Tiro: bombardamenti israeliani, cimiteri di Hezbollah e profughi siriani
Tiro è una città relativamente tranquilla, ma alle spalle di quella che è ancora, a tutti gli effetti, la linea del fronte, con attacchi israeliani quasi tutti i giorni. Reportage con interviste a residenti locali e profughi in fuga dalla Siria.
Negli ultimi giorni Idf ha intensificato gli attacchi quotidiani sul Libano, bombardando decine di località nel sud e nella valle della Bekaa. L’escalation ha avuto luogo mentre l’esercito libanese annunciava l’avvenuto disarmo di Hezbollah nella zona a sud del fiume Litani, la più prossima al confine con Israele, e l’inizio delle operazioni di disarmo in tutto il resto del Paese. Gli ordini di evacuazione, diramati da Idf in alcuni casi, non sono serviti ad evitare morti e feriti.
Un carro armato Merkava di stanza in una postazione occupata da Israele in territorio libanese ha sparato addosso ad alcuni effettivi di Unifil nei pressi della Blue Line, la linea di demarcazione tra i due Paesi, senza provocare vittime ma suscitando l’ennesima reazione indignata del corpo di peacekeeping delle Nazioni Unite.
Il quotidiano libanese Annahar riporta che, secondo una fonte diplomatica “ben informata”, al Libano sarebbe stato concesso da Washington un “periodo di grazia” di qualche settimana per permettere all’esercito di disarmare Hezbollah con tutto il tempo necessario. «Le forze internazionali capeggiate da Washington sono al momento occupate con gli eventi in corso in Iran; dunque gli Usa stanno facendo pressioni su Israele affinché si trattenga dall’intraprendere operazioni militari espansionistiche in Libano o in qualunque altra arena. Ciò concede al governo libanese più tempo per le operazioni di disarmo di Hezbollah, mentre Israele prosegue con i suoi attacchi quotidiani» ha dichiarato la fonte alla testata.
Ci troviamo a Tiro, capoluogo della regione del Sud, e in attesa di ulteriori sviluppi decidiamo di visitare l’area archeologica di al Bass, che vanta resti di epoca romano- bizantina, anche se l’insediamento originario risale all’età del ferro. Il sito, dichiarato da Unesco patrimonio dell’umanità, si trova dentro la città moderna, inserito tra i quartieri densamente costruiti e popolati che gli sono cresciuti attorno. Dal lato del mare le rovine guardano a sud-ovest, verso il confine con Israele, e si affacciano sul cimitero sciita dove sono sepolti i caduti di Hezbollah. Nei dintorni non c’è casa, negozio, magazzino che non abbia un ritratto di un “martire” ucciso da Idf, che sia un combattente della milizia sciita o un civile. I combattenti appaiono tutti giovani e sorridenti - i più anziani dimostrano quarant’anni, i più giovani sembrano adolescenti, in alcuni casi bambini. Solo dal settembre 2024 ad oggi Israele ne ha uccisi più di diecimila, e feriti e mutilati un numero incalcolabile. Guardandoli ci tornano alla mente le parole di un amico di Beirut sull’attuale situazione dei membri di Hezbollah: «hanno sacrificato la loro vita per un inganno, li attende un brusco risveglio...».
L’ingresso di al Bass è maestoso: un’ampia via colonnata romana accoglie i visitatori in tutta la sua imponenza. Basta
un’occhiata più da vicino, però, per constatare che l’area versa in stato di abbandono, priva di indicazioni segnaletiche o pannelli illustrativi e piena di erbacce cresciute ovunque. Nel silenzio del luogo si avverte improvvisamente un tonfo in lontananza: è un colpo di mortaio sparato, apprenderemo piu tardi, da Idf nei pressi di Naqoura. Un uomo richiama la nostra attenzione offrendoci monete di bronzo e d’oro “di epoca fenicia” - dichiara solennemente in inglese - mentre ci mostra statuette, anelli ed altri piccoli oggetti che starebbero assai meglio nelle teche di un museo che nelle sue mani. Ha trovato tutto lui assieme a suo fratello sulla battigia sottostante, spiega, particolarmente generosa in fatto di ritrovamenti archeologici.
Ci porta a vedere il posto, forse per convincerci all’acquisto – per una moneta di bronzo, a occhio di epoca bizantina, chiede dieci dollari. A un tratto si ferma e lasciando per un attimo i suoi tesori ci indica le cartacce portate dal mare sul bagnasciuga: «guardi qua, le scritte sono in ebraico», dice mostrando una lattina. «Israele è dall’altra parte, oltre quelle colline che spuntano dal mare». Nonostante la situazione in città sia al momento tranquilla, qui il conflitto con il potente vicino del sud è sempre presente, impossibile da dimenticare. È lontanissima – e non solo temporalmente – l’epoca in cui dal sud del Libano le contadine andavano a piedi a vendere uova e verdura nei villaggi della Galilea.
Usciti dal sito ci imbattiamo in Zeynab (nome di fantasia), una donna di quarantacinque anni che ne dimostra molti di più, infagottata com’è in un velo aderente, pochi denti rimasti. Siede sul lungomare e vende bottigliette d’acqua ai passanti - ha anche un contenitore frigo per chi le desidera fredde. È siriana di Latakia, di fede sciita, e ha tanta voglia di raccontare la sua storia. Dice che mesi fa ha deciso di scappare in Libano dopo le stragi di alawiti nella sua città. Del suo arabo precipitoso capiamo la parola “daesh” che ripete di continuo passandosi l’indice da una parte all’altra della gola. A Tiro ha trovato in affitto una stanza con bagno, adatta a lei che non ha marito e vive sola, per duecento dollari al mese; si arrangia vendendo l’acqua seduta su un cuscino che si porta da casa - sempre al solito posto, ogni giorno, dalla mattina fino alle tre del pomeriggio, ci tiene a precisare.
Anche Ali (nome di fantasia), un ragazzo sulla ventina originario della città, ha il corpo segnato dalla fatica e il volto invecchiato precocemente. Parla un po’ di inglese e Zeynab lo interpella per tradurre concetti che le stanno a cuore e che ci vuole spiegare. Ali lavora come rider assieme a suo fratello; ne ha anche un altro impiegato in un negozio, e una sorella che “sta a casa”. Hanno perso il padre da poco, ci informa, mentre la mamma «si è rifatta una vita in Georgia» e non si fa vedere da anni. Inutile chiedergli che simpatie abbia o come la pensi: sul profilo di whatsapp ha un’immagine di Hassan Nasrallah, storico leader di Hezbollah ucciso da Idf nel settembre 2024. Davanti alla sua gentilezza ed educazione la mente torna alle parole dell’amico di Beirut sui membri della milizia sciita: «Sono allevati come agnelli, per essere sacrificati nelle occasioni speciali. E la parte spaventosa di tutto questo è che lo sanno e lo accettano. Per chi lo fanno? Per un leader che è morto, per supportare la guida suprema in Iran? Sono così addolorato per loro...». Difficile non essere d’accordo.


