• EDITORIALE

Una preghiera contro la blasfemia

Oggi è la giornata dedicata ad Asia Bibi e a tutte
le vittime pachistane della Legge sulla blasfemia. Perché tenere alta l'attenzione del mondo dà risultati, la preghiera ancora di più.


Asia Bibi. Ormai è un nome che dovremmo conoscere bene. Oggi tutto il mondo è chiamato a pregare per lei, in carcere perché cristiana. Dal Pakistan l’iniziativa della preghiera si è estesa a tutto il mondo, attraverso agenzie di stampa e organizzazioni non governative che si sono unite e hanno rilanciato l’adesione a questo gesto. Si tratta di un gesto semplice: un momento di preghiera in famiglia, nei posti di lavoro, una candela accesa sul davanzale della finestra, un lume virtuale sui social network. Anche noi della Bussola Quotidiana aderiamo e invitiamo tutti i nostri lettori a farlo. Per Asia Bibi e per tutte le vittime della Legge sulla Blasfemia in Pakistan.

E’ un gesto importante, e non è un caso che alla Legge sulla Blasfemia abbia dedicato un’attenzione particolare papa Benedetto XVI lo scorso 10 gennaio nel discorso al Corpo Diplomatico presso la Santa Sede, affermando che essa merita una “menzione particolare tra le norme che ledono il diritto delle persone alla libertà religiosa”, e invitando le autorità pakistane  “a compiere gli sforzi necessari per abrogarla, tanto più che è evidente che essa serve da pretesto per provocare ingiustizie e violenze contro le minoranze religiose”.

Ricordiamo allora anzitutto cos’è la Legge sulla Blasfemia. Essa è stata inserita negli anni ’80 del secolo scorso nel Codice penale pachistano che il governo britannico varò nel 1860. Si tratta  di un’aggiunta alla sezione 295 che nelle intenzioni originarie proteggeva i sentimenti religiosi delle diverse comunità. Nel 1927, quando ancora India e Pakistan formavano un unico territorio sotto il controllo britannico e c’erano già stati incidenti, fu aggiunto l’articolo 295-A, che citava espressamente i cittadini del Pakistan come soggetti per cui veniva rafforzata la tutela. Così la sanzione massima per chi violava questa legge (minimo era una multa) saliva da 2 a 10 anni di detenzione. Ma negli anni ’80 il generale golpista  Zia ul-Haq nel promuovere l’islamizzazione delle istituzioni pachistane (considerava necessario l’appoggio dei mullah per rafforzare il suo potere), aggiunse due successivi emendamenti alla sezione 295. Nel 1982 il 295-B prevedeva la prigione a vita per chiunque dissacrasse una copia del Corano o la citasse per scopi illegittimi.

Ma ai fondamentalisti non bastava ancora, così nel 1986 fu aggiunto il 295-C che prevede l’obbligatorietà della condanna a morte per chiunque usa parole irrispettose nei confronti di Maometto. Non solo, per la prima volta fu introdotta la norma per cui i reati riferiti al 295-C possono essere giudicati soltanto da un giudice islamico. Peraltro bastano due testimoni per confermare l’accusa in giudizio, senza bisogno di indagini volte ad accertare la veridicità dei fatti contestati.
Sebbene alla fine degli anni ’80 si sia restaurato un processo democratico, tutti i governi che si sono succeduti, pur di impostazione laica, non hanno mai rimesso in discussione questa legge. E chi ci ha provato, ci ha rimesso con la vita. L’ultimo caso noto è quello del ministro per le Minoranze religiose Shahbaz Bhatti, cattolico, massacrato da un commando integralista il 2 marzo scorso.

Tra il 1984 e il 2004 sono state oltre 5mila le denunce di blasfemia e, oltre ai cristiani, hanno riguardato gli ahmadi (una comunità religiosa che nasce dall’islam ma che viene considerata eretica), gli stessi musulmani e, in misura minore, gli indù che pure sono la minoranza più grossa presente in Pakistan. Inoltre i fondamentalisti non si accontentano delle condanne, tanto che nel corso di questi anni si sono registrate alcune decine di esecuzioni extra-giudiziali, vale a dire l’assassinio di persone accusate di blasfemia ma il cui giudizio non era stato ancora emesso. E, neanche a dirlo, nessuno ha mai pagato per questi omicidi.

La Legge sulla Blasfemia è allo stesso tempo conseguenza e origine di un clima politico-religioso sempre più violento e oppressivo verso le minoranze, a conferma che la libertà religiosa è davvero la madre di tutte le libertà.

Perché dedicare una giornata di preghiera a questa causa? Essenzialmente per due motivi. Il primo è immediato, quasi ovvio: per far conoscere a tutti la situazione, per sensibilizzare e fare pressione sulle autorità pachistane, che sentano il peso di un’opinione pubblica mondiale che considera come un’offesa a tutti questa sistematica violazione della dignità umana. Tenere alta l’attenzione, tenere costantemente puntati i riflettori sul Pakistan e su questa famigerata legge, dà anche dei risultati positivi, come dimostra la scarcerazione, il 17 aprile, di Arif Masih, che era stato arrestato dodici giorni prima con l’accusa di aver strappato pagine dal Corano. Ma era solo il desiderio di regolare vecchi conti da parte del suo vicino di casa. Il suo caso era diventato subito noto e anche questo ha contribuito al felice, per ora, esito della vicenda. Vogliamo ora che venga liberata anche Asia Bibi, in carcere da due anni, dove ha subito violenze di ogni tipo, ormai un simbolo di questa battaglia per la libertà religiosa. E con la sua liberazione vogliamo che venga finalmente cancellata questa legge vergognosa, che offende tutta l’umanità.

C’è anche un secondo motivo per unirsi oggi alla preghiera. Perché infatti è stato scelto questo strumento, la preghiera, e non invece dimostrazioni di piazza, sit-in davanti alle ambasciate del Pakistan e quant’altro?

Perché sappiamo che la preghiera è il metodo più efficace, è ciò che permette ad Asia Bibi e ai cristiani del Pakistan di vivere nelle condizioni tremende in cui sono; è ciò che ha permesso al ministro Shahbaz Bhatti di dare la propria vita a difesa della verità, non per un astratto ideale ma perché reputava come suo ideale “avere un posto ai piedi di Gesù”. Sappiamo che la vera libertà, la giustizia, vengono da Dio non dai potenti di questo mondo. Rivolgendoci a Lui, chiedendoGli di sostenere nella prova i nostri fratelli pachistani e di illuminare coloro che hanno in mano la giustizia umana, per ciò stesso invitiamo anche i governanti del Pakistan a voltarsi verso Colui a cui dovranno rendere conto l’ultimo giorno.

In questa Settimana Santa, in cui siamo chiamati a misurarci con l’amore di chi, innocente, si è lasciato crocifiggere per salvarci, non abbiamo nulla da rivendicare. Desideriamo soltanto la nostra conversione e la conversione di tutti gli uomini, ben sapendo per esperienza, che questo è l’unico modo per realizzare la giustizia.

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