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colonizzazione ecologica

Vescovi tanzaniani: laudato sia l'oleodotto inviso ai green

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Malgrado i reiterati appelli papali alla conversione "verde", la Conferenza episcopale del Tanzania promuove l'East Africa Crude Oil Pipeline: rispetta le norme e permetterà agli africani di beneficiare delle loro stesse risorse. Con buona pace degli ambientalisti.

Ecclesia 07_06_2023

«Un inverosimile caso di disobbedienza». Così è stato definito dal quotidiano Il Messaggero il fatto che la Conferenza episcopale del Tanzania approvi la costruzione dell’oleodotto – «il più lungo del mondo!» (ma è falso) – che porterà all’Oceano Indiano il petrolio estratto in Uganda, contravvenendo alla richiesta rivolta dal Papa a tutti i fedeli di aderire alla lotta contro il CO2 e il cambiamento climatico, adottare politiche green, sostenere il paradigma dell’ecologia integrale e, come ha raccomandato durante l’incontro-laboratorio di Assisi lo scorso settembre, The Economy of Francesco ispirato all’enciclica Laudato Si, di essere «motori propulsivi di un cammino di conversione del mondo economico».

Una parte della Chiesa segue il Papa. Hanno aderito alla rete green numerosi movimenti ambientalisti, diverse conferenze episcopali e, in Africa, alcuni dei maggiori istituti missionari; ma evidentemente non lo ha fatto la Conferenza episcopale del Tanzania che, anzi, ha deciso di prendere pubblicamente posizione in difesa del progetto che unisce Uganda e Tanzania nello sfruttamento di nuovi giacimenti di petrolio.  

L’East Africa Crude Oil Pipeline (EACOP), questo il nome dell’oleodotto che si svilupperà per l’80% in Tanzania, sarà lungo 1.443 chilometri e porterà a Tanga, un porto tanzaniano sull’Oceano Indiano, il petrolio estratto da Tilenga e Kingfisher, due grandi giacimenti scoperti nel 2006 in Uganda sulle rive del lago Alberto. Per l’intero progetto di estrazione e trasporto serviranno almeno dieci miliardi di dollari, circa metà dei quali andranno alla realizzazione dell’oleodotto. Partecipano all’impresa la compagnia petrolifera cinese CNOOC, la francese Total, la società petrolifera statale Uganda National Oil Company e, limitatamente all’oleodotto, il Tanzania. A pieno regime si prevede la produzione di 230mila barili di petrolio al giorno, il che farà dei giacimenti del Lago Alberto uno dei dieci più importanti progetti africani. L’obiettivo è iniziare a vendere il greggio ugandese sui mercati internazionali entro il 2025. 

A parlare per i vescovi cattolici tanzaniani è stato monsignor Jude Thaddaeus Ruwa’ichi, arcivescovo di Dar es Salaam e responsabile dei problemi ambientali e sociali per la Conferenza episcopale, che il 18 aprile ha incontrato esponenti e azionisti del progetto EACOP. Durante l’incontro monsignor Ruwa’ichi ha lodato e benedetto il progetto sostenendo che la sua realizzazione è vitale e che trasformerà sensibilmente l’economia del Tanzania e dell’Uganda con benefici effetti duraturi sugli abitanti di entrambi i paesi. Si prevede in effetti che, una volta completato, le esportazioni renderanno fino a due miliardi di dollari all’anno, mentre la realizzazione dell’intero progetto creerà circa 12mila posti di lavoro direttamente, altri 50mila indirettamente e profitti per 1,7 miliardi di dollari per le imprese locali. A conferma delle sue affermazioni monsignor Ruwa’ichi ha portato l’esempio dell’oleodotto Tazama, lungo 1.710 chilometri, costruito nel 1968, che attraversa tutto il paese per trasportare petrolio dal porto di Dar es Salaam allo Zambia. «EACOP – ha detto – non sarà il primo oleodotto realizzato in Tanzania. Il Tazama esiste da oltre 50 anni e non ha mai creato problemi o crisi. Quindi facciamo sentire la nostra voce e parliamo a favore di questo progetto dal momento che siamo sicuri che il nostro governo sta rispettando tutte le norme ambientali».

Monsignor Ruwa’ichi si riferisce al delicatissimo problema causato dal fatto che l’oleodotto costeggerà o attraverserà tratti di riserve faunistiche che vanno assolutamente tutelate sia per la salvaguardia della biodiversità sia perché attirano milioni di visitatori e rappresentano quindi una importante, irrinunciabile fonte di introiti e di valuta straniera. È effettivamente indispensabile, essenziale che i lavori di costruzione e l’esistenza dell’oleodotto non alterino gli ecosistemi che fanno del Tanzania una delle più amate mete del turismo mondiale. Ne ha parlato il 18 aprile anche il segretario generale della Conferenza episcopale, Charles Kitima. «Abbiamo bisogno – ha detto – che siano adottate tutte le necessarie cautele e le migliori tecnologie per la difesa dell’ambiente. Lo abbiamo detto molto chiaramente ed è questo che i vescovi vogliono».  

Ma per i sostenitori dell’Ecologia integrale questo non è sufficiente e neanche apprezzano che, direttamente o indirettamente, la produzione di petrolio possa permettere di ridurre l’uso di legna e carbone come fonte di energia. Per loro, bisogna smettere di usare il petrolio, a qualunque costo: è l’unica politica ambientale ammissibile. Nuovi impianti di estrazione e nuovi oleodotti sono una aberrazione, un peccato mortale, forse più grave ancora, perché contro la natura, di quello invece denunciato da diverse Ong, convinte che la resa in termini economici e ambientali del progetto, per grande che sia, non valga il danno arrecato alle comunità che andranno trasferite in nuovi insediamenti per far spazio ai lavori dell’oleodotto. Del problema i vescovi tanzaniani sono consapevoli. Finora sembra  che risarcimenti e trasferimenti siano stati fatti cercando di ridurre al minimo i disagi, in certi casi allestendo case in muratura per famiglie che lasciavano villaggi di capanne. Anche questo, pensare al bene delle comunità espropriate, è una priorità per i vescovi tanzaniani. Nell’incontro del 18 aprile lo ha detto monsignor Flavian Kassala, vescovo di Geita, che ha però anche esortato la popolazione a interessarsi alle opportunità economiche che il progetto offre più che ai risarcimenti che sicuramente non mancheranno e anzi sono già stati corrisposti al 98%.

Ma anche questo non soddisfa certe Ong di ispirazione cattolica e certi istituti missionari. Sono quelli che, invece di chiedere al governo tanzaniano come fanno i vescovi cattolici, di dimostrarsi responsabile e capace di vincere la tentazione di approfittare del progetto assecondando una consolidata tradizione di malgoverno e corruzione, invece di impegnarsi, come promette la Conferenza episcopale, a vigilare che l’impresa sia davvero una opportunità economica preziosa, a beneficio di tutti e non di pochi, preferiscono lanciare delle logore, sterili denunce. «Il ritorno economico sarà a vantaggio delle aziende petrolifere, non certo delle popolazioni locali» dice don Sandro De Angeli, fidei donum della diocesi di Urbino. «L’Uganda diventa una preda. Si direbbe l’ennesimo furto di risorse anche perché questo petrolio verrà esportato» sostiene Venite e Vedrete Onlus.

Sono accuse di chi continua a pensare che siano le multinazionali e i Paesi ricchi a saccheggiare l’Africa. Invece, come succede per tutte le risorse naturali del continente, anche nel caso del petrolio estratto nel Lago Alberto e trasportato a Tanga neanche un barile lascerà l’Africa senza essere stato pagato. Tutto dipende da che cosa ne faranno gli Africani del denaro guadagnato. La Conferenza episcopale del Tanzania si direbbe abbastanza libera da ideologie da esserne consapevole.


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