Un nuovo fronte. Il governo iracheno autorizza l'attacco alle basi americane
Il premier ad interim Mohammed Shia' al Sudani autorizza le milizie sciite (Pmf) all'uso di ogni «mezzo disponibile», in risposta all'attaco aereo americano che ha decimato i loro vertici. Un nuovo fronte si apre. Un passo in più dell'Iraq verso il baratro.
Il Medio Oriente del 2026 sta assistendo a un paradosso istituzionale che potrebbe riscrivere le regole della sovranità nel Golfo. Ci troviamo in Iraq, dove il via libera del premier ad interim Mohammed Shia' al Sudani all'uso di ogni «mezzo disponibile» da parte delle Forze di Mobilitazione Popolare (Pmf), la potente galassia di milizie sciite che agisce come braccio armato dell'influenza iraniana, segna un punto di non ritorno. Elevando una coalizione paramilitare legata a doppio filo a Teheran a pilastro della difesa nazionale contro le minacce esterne, il governo di Baghdad sta ufficializzando la “milizianizzazione” dello Stato iracheno.
Questa svolta segue il raid aereo che, pochi giorni fa, ha colpito il quartier generale delle Pmf provocando la morte di un alto ufficiale e di altri quattordici combattenti. Concedendo tale mandato a forze che, pur integrate nell'esercito dal 2016, sono rimaste un corpo estraneo alla gerarchia regolare, il Consiglio di Sicurezza Nazionale ha fornito uno scudo legale e politico a un insieme di gruppi abituati finora a muoversi nell'ombra. Fazioni come Kata’ib Hezbollah, che costituisce la componente più numerosa e strutturata della coalizione, ottengono così la “licenza ufficiale” per trasformare la loro lunga scia di attacchi contro basi americane e obiettivi israeliani in operazioni a viso aperto.
Le Pmf nascono nel giugno 2014 come risposta d'emergenza alla caduta di Mosul. Innescate da una fatwa dell'Ayatollah Ali al-Sistani, hanno federato oltre sessanta milizie preesistenti per arginare l'avanzata dello Stato Islamico, dando vita a un esercito parallelo che, si stima, conta circa 230mila combattenti articolati in comandi provinciali. Sebbene il cuore politico dell'organizzazione batta a Teheran, il loro ruolo nella sconfitta di Daesh è stato cruciale, ma non privo di ombre. La storia delle Pmf è segnata da pesanti accuse di crimini di guerra contro la popolazione sunnita, in particolare nei massacri di Hamrin, Barwana e Tikrit, e dalla scelta di ignorare l'esortazione dello stesso al-Sistani, che nel 2017 aveva chiesto il ritorno di ogni arma sotto l'esclusivo controllo dello Stato.
Invece di integrarsi nelle strutture regolari, queste formazioni hanno convertito il proprio peso militare in potere politico attraverso l'Alleanza Fatah, una coalizione elettorale nata per dare voce istituzionale ai gruppi armati sciiti. Portando i propri comandanti direttamente nei banchi del Parlamento di Baghdad, questa forza politica ha completato un'ascesa che ha reso le Pmf l’arbitro ultimo della sicurezza nazionale irachena.
Che tale concessione avvenga proprio ora non è un caso: la sopravvivenza di al-Sudani dipende dai vertici politici di quelle stesse milizie a cui viene accordata licenza di colpire. In questo baratto silenzioso, la sovranità dello Stato viene sacrificata sull’altare di una cinica necessità politica senza la quale l'esecutivo sarebbe probabilmente caduto nel giro di poche ore.
Le conseguenze operative di questa scelta sono immediate. Con circa 2.500 soldati americani ancora in Iraq, il "via libera" alle Pmf mette nel mirino il personale statunitense ed europeo, rendendo la permanenza della Coalizione militarmente insostenibile e spingendo le relazioni tra Washington e Baghdad verso una rottura definitiva. Il rischio di escalation valica i confini nazionali per investire l'intero scacchiere arabo, replicando su scala regionale le fratture già esplosive visibili in Libano. Qui, il braccio di ferro tra il ruolo distruttivo di Hezbollah e i tentativi di riacquisire autonomia decisionale del ministro Youssef Rajji, che ha recentemente compiuto una mossa senza precedenti espellendo l’ambasciatore iraniano, dimostra come l'invadenza di Teheran stia portando gli equilibri mediorientali verso il punto di rottura totale.
Se nel breve periodo questa legittimazione garantisce al governo una precaria tregua politica, nel lungo termine condanna l'Iraq a una deriva istituzionale permanente. Il rischio è la cristallizzazione di un modello in cui la flessibilità tattica delle milizie sostituisce la strategia di sicurezza nazionale, rendendo il ripristino di un ordine statale funzionante un obiettivo sempre più lontano.
La palla passa ora a Teheran e ai vertici delle Pmf. Se la risposta militare arriverà, come appare probabile, l’Iraq cesserà di essere un mediatore regionale per diventare, ancora una volta, il campo di battaglia di una guerra non sua.

