. Non si poteva continuare a tacere, anche davanti alla condanna a 26 anni di carcere nei confronti del  vescovo di Matagalpa Rolando Álvarez, giudicato colpevole di tradimento della patria, di minaccia all'integrità nazionale e di diffusione di notizie false. La sentenza è stata  comminata l’11 febbraio da un tribunale politico del regime comunista centro americano. Per i suoi crimini, il vescovo di Matagalpa è stato anche privato della cittadinanza nicaraguense.

Al vescovo Alvarez era stata offerta la deportazione il giorno 9 febbraio quando, con un colpo di teatro, il governo di Ortega aveva deciso la "liberazione con deportazione" negli USA di 222 prigionieri politici e diversi  sacerdoti, tra cui anche padre Óscar Benavidez, che era uno stretto collaboratore di Álvarez arrestato il 14 agosto dopo aver pronunciato un'omelia critica nei confronti delle violazioni dei diritti umani in Nicaragua. Il dittatore Daniel Ortega ha raccontato quel giorno che anche il vescovo Álvarez era stato portato all'aeroporto e prima di raggiungere l'aereo aveva chiesto di non lasciare il Paese e rimanere con il suo popolo, quindi secondo il dittatore, mons. Alvarez non avrebbe rispettato la decisione di espulsione-deportazione con un gesto di “arroganza”. Dunque, non ci si poteva attendere condanna meno severa, viste le condanne dei suoi collaboratori e il suo rifiuto.

Infatti, lo scorso 6 febbraio, erano stati condannati a cinque anni di carcere ben 7 tra sacerdoti, seminaristi e laici, colpevoli del reato di "associazione a delinquere finalizzata a minare la sicurezza e la sovranità nazionale" e cinque anni per "diffusione di notizie false", con una multa aggiuntiva di 800 giorni in base allo stipendio giornaliero del condannato. I sacerdoti condannati sono Ramiro Reynaldo Tijerino Chávez, 50 anni, rettore dell'Università Giovanni Paolo II; Sadiel Antonio Eugarrios Cano, 35 anni, ex vicario della cattedrale di Matagalpa; e José Luis Díaz Cruz, 33 anni, attuale vicario della cattedrale di Matagalpa. Poi, sabato 11 febbraio la condanna di mons. Rolando Álvarez, l’ennesima richiesta di liberazione di vescovi e conferenze episcopali di tutto il mondo che da mesi stanno chiedendo la sua liberazione con forza e finalmente le parole ufficiali del Santo Padre che stavolta, diversamente dalle dimenticanze degli scorsi mesi e dal silenzio dello scorso 9 gennaio davanti al Corpo diplomatico, ha chiamato con suo nome il male.

Ieri, dopo l’Angelus, Papa Francesco ha espresso il suo dolore per le notizie provenienti dal Nicaragua, dicendo: «Non posso qui non ricordare con preoccupazione il vescovo di Matagalpa, monsignor Rolando Alvarez, a cui voglio tanto bene, condannato a 26 anni di carcere e anche le persone che sono state deportate negli Stati Uniti. Prego per loro e per tutti quelli che soffrono in quella cara nazione. E chiedo a voi la vostra preghiera. Domandiamo inoltre al Signore, per l’intercessione dell’Immacolata Vergine Maria, di aprire i cuori dei responsabili politici e di tutti i cittadini alla sincera ricerca della pace che nasce dalla verità, dalla giustizia, dalla libertà e dall’amore e si raggiunge attraverso l’esercizio paziente del dialogo». La notizia dell’intervento di Papa Francesco segna una novità positiva e attesa anche dai media internazionali se pochi minuti dopo le parole del pontefice, due tra le maggiori agenzie mondiali Reuters e Associated Press, riportavano il messaggio del pontefice.

Il Consiglio episcopale latinoamericano, nonché i vescovi di Cile e Spagna, hanno deplorato sia la condanna sia l'espulsione di oppositori politici, denunciando la violenza dei diritti umani. Confidiamo che questa franchezza del Vaticano e del Santo Padre non si fermi alle parole pronunciate ieri ma, invece, segni una chiara direzione di sostegno alle molteplici battaglie per la verità e la libertà che moltissimi episcopati del centro e sud America stanno combattendo insieme alle loro Chiese ed ai loro fedeli. La palese ed emotiva simpatia vaticana dell’ultimo decennio verso quel socialpopulismo salito al potere grazie al sostegno delle lobbies abortiste e Lgbti in moltissimi paesi dell'America Latina deve lasciare il posto alla chiarezza.

Non si può tacere sui vergognosi tentativi della Commissione Interamericana dei diritti umani che chiede a tutti i Paesi di promuovere contraccezione ed aborto, non è possibile mantenere l’ambiguità sulla deriva totalitaria e autoritaria che Lula da Silva sta imponendo al paese, ampiamente descritta da La Bussola. Tacere quando i Vescovi della Bolivia denunciano con forza e da tempo la tentazione del governo rosso boliviano di nuovi curricula educativi improntati sulle dottrine abortiste e Lgbti, equivale a preparare i terreno a nuove persecuzioni, fingere che il nuovo governo della Colombia sia apprezzabile per i suoi sforzi di pace, dimenticando l’impegno del presidente Petro per liberalizzare l’aborto sin dall’età adolescenziale e la maternità surrogata, è incomprensibile.