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Alden Biesen

Vertice Ue, l'Italia cerca una nuova postura europea

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Tra il superamento del duopolio franco-tedesco e la ricerca di nuove intese con Berlino, Roma tenta di ridisegnare i confini della propria influenza. Il vertice di Alden Biesen segna un cambio di passo che punta su semplificazione e pragmatismo, isolando la linea di Parigi.

Politica 13_02_2026
Vertice di Alden Biesen (LaPresse)

L’incontro informale dei capi di Stato e di Governo dell’Unione Europea, tenutosi nel castello di Alden Biesen – in Belgio –, restituisce un’immagine “inconsueta”: l’Italia che prende l’iniziativa in Europa. Il pre-vertice è stato promosso insieme alla Germania e al Paese ospitante, il Belgio, per fare il punto su uno dei temi decisivi per il futuro dell’Unione: la competitività, in vista del Consiglio europeo di marzo. «C'è sicuramente un motore tedesco-italiano sui temi, rafforziamo la cooperazione bilaterale con Germania, ma non è qualcosa che si fa contro qualcun altro», ha dichiarato la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, poco prima dell’inizio del vertice. Si tratta di una postura che si muove sui fili di quel pragmatismo assai caro alla premier e al nome di Mario Draghi, ovvero a colui che è tornato a rievocare qualche giorno fa, all’Università di Lovanio, la necessità di un «federalismo pragmatico», come strada maestra da seguire per far sì che l’Unione Europea faccia quel salto di qualità necessario per diventare «potenza» e muoversi come «unico soggetto».

L’asse Meloni-Merz, ribattezzato anche come «Merzoni», ha destato sorpresa nelle cancellerie europee, arrivando a scalfire (almeno simbolicamente) lo storico duopolio franco-tedesco e a disarcionare Roma dal perimetro latino (Spagna, Grecia). Al di là delle etichette, però, sotto il tavolo ci sono soluzioni opposte per ridare fiato e slancio ad un’Ue preda di burocrazia e ideologie inconcludenti. Il feeling tra Roma e Berlino si è instaurato attorno al tema della deregulation, ipotizzando perfino un cosiddetto «freno di emergenza» per tutte quelle normative di Bruxelles che finiscono con il risultare sgradevoli e controproducenti per gli Stati che le adottano. Viceversa, è stata bocciata la proposta del presidente francese Emmanuel Macron – sostenuta dalla Spagna di Pedro Sánchez – di un debito comune europeo per finanziare progetti industriali e di difesa, fortemente contrastata dalla Germania e, in generale, dai Paesi cosiddetti «frugali». Un’ipotesi, peraltro, di cui Giorgia Meloni si è detta «personalmente […] favorevole», essendo tuttavia consapevole che si tratta di uno «dei dibattiti più divisivi qui in Europa», motivo per cui è necessario ricalibrare prospettive e costruire nuovi equilibri.

A ben vedere, è proprio da mosse come questa che si comprende il modus operandi della premier italiana e la sua visione strategica. Così come si comprende il ruolo che lei immagina possa svolgere Mario Draghi. Quest’ultimo, a Lovanio, ha ricordato che «la strada migliore per l’Europa è quella che sta già percorrendo: concludere accordi commerciali con partner affini che offrano diversificazione e rafforzare la nostra posizione nelle catene del valore in cui siamo già critici. È qui che oggi l’Europa esercita potere». Il cambio di linea dell’Italia sull’accordo Ue-Mercosur (Mercato comune del Sud) perfezionatosi a gennaio, e che ha isolato la Francia dal resto dei Paesi dell’Ue, si muove proprio in questa direzione. E alla luce di un simile approccio devono leggersi le parole pronunciate dalla stessa premier italiana in occasione del vertice di Alden Biesen: «L’Ue deve scegliere: se la sua strategia è di aprire ad accordi di libero scambio allora deve sapere di non poter iper-regolamentare, per questo serve semplificare».

L’approccio di Giorgia Meloni, per certi versi, rievoca la postura internazionale intrapresa dall’Italia intorno alla metà degli anni Cinquanta, che venne ribattezzata dal democristiano Giuseppe Pella con il nome di «neoatlantismo». Chiusi definitivamente i conti con il passato, la leadership democristiana di allora avvertiva la possibilità di ritagliare per l’Italia una posizione di autonomia strategica nel quadro dell’alleanza atlantica. Per fare ciò, occorreva una forte dose di equilibrio, una franca disposizione al dialogo e, soprattutto, una capacità di immaginare scenari ove rapportarsi con l’Italia sarebbe risultato conveniente anche per gli altri attori internazionali. Difficile dire se la premier italiana sia effettivamente in grado di riuscire a percorrere una strada simile, e soprattutto di affrontare imprevisti e strade minate, come quelle che costarono la vita a Enrico Mattei, figura da sempre particolarmente apprezzata da Giorgia Meloni. Risulta altresì difficile che la presidente del Consiglio italiana segua Mario Draghi, quando questi boccia l’ipotesi di una «confederazione» europea, come strada per diventare una potenza reale, concreta («Dobbiamo quindi decidere se restare semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui, oppure compiere i passi necessari per diventare una potenza. Ma sia chiaro: mettere insieme piccoli Paesi non produce automaticamente un blocco potente. Questa è la logica della confederazione — la logica con cui l’Europa opera ancora in difesa, politica estera e finanza pubblica. Questo modello non genera potere. Un gruppo di Stati che coordina resta un gruppo di Stati: ciascuno con un veto, ciascuno con un proprio calcolo, ciascuno vulnerabile a essere isolato. Il potere richiede che l’Europa passi dalla confederazione alla federazione»).

Assolutamente concreta, invece, è la possibilità che l’Italia possa tornare a ricredere in se stessa “pensandosi” diversa, riconoscendo un ruolo che troppo spesso una classe politica non all’altezza ha costantemente sminuito, offeso, umiliato.