• L'EDITORIALE

Una uccisione barbara, ma non cambiamo la realtà

L'uccisione di Vittorio Arrigoni non può non suscitare sdegno, però è necessaria qualche riflessione sulla situazione a Gaza e su cosa sia lavorare per la pace.


Una uccisione barbara, non c’è dubbio. Un gesto vile che non può non suscitare sdegno, a prescindere dalle posizioni culturali e politiche che si hanno. Non si può giustificare in alcun modo l’assassinio di Vittorio Arrigoni, qualunque sia la vera matrice e la reale motivazione di un tale gesto, ancora da chiarire.

Questo però non ci deve esimere da qualche riflessione, soprattutto nel modo – dei nostri politici e media - di leggere questi avvenimenti e la realtà di Gaza in cui Arrigoni operava. Checché se ne dica Gaza è al centro di un’area di guerra, e non certo da ieri. Ed è una guerra in cui non tutti i buoni stanno da una parte e tutti i cattivi dall’altra, come invece certi politici e certe organizzazioni non governative (Ong) vorrebbero far credere. Peraltro il documentatissimo articolo di Massimo Introvigne in Primo Piano, mostra con chiarezza che anche all’interno del mondo dei “presunti buoni” c’è una guerra nella guerra. Non a caso Arrigoni non è la prima vittima di questo conflitto tra Hamas e gruppi qaedisti o salafiti. Entrambe le parti palestinesi, inoltre, fanno del terrorismo una loro arma di affermazione.

Proprio per questo risulta quanto meno ideologica l’etichetta di “pacifista” affibbiata alle Ong che operano a Gaza, soprattutto quelle “politiche” come l’International Solidarity Movement (Ism), cui Arrigoni aderiva. Basta leggere il loro sito internet, dove si inneggia al boicottaggio contro Israele, per capire che di questa guerra sono parte integrante. Il fatto di predicare l’uso di “mezzi non violenti” e di non condividere l’uso del terrorismo, non toglie il fatto che sia considerata giustificata la “resistenza armata” delle vittime palestinesi contro i carnefici israeliani, e il boicottaggio si è spinto fino alle iniziative culturali di dialogo tra organizzazioni palestinesi e israeliane. E’ una scelta legittima, per carità, ma sia consentito affermare che lavorare per la pace, costruire dei ponti, è un’altra cosa: è anzitutto riconoscere la realtà, che è molto più complessa di quel che si vuole rappresentare, cogliere ogni occasione per creare dialogo e fiducia reciproca, lavorare per lo sviluppo integrale delle persone, impegnarsi nell’educazione.

C’è poi un altro fenomeno cui bisogna prestare attenzione. I “pacifisti” italiani si presentano in queste aree come gli “occidentali buoni” che sono al fianco di questi popoli oppressi contro gli “occidentali cattivi” o contro l’Occidente tout court. Ma bisogna aver chiaro che per i gruppi islamisti radicali non si fa distinzione tra sinistra e destra, non importa se in Italia si vota Berlusconi o Bersani, o se negli Usa si è votato per Obama o per Bush. Le ong pacifiste sono accolte finché sono utili alla causa, ma gli occidentali restano comunque dei nemici. Continuare a pensare il contrario è una pericolosa illusione.

Tutto ciò non deve far mai dire, davanti a barbare esecuzioni come quella di Arrigoni, che “se l’è cercata”. Però non si aiuta a capire la realtà se si continua a darne un’immagine distorta dall’ideologia o dal politicamente corretto.

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