Torre Milano, l'assoluzione per un'intera città sotto accusa
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La prima sentenza sull'urbanistica milanese assolve gli otti imputati nel processo relativo al grattacielo di via Stresa e smentisce i teoremi della Procura. Siamo solo all'inizio ma è un segnale decisivo per l'immagine di Milano, finora descritta come simbolo di un sistema opaco.
La sentenza arrivata martedì dal Tribunale di Milano rappresenta un passaggio destinato a pesare nel dibattito pubblico sull'urbanistica milanese e sul ruolo della magistratura. Il giudice Paola Braggion ha assolto gli otto imputati del processo relativo alla cosiddetta Torre Milano, il grattacielo realizzato in via Stresa, con la formula “il fatto non costituisce reato”. Si tratta della prima e, finora, unica vicenda tra quelle scaturite dalle numerose inchieste della Procura di Milano ad arrivare a una sentenza.
Gli imputati – dirigenti comunali, professionisti, progettisti e operatori immobiliari – erano accusati, a vario titolo, di abuso edilizio, lottizzazione abusiva e falso. Secondo l'impostazione accusatoria, la torre sarebbe stata autorizzata attraverso procedure e documentazioni non adeguate. Il Tribunale ha invece assolto tutti gli imputati.
Le motivazioni saranno depositate nei prossimi mesi, ma già dalle prime indicazioni emerse appare evidente che il cuore dell'impostazione accusatoria non ha retto al vaglio del giudice. Secondo quanto riferito dal presidente del Tribunale di Milano, Fabio Roia, la decisione sarebbe legata all'assenza del dolo, elemento essenziale per configurare i reati contestati. In altre parole, il Tribunale ha escluso che vi fosse un comportamento penalmente rilevante da parte degli imputati.
È un passaggio che assume inevitabilmente un valore politico e istituzionale. Per oltre un anno l'inchiesta sull'urbanistica milanese ha dominato il dibattito pubblico, alimentando il sospetto che nella gestione dello sviluppo della città si fossero consumate gravi irregolarità. La prima sentenza disponibile racconta però una storia diversa: non una rete di illeciti, ma una vicenda che, almeno secondo il giudice di primo grado, non integra fattispecie di reato.
Naturalmente occorre ricordare che siamo soltanto all'inizio del percorso giudiziario. La Procura potrà impugnare la sentenza e saranno le motivazioni a consentire una valutazione più approfondita. Inoltre, le altre inchieste ancora aperte seguono percorsi autonomi. Tuttavia sarebbe sbagliato minimizzare il significato di quanto accaduto. Se per mesi si è attribuito alle indagini un valore quasi definitivo, oggi la prima decisione di un tribunale impone una riflessione altrettanto seria.
Colpiscono, in questo quadro, le parole del sindaco di Milano, Giuseppe Sala. Commentando la sentenza, il primo cittadino ha parlato di una sostanziale gestione politica della giustizia. Un'affermazione destinata a far discutere, non soltanto per il suo contenuto ma anche per la provenienza. Da anni il tema dell'uso politico della giustizia è stato evocato soprattutto dal centrodestra. Sentire un esponente di primo piano del centrosinistra denunciare dinamiche analoghe rappresenta un elemento di novità che merita attenzione.
Se davvero, come sostiene Sala, vi è stato un utilizzo improprio dello strumento giudiziario, allora la questione non riguarda soltanto gli imputati assolti ma il rapporto complessivo tra magistratura, politica e amministrazione. E pone una domanda inevitabile: chi risarcisce una città quando un'inchiesta produce effetti economici e reputazionali enormi e le accuse non trovano conferma in sede processuale?
È questo forse il tema più rilevante. Per mesi Milano è stata raccontata come il simbolo di un sistema opaco. L'incertezza generata dalle inchieste ha contribuito a bloccare investimenti, rallentare cantieri e congelare decisioni amministrative. Secondo alcune stime circolate nel dibattito pubblico, il danno economico complessivo potrebbe arrivare a diversi miliardi di euro, fino a 14 miliardi. Numeri che dovranno essere verificati con precisione, ma che danno l'idea della portata del problema.
Non va dimenticato, inoltre, il destino del cosiddetto "Salva Milano". Il provvedimento che avrebbe dovuto chiarire il quadro normativo e fornire regole certe per gli interventi urbanistici si è sostanzialmente arenato nel dibattito parlamentare. Proprio il clima creato dalle inchieste ha reso impossibile affrontare serenamente una questione che richiedeva soprattutto chiarezza legislativa. La politica non è riuscita a colmare i vuoti interpretativi e la magistratura ha finito per occupare uno spazio che non le appartiene.
Vi è poi un ulteriore elemento che alimenta il dibattito. Tra i protagonisti delle inchieste vi è l’ex procuratrice aggiunta Tiziana Siciliano, che nel frattempo ha annunciato la propria candidatura a vicesindaco e assessora alla trasparenza del Comune di Milano a supporto del candidato sindaco Massimiliano Lisa, con la lista civica Milano Libera. Una scelta legittima sul piano personale e politico, ma che inevitabilmente riapre la discussione sul confine tra iniziativa giudiziaria e protagonismo pubblico delle toghe, soprattutto in procedimenti che hanno avuto una fortissima esposizione mediatica.
La sentenza sulla Torre Milano non chiude dunque la stagione giudiziaria dell'urbanistica milanese. Sarebbe un errore sostenerlo. Ma segna certamente uno stop importante. Per la prima volta un tribunale si è pronunciato nel merito e lo ha fatto demolendo l'impianto accusatorio costruito dalla Procura. La formula assolutoria scelta dal giudice parla da sola: il fatto non costituisce reato.
Milano attende ancora risposte definitive dai successivi gradi di giudizio e dalle altre inchieste. Ma una conclusione può già essere tratta. Quando un'indagine produce per mesi effetti politici, economici e mediatici enormi, la magistratura ha il dovere di essere particolarmente rigorosa e prudente. Perché l'assoluzione di ieri non riguarda soltanto otto imputati: riguarda anche l'immagine di una città che per oltre un anno è stata posta sotto processo agli occhi dell'opinione pubblica.
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