Tutto l'Iran in rivolta contro la Repubblica Islamica
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Da rivolta dei bazaari a insurrezione generale contro il regime islamico in due settimane. Almeno due città nelle mani degli insorti. E anche la repressione si intensifica. Manovre degli Usa e il principe Pahlavi come punto di riferimento del dissenso.
La rivolta in Iran era scoppiata come una protesta dei bazaari, dei negozianti, contro le disastrose politiche economiche del regime islamico di Teheran, contro il caro vita e il crollo del rial, la valuta nazionale. Giunte alla seconda settimana, queste proteste sono diventate qualcosa di molto più serio: il tentativo di rovesciare la Repubblica Islamica. Non vengono semplicemente chieste riforme, vengono abbattuti i simboli della Rivoluzione Islamica: le bandiere ammainate, i poster di Khomeini e di Khamenei dati alle fiamme, le statue abbattute, fra cui quella del generale Soleimani, di cui il regime celebra il sesto anniversario dell’uccisione da parte degli americani. Proprio l’amministrazione Trump, che aveva ordinato la sua eliminazione come rappresaglia per gli attentati contro i soldati americani in Iraq, oggi non resta a guardare. E una notevole concentrazione di forze alle porte dell’Iran fa pensare che si prepari un colpo di mano, se dovesse presentarsene l’occasione.
Monitorare la rivolta è sempre più difficile, a causa del blocco di Internet imposto dal regime a partire dall’8 gennaio. Se prima giungevano informazioni frammentarie, soprattutto tramite social network, oggi dobbiamo affidarci a piccoli collegamenti di dissidenti che riescono a procurarsi connessioni di fortuna. Soprattutto grazie ai satelliti di Starlink (Elon Musk) possiamo ancora vedere le immagini delle manifestazioni di massa. Il punto della situazione, all’8 gennaio, era incredibilmente grave per il regime islamico. I manifestanti si erano impossessati di intere città, come Ahvaz (nel Khuzestan) e Nahavand (nello Hamedan), dove le autorità non erano più in grado di reagire. Anche nella città settentrionale di Mashad, il centro cittadino risulterebbe ancora nelle mani degli oppositori. Nella stessa Teheran almeno due quartieri, Andisheh e Ashrafi Esfahani, sono nelle mani degli insorti e la sede della televisione nazionale è stata data alle fiamme. La ribellione contro la Repubblica Islamica è dilagata come un incendio estivo in due settimane in tutte e 31 le province del paese, nessuna esclusa, anche se l’attività degli insorti è più intensa a Teheran che altrove. Nella capitale si conta il 20% del totale delle manifestazioni.
Si hanno informazioni frammentarie anche della repressione, che comunque è stata violenta sin dalla prima settimana dopo un primo tentativo di “dialogo” da parte delle autorità. L’episodio più scandaloso è l’incursione dei paramilitari Basij nell’ospedale Imam Khomeini di Malekshahi, per arrestare i manifestanti feriti, incursione che ha provocato morti e ulteriori feriti anche fra i parenti dei giovani ricoverati. Le stime delle vittime variano a seconda delle fonti, dai venti ai cinquanta morti. La stima più alta è di 51 morti, data da Iran Human Rights, Ong basata in Norvegia. Fonti mediatiche, come la Bbc, hanno confermato l’identità di 22 vittime della repressione. A fronte di sempre più vaste diserzioni nelle fila della polizia, l’Iran sta importando miliziani sciiti dai paesi vicini, soprattutto dall’Iraq, dove sono partiti (sotto la copertura di un “pellegrinaggio”) alla volta delle città iraniane almeno 800 miliziani delle brigate Badr e di Qataib Hezbollah. Il peggio potrebbe essere iniziato fra ieri e oggi, con la disconnessione dell’intero paese da Internet, mossa che fa temere che il regime non voglia testimoni. L’allarme viene lanciato dalla premio Nobel Shirin Ebadi che parla di rischio “massacro” una volta che gli occhi indiscreti sono allontanati. «L’estensione dell’uso della forza di regime contro i manifestanti sta aumentando – spiega anche Mahmood Amiry-Moghaddam, direttore di Iran Human Rights – È molto alto il rischio che la violenza si intensifichi dopo lo spegnimento di Internet».
Il presidente Usa Donald Trump aveva ventilato la possibilità di un intervento, se il regime “come suo solito” avesse ucciso manifestanti innocenti. Ora è disposto a intervenire? In una sua ultima intervista, rilasciata proprio l’8 gennaio, ha fatto capire di non averne troppa intenzione: ha attribuito le morti fra i manifestanti alla “calca”, dunque a incidenti e non alla repressione. Lascia intendere, dunque, che il regime iraniano non abbia ancora passato la sua “linea rossa”. Però qualcosa si muove, negli Usa. Sia militarmente che politicamente.
Militarmente parlando, gli Stati Uniti stanno rafforzando il loro contingente in Iraq, inviando rinforzi alla 101^ Divisione d’assalto aereo e soprattutto schierando forze speciali, i Delta Force (antiterrorismo), mentre i Night Stalkers (gli incursori protagonisti del raid di Caracas), trasferiti in Gran Bretagna potrebbero prossimamente essere rischierati nel Golfo. È anche aumentato il numero di aerei da trasporto e velivoli militari, come se si stesse preparando una grande operazione aviotrasportata. Difficile prevedere un’azione a sorpresa, potrebbe essere solo pressione sul regime. Ma l’effetto morale lo sta facendo, considerando che i manifestanti invocano Trump e hanno ribattezzato diverse strade da loro controllate col nome del presidente americano.
Sul piano politico, Donald Trump è pronto a ricevere il figlio dell’ultimo Shah di Persia, Reza Ciro Pahlavi, punto di riferimento per sempre più dissidenti e manifestanti iraniani. Non si dice disposto a restaurare la monarchia, ma è pronto a prendere le redini del paese a seguito di un eventuale voto libero, dopo la caduta dell’attuale regime. Pahlavi ha pronto un programma per la trasformazione del paese nei primi 100 giorni di governo, redatto con l’aiuto di esperti iraniani di tutti i settori. Ci sarebbe anche un esecutivo pronto, grazie al lavoro preparatorio svolto da organizzazioni iraniane in esilio negli Usa, come la National Union for Democracy in Iran. È assieme a questa associazione che il principe Ciro ha formulato il suo “progetto di prosperità” per la trasformazione del paese. Non sono previste solo riforme strutturali, ma anche un cambiamento radicale in politica estera, con l’ingresso dell’Iran nei Patti di Abramo (normalizzazione delle relazioni con Israele, assieme a Emirati Arabi Uniti e Bahrein). Trump non sta dando un assegno in bianco al principe Pahlavi, ma lo incontrerà martedì prossimo nella sua residenza a Mar a Lago: anche questo è un segnale forte.
Inutile, però, vendere la pelle dell’orso senza averlo prima catturato e il regime islamico è ancora al potere ed è armato. Molte altre volte, in occasione delle rivolte del 1999, del 2009 e del 2019, pareva sul punto di cadere. Non mancano, anche in questa occasione, voci di una caduta imminente. Si parla anche di un possibile accordo per un esilio dorato dell’ayatollah Khamenei a Mosca, come Assad prima di lui. Ma non ci sono prove o testimonianze attendibili per confermare questa tesi. Però, la prova che il regime sia preoccupato per la situazione è il cambio di registro della sua propaganda. Nella prima settimana di protesta, pareva voler ignorare la protesta o, fino a certi limiti, anche assecondarla, ascoltarla, venirle incontro. Alla fine della seconda settimana, invece, è lo stesso Khamenei che parla, condannando i manifestanti e aumentano le accuse a fantomatici “agenti stranieri” che starebbero alimentando la protesta. Nell’ultima versione ufficiale, tutti i manifestanti sarebbero al servizio del Mossad israeliano e di Donald Trump. Questo è il segnale che il regime ha paura. E che si prepara ad ammazzare.


