• IL FILM

“The Father”: l'abbandono di un padre che ritorna figlio

Un magistrale Anthony Hopkins, padre orgoglioso ma ormai inesorabilmente in declino, racconta i giorni confusi della sua malattia nello struggente e commovente film The Father - Nulla è come sembra” di Florian Zeller. L’uomo perde progressivamente memoria e identità, ma ci mostra un nuovo rapporto tra genitori e figli, in cui la fragilità dell’anziano trova pace solo nell’abbandono a chi lo può riaccompagnare con dolcezza tra le braccia del Padre.

Accade per tutti nella vita che il rapporto con il padre o con la madre si trasformi radicalmente, quando il genitore non è più autosufficiente e ha bisogno del sostengo dei suoi  figli, che lo hanno sempre considerato punto di riferimento per la loro esistenza. Il protagonista di The Father è appunto un padre che si è sempre sentito il fulcro della famiglia, ma che stenta a riconoscere la sua nuova inaspettata fragilità. Florian Zeller, drammaturgo francese al suo esordio alla regia cinematografica, dirige splendidamente un magnifico Anthony Hopkins  (interpreta l’ottantatreenne Anthony, meritando pienamente il suo secondo Oscar) e un’intensa Olivia Colman (la figlia Anne), rifacendosi alla sua pièce teatrale Le père (e per l’adattamento si guadagna anche lui un Oscar). Siamo in un quartiere residenziale di Londra, in un elegante  appartamento che non è mai lo stesso, perché lo spettatore è trascinato nelle suggestioni della mente fallace del vivace ottantenne, che alterna momenti di divertente e divertita lucidità ad allucinazioni  a tratti angosciose, in cui  confonde la sua bella casa con quella della figlia che lo ospita temporaneamente, insieme ad alcuni personaggi la cui identità vera sarà svelata solo alla fine. 

Il film ha l’andamento di un thriller che scava nelle emozioni e nei sentimenti dei personaggi, per cui il pubblico partecipa con commozione all’ironia, mista a sconcerto e strisciante paura, di Anthony; così come è incantato dal profondo affetto, non sempre corrisposto, della premurosa figlia Anne, che vede il padre un tempo forte, a cui è profondamente legata, perdere lentamente lucidità. Ma ciò che ci inchioda allo schermo è il rovesciamento di prospettiva del racconto, che ci introduce progressivamente nella mente e nell’inconscio del tormentato protagonista, che non riconosce più la sua casa, sua figlia, e perde continuamente il suo prezioso orologio, simbolo di un ordine del tempo e dello spazio ormai smarrito. Lotta disperatamente contro una malattia di cui non ha alcuna percezione: “Io sono intelligentissimo!”, proclama con convinzione all’ultima badante  che la figlia gli propone dopo che lui ha cacciato in malo modo tutte le altre. Ma  la perdita di consapevolezza, che l’allontana sempre più dalla realtà, progredisce velocemente. L’unico punto fermo sembrano essere l’angolo di strada che lui osserva  dalla finestra e le musiche confortanti che accompagnano i suoi momenti di pura pace. Musiche bellissime, sulle note di Ludovico Einaudi e dell’incantevole aria di Nadir da Les pêcheurs de perles di Georges Bizet, tanto amata dal vegliardo, che l’ascolta con le  cuffie, adagiato in poltrona, isolandosi dal mondo.

Il film offre un’esperienza cinematografica e umana profondamente coinvolgente, perché vi possiamo trovare un riflesso del nostro vissuto, speranze e timori, proprio per l’evidenza del dolore e della gioia del cammino di ogni uomo, sia come figlio che come genitore. I frammenti di realtà di Anthony, che cerchiamo di ricomporre come in un giallo, aprono le porte alle nostre debolezze, e nell’emozione crescente per quel padre spaventato e confuso riconosciamo l’inevitabile destino di ogni essere umano, perennemente alla ricerca di un approdo, compreso quello finale. L’aspetto più affascinante è il ritorno del protagonista alla dimensione dell’infanzia (è proprio vero che il vecchio “rim-bambisce”, cioè ritorna un po’ bambino), unica possibilità di vero abbandono, quando prevalgono solitudine e disorientamento. Bellissima la scena finale di accoglienza materna, imprevedibile e profondamente toccante, perché i bisogni dell’essere umano all’inizio e alla fine della vita sono gli stessi. Un uomo elegante e dignitoso ma ormai disorientato, la cui unica certezza è l’orologio che non riesce mai a ritrovare, ci apre la strada a un percorso interiore anche nostro, in cui la fragilità non è una condanna, ma la cifra vera di ogni esistenza.  Solo se è accettata innanzitutto da noi stessi, anche per coloro che non possono più averne consapevolezza, può aiutarci ad affrontare la vita, persino nei suoi drammatici momenti finali. Questo è vero per anziani e figli, a patto che  questi ultimi siano disposti a cambiare l’immagine di sé e del proprio padre. Anne, per esempio,  è costretta ad  accettare che  il papà inconsapevole continui a preferire l’altra figlia Lucy, prematuramente scomparsa, mentre è lei che si occupa quotidianamente di lui con amorevole dedizione.  

Forse l’insegnamento più grande è proprio questo: “Il problema è vivere consapevoli che c’è la morte”. Questa affermazione del medico servo di Dio Enzo Piccinini può spiegare il fascino di The Father, che oltre  che per i bravi attori  di cui si avvale, conquista per la pregnanza umana del tema proposto. L’epidemia di Covid ci ha portato via decine di migliaia di ottantenni e novantenni, senza permetterci neppure di salutarli. Ma accompagnare con dolcezza, pazienza e riconoscenza i nostri anziani è compito perenne di una società. E non è un problema di ricchezza (la condizione di Anthony è decisamente agiata) e neppure di scelte (alla fine, dopo essere stato accolto temporaneamente dalla figlia Anne, il protagonista viene necessariamente ricoverato in una casa di cura i cui  corridoi assomigliano a quelli della sua abitazione…). Restano le domande sincere di Anthony, ormai vicino al momento finale: “Ma io chi sono? E cosa ci faccio qui?”. Domande che, se prese sul serio, aiuteranno noi e i nostri cari a vivere i diversi momenti della nostra vita in un clima di verità e accoglienza.

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