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Ucraina, ortodossi uniti e in piazza

La protesta in Ucraina contro il governo filo-russo si sta intensificando e oggi si prevedono violente manifestazioni a Kiev. La Chiesa ortodossa, divisa da 22 anni fra il Patriarcato di Mosca e quello di Kiev, ritrova la sua unità, scendendo in piazza.

Maidan

Oggi si potrebbe aprire una nuova fase nella lunga lotta dell’opposizione ucraina contro il presidente Viktor Yanukovich. I manifestanti hanno promesso un’altra protesta di massa nel centro di Kiev. E fino a ieri non sembravano voler mollare l’edificio del comune della capitale, occupato sin dall’inizio della protesta, benché il governo avesse accettato di amnistiare tutti i manifestanti detenuti e li avesse già liberati. Dopo tanta violenza e molte promesse disattese, fra la paura di nuovi interventi della polizia e di rapimenti da parte di squadracce filo-governative (fra cui quella dell’attivista Dmytro Bulatov, sequestrato e torturato), gli oppositori non mostrano di voler accontentarsi dell’amnistia e chiedono precise garanzie di immunità in caso di ritirata. In ogni caso, oggi l'edificio occupato è stato abbandonato.

Quella in Ucraina, nata come una protesta contro una singola scelta del governo (la mancata adesione all’Accordo di Associazione con l’Unione Europea) si è ormai trasformata in una rivolta patriottica contro l’ingerenza della Russia, di cui Yanukovich è visto come un agente locale. A dire il vero entrambe le parti si accusano di tradimento e di connivenza con potenze straniere. I russi hanno buon gioco nel far sentire la telefonata (in chiaro) della portavoce del Dipartimento di Stato americano Victoria Nuland all’ambasciatore statunitense a Kiev, in cui parla disinvoltamente dei futuri governi ucraini come fossero cosa propria. Così facendo, i russi accusano i manifestanti di essere dei “burattini” al soldo degli americani. Dall’altra parte, l’ingerenza russa è però ancor più esplicita. È stato palesemente Putin a spingere Yanukovich a non sottoscrivere l’Accordo di Associazione. Ed è stato sempre il presidente russo a premere per l’unione doganale nello spazio ex sovietico in cambio di aiuti consistenti (15 miliardi di dollari). Ma oltre a questi contatti formali, secondo i manifestanti, anche gli squadroni di picchiatori che terrorizzano i manifestanti sarebbero costituiti da russi, oltre che da ucraini. Lo stesso Dmytro Bulatov, sopravvissuti ad atroci torture, racconta di essere stato sequestrato da persone che «parlavano russo, con accento russo e agivano da professionisti». Potrebbero essere, però, anche ucraini russofoni, che costituiscono il nerbo del sostegno al presidente Yanukovich e sono maggioranza etnica in Crimea e nelle regioni orientali.

L’Ucraina appare, dunque, come un Paese diviso e conteso. Stupisce, dunque, che le Chiese nazionali, finora anch’esse divise, appaiano più unite del previsto e siano tutte in piazza, assieme ai manifestanti, per mediare nei momenti di maggior tensione, ma in molti casi anche per solidarizzare con l’opposizione. Gli ucraini non sono solo divisi fra cattolici (greco-cattolici) e ortodossi, ma hanno anche due Chiese ortodosse, una delle quali risponde al patriarcato di Mosca e l’altra al recente patriarcato di Kiev.

Su questo giornale abbiamo già parlato della Chiesa greco-cattolica che ha preso le parti degli oppositori e, per questo motivo, rischia una nuova persecuzione da parte del governo post-sovietico. Le Chiesa ortodossa era interamente sotto il Patriarcato di Mosca sino a tempi recentissimi. Il Patriarcato di Kiev, infatti, è nato solo nel 1992 sotto l’allora metropolita Filarete, immediatamente dopo la proclamazione di indipendenza del Paese dall’Unione Sovietica e in seguito al rifiuto del patriarcato di Mosca di riconoscerne l’autocefalia. Il Patriarcato di Kiev mira a distinguersi quale unica vera Chiesa nazionale, ma tuttora non è riconosciuto dalle altre Chiese ortodosse orientali e, in Ucraina, è contrastato dal clero fedele al Patriarca di Mosca. Kiev, infatti, è all’origine della Russia cristiana, di cui era l’antica capitale e il Patriarca Cirillo non intende perderla, esattamente come Putin intende riassorbire quella nazione secessionista nell’ambito di una nuova “Grande Russia”. Come spesso avviene, nella storia delle Chiese ortodosse, le vicende di clero e politica si fondono, con il primo che svolge il ruolo di braccio spirituale del secondo. Sarebbe dunque abbastanza logico assistere ad una spaccatura politica delle due Chiese durante questo periodo di torbidi, con il patriarcato di Mosca dalla parte di Putin e Yanukovich e quello di Kiev dalla parte degli insorti.

Ma non è così, a quanto risulta. In una lettera riportata tradotta da Asia News, il metropolita Antony, della Chiesa ortodossa ucraina-patriarcato di Mosca, scrive: «Diversi monaci della nostra Chiesa sono scesi in via Grushevsky (la strada sulla quale si affaccia la Rada Suprema, il parlamento ucraino ed epicentro dei disordini di fine gennaio, ndr), seguendo la loro coscienze, quando era in atto un terribile confronto tra dimostranti e forze dell'ordine. È stata una loro decisione personale, ma quando la leadership della Chiesa lo ha saputo, ha sostenuto la loro iniziativa, senza ambiguità. Quando la Chiesa considera moralmente inaccettabile sottomettersi agli ordini delle autorità pubbliche, si riserva il diritto di chiedere ai suoi membri una pacifica disobbedienza civile. Ma certo questa decisione è presa dalla suprema autorità ecclesiastica. Oggi, ognuno di noi (le varie Chiese, ndr) deve fare il possibile per salvare il Paese. E per adempiere a questo importantissimo compito, siamo aperti alla collaborazione sia con le forze politiche, che con le altre confessioni. Allo stesso tempo, le questioni di principio che ci dividono non sono scomparse. Quando la crisi sociale sarà superata, torneremo a discutere dei modi per superare la divisione della Chiesa in Ucraina».

Parole non dissimili da quelle dell’Arcivescovo Yevstrati, della Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Kiev: «La Chiesa è chiamata a fare da pacificatore. Non posso guardare questi scontri stando in disparte. La gente sta ascoltando la Chiesa e posso dire che negli ultimi due mesi il ruolo pubblico e l'influenza della Chiesa sono cresciuti molto. C'è stata una discrepanza tra la Chiesa ortodossa ucraina-Patriarcato di Mosca e quella russa. Quest'ultima è strutturalmente abituata ad aderire alle posizioni del governo fino alla fine. Così per i loro sacerdoti scesi sul Maidan è stato più difficile che per noi. La Chiesa dice una sola cosa: meno violenza e dialogo non fine a se stesso, ma per ottenere risultati. Insisteremo per il proseguimento dei negoziati, ma non faremo da moderatori. Non possiamo prenderci la responsabilità di decisioni che spettano al governo. Così come non vogliamo che il governo prenda decisioni sulla vita della Chiesa. Il Patriarcato di Mosca e quello di Kiev sono in conflitto da 22 anni. Ma entrambi dicono che lo Stato non può risolvere il nostro conflitto. Sosteniamo l'integrazione europea, anche se sappiamo che l'Europa non è il paradiso terrestre. Il Patriarca Filarete ha detto che la Chiesa deve sempre sostenere la giustizia. Se le autorità agiscono in modo giusto, la Chiesa le sostiene. Se si comportano in modo ingiusto, la Chiesa non può appoggiarle. La Chiesa è sempre dalla parte della gente. Perché senza le persone la Chiesa è semplicemente un edificio. Bellissimo, ma vuoto».

 

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