Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Sant’Apollonia a cura di Ermes Dovico
CINA

Venti anni a Jimmy Lai, l'esito del processo-farsa a Hong Kong

Ascolta la versione audio dell'articolo

Una condanna a morte, la fine del sistema legale a Hong Kong, la morte definitiva della libertà nell'ex colonia britannica, una lezione per Taiwan. Sono le prime reazioni alla sentenza per l'imprenditore ed editore cattolico Jimmy Lai, simbolo della lotta per la democrazia. Alla lettura in un'aula gremita e commossa, presenti sua moglie Teresa e il cardinale Zen.
- LA TESTIMONIANZA DI UNA SUA GIORNALISTA: «È un martirio bianco»
- DOSSIER: Jimmy Lai, un cattolico contro il Potere

Esteri 09_02_2026 English

Venti anni di carcere, in sostanza una condanna a morte. Così ha deciso la Corte di Hong Kong per Jimmy Lai, l’editore e imprenditore 78enne, in esecuzione del verdetto di colpevolezza già emesso a dicembre secondo la Legge sulla sicurezza nazionale varata dal governo cinese nel 2020 per schiacciare il movimento democratico.

Jimmy Lai, a cui lo scorso ottobre è stato assegnato dalla Bussola il premio "Fatti per la Verità”, è in carcere già da 5 anni per altre accuse sempre legate alla sua battaglia per la democrazia e la libertà di Hong Kong, e ora è stato condannato per tre capi d’accusa: due per cospirazione e collusione con forze straniere, e una per pubblicazione di materiale sedizioso sul suo giornale Apple Daily, chiuso d’autorità nel 2021. Con Jimmy Lai altri sei dirigenti di Apple Daily e due attivisti pro-democrazia sono stati condannati a pene che variano dai sei anni e 3 mesi ai 10 anni.

La sentenza – in un’udienza iniziata puntualmente alle 10 del mattino (le 3 di notte in Italia) - è stata letta in 10 minuti dal giudice in un’atmosfera molto tesa, con una massiccia presenza di pubblico all’interno e all’esterno del tribunale, dove i sostenitori di Jimmy Lai hanno iniziato a prendere posto già da venerdì sera, in mezzo a un dispiegamento eccezionale di forze di polizia. Presente in aula anche sua moglie Teresa, a fianco del vescovo emerito di Hong Kong, il cardinale Joseph Zen, che poi hanno lasciato insieme il tribunale. Jimmy Lai è entrato in aula indossando una giacca bianca e occhiali scuri, ha rivolto un grande sorriso verso i suoi familiari e sostenitori e Teresa lo ha salutato con un breve cenno della mano. Jimmy è rimasto calmo e ha sorriso brevemente anche alla lettura della sentenza, mentre molti dei presenti piangevano..

Quella dell’editore e direttore di Apple Daily è la condanna più pesante finora comminata in applicazione della famigerata Legge sulla sicurezza nazionale: «l’ultimo chiodo sulla bara della libertà di stampa a Hong Kong», ha dichiarato Jodie Ginsberg, presidente della Commissione per la Protezione dei Giornalisti (CPJ), che ha anche sottolineato come la Cina sia il regime che conta più giornalisti in carcere: ben 51, di cui 8 a Hong Kong.

«Oggi è un giorno buio per chiunque crede nella verità, nella libertà e nella giustizia», ha dichiarato in un comunicato il figlio di Jimmy Lai, Sebastien, che lo scorso ottobre ha ritirato a Vimercate il premio della Bussola assegnato a suo padre. Questa condanna «significa la totale distruzione del sistema legale di Hong Kong e la fine della giustizia». Sebastien Lai, che attualmente vive in esilio nel Regno Unito, nei giorni scorsi era stato anche molto critico del premier britannico Keir Starmer che, recatosi in Cina e incontrato il presidente cinese Xi Jinping lo scorso 29 gennaio, aveva evitato di sollevare il caso di Jimmy Lai (che pure ha passaporto britannico) per non compromettere i nuovi accordi commerciali tra Regno Unito e Cina.

La figlia di Lai, Claire, ha invece parlato di una sentenza «straziante e crudele» aggiungendo che se «applicata, morirà come un martire dietro le sbarre». Se anche dovessero essere applicati i benefici di legge per la buona condotta, Jimmy Lai non potrebbe uscire di carcere prima di aver compiuto 90 anni, ma la stessa Claire ha denunciato più volte il deterioramento, in questi anni di detenzione, della salute di suo padre che soffre di diabete e ipertensione.

Per questo, la coordinatrice del team internazionale di avvocati che assiste Jimmy Lai, Caoilfhionn Gallagher, ha dichiarato che «ora che questo processo farsa è finito, chiediamo ai leader di tutto il mondo di parlare a una sola voce per chiedere alla Cina di liberare Jimmy Lai così che possa almeno tornare dalla sua famiglia a Londra». La via dell’espulsione da Hong Kong è infatti ormai l’unica possibilità di vedere tornare in libertà Jimmy Lai, che – ricordiamo – è anche cittadino britannico.

La vicenda di Jimmy Lai è stata seguita da vicino anche dalle autorità di Taiwan, che da tempo subiscono le pressioni anche militari della Cina popolare. Il governo di Pechino ha proposto più volte di applicare a Taiwan lo stesso regime di Hong Kong “un Paese, due sistemi”: la vicenda di Jimmy Lai – ha dichiarato in un comunicato il governo taiwanese – dimostra  che «con il modello di governo “un Paese, due sistemi” le libertà e i diritti promessi al popolo di Hong Kong non sono altro che parole vuote». E il popolo di Taiwan deve «prendere la dolorosa esperienza di Hong Kong come una lezione e difendere le libertà conquistate nella vita quotidiana».