Terra Santa, i capi delle Chiese denunciano il “sionismo cristiano”
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I capi delle Chiese della Terra Santa hanno diffuso un comunicato in cui criticano, pur senza citarlo esplicitamente, l’Israeli Christian Voice, un gruppo collegato agli evangelici e che rischia di mettere a rischio la presenza cristiana in Israele.
È una storia che si ripete da anni, alimentata dalle medesime cause, ma, soprattutto, da un disegno sotterraneo che mira a seminare disordine e generare tensioni tra le comunità cristiane. Stiamo parlando del “Sionismo cristiano”, un movimento nato negli Stati Uniti e riconducibile all’attivismo degli evangelici americani, e che rischia ora di mettere a repentaglio la presenza cristiana in Israele e Palestina. Secondo i capi delle Chiese della Terra Santa, vi sono «persone» impegnate a «sviare l’opinione pubblica, diffondere confusione e compromettere l’unità tra chi professa la fede cristiana e gli altri credenti». È questo uno dei passaggi chiave del documento, reso pubblico in questi giorni in Terra Santa, nel quale si denuncia l’attivismo di questi militanti cristiani che hanno trovato il sostegno di politici che ricoprono ruoli di responsabilità all’interno del governo Netanyahu e che hanno come obiettivo quello di arrecare danni allo status quo, quell’insieme di norme che regolano, da secoli, la «presenza cristiana in Terra Santa e nel più ampio Medio Oriente».
Il comunicato diffuso è però enigmatico: non vengono fatti nomi, ma si percepisce chiaramente che la critica è rivolta all’Israeli Christian Voice. Le posizioni espresse da questo gruppo, così come le ultime iniziative politiche che ha promosso, sono considerate motivo di preoccupazione da chi guida le Chiese tradizionali. Si tratta di un gruppo collegato alle correnti evangeliche fondate sulla teologia della prosperità, che opera in modi diversificati: dall’acquisto forzato di proprietà appartenenti da secoli ai cristiani, alle politiche fiscali che il governo vuole applicare per tutte le strutture delle Chiese che svolgono un servizio caritatevole. Il loro leader, Ihab Shlayan, ha comunque deciso di rispondere ai capi delle Chiese, utilizzando la sua pagina Facebook. Proprio da questo canale, apprendiamo che The Israeli Christian Voice è un’associazione civile, regolarmente registrata in Israele, che si propone come voce autonoma dei cristiani del Paese. Fondata da un colonnello riservista, questo Ihab Shlayan, l’organizzazione dichiara di impegnarsi a favore degli interessi, della dignità e del futuro della comunità cristiana.
Ma le Chiese tradizionali non possono ignorare quanto sta accadendo in Cisgiordania, dove i coloni tiranneggiano, cacciando dalle loro case i palestinesi, incendiando le loro abitazioni, sradicando piantagioni di ulivi, pur di impossessarsi della terra dei palestinesi, e questo sotto gli occhi accondiscendenti di governo e polizia. Azioni che cozzano con quanto ebbe modo di dichiarare il primo ministro Benjamin Netanyahu nel corso di una conferenza nel dicembre 2025: «Israele difende i cristiani in tutta la regione, ovunque si trovino ad affrontare diffuse intimidazioni e persecuzioni». Aggiungendo: «Sappiate che Israele sarà sempre al vostro fianco». Parole, solo parole! Ben sapendo che la realtà a Gerusalemme non è così.
L’elenco degli attacchi contro i cristiani o le strutture da parte dei coloni è aumentato a dismisura. Ma il primo ministro minimizza. Sostiene che gli episodi di aggressione, incendi e danneggiamenti agli oliveti palestinesi non rappresentano un problema strutturale degli insediamenti, ma sarebbero causati da una ristretta minoranza, che peraltro non risiede negli insediamenti ufficiali della Cisgiordania. Ha poi definito questi comportamenti come un fenomeno marginale, pur riconoscendo che si tratta di atti di vigilantismo che Israele deve contrastare con decisione.
Ma la gravità della situazione supera di gran lunga l’idea di qualche episodio isolato: gli incidenti censiti si contano a centinaia, delineando uno scenario inquietante dove le comunità palestinesi vivono in condizioni complicate e probabilmente irreversibili. In un simile contesto, la violenza non può essere disgiunta dalle dinamiche politiche e militari, che non solo l’hanno permessa, ma di fatto l’hanno incentivata. L’operazione di minimizzare, condotta dal primo ministro, rischia, dunque, di essere una manovra retorica, un tentativo di placare l’opinione pubblica senza affrontare realmente la gravità della crisi in atto.
Che i cristiani non stiano vivendo un momento tranquillo lo dimostra il fatto che le scuole cristiane di Gerusalemme stanno attraversando un momento molto difficile. Recentemente, le autorità israeliane hanno imposto severe restrizioni sui permessi agli insegnanti provenienti dalla Cisgiordania: alcune autorizzazioni sono state completamente sospese, mentre altre sono state concesse solo per i giorni di lezione. Queste misure stanno mettendo a serio rischio la possibilità degli istituti scolastici di svolgere la propria attività e missione educativa. La dirigenza scolastica ha reagito con fermezza, denunciando l’arbitrarietà delle restrizioni e ribadendo che il diritto ai permessi per tutti i giorni della settimana è essenziale per assicurare un andamento alle attività degli insegnanti, attività che non si limitano alle lezioni: il personale è impegnato anche in programmi extracurricolari, in iniziative a favore della comunità, che si svolgono durante tutta la settimana. Le conseguenze di queste limitazioni sono gravi: ben 171 insegnanti e membri del personale ausiliario sono stati colpiti direttamente, e a causa di queste restrizioni non è stato possibile avviare il secondo semestre, il cui inizio era previsto per il 10 gennaio 2026. Di fatto, risulta attualmente impossibile svolgere regolarmente le attività didattiche. Da parte delle scuole cristiane di Gerusalemme si sottolinea che queste disposizioni non rispettano il messaggio universale di Gerusalemme come Città Santa per tutti e non tutelano chi crede nella continuità dell’educazione. Al contrario, sembrano favorire chi vuole ostacolare il cammino educativo della città.
Il Rossing Center for Education and Dialogue ha promosso un sondaggio per comprendere più a fondo le sfide e i bisogni dei cristiani in Israele e a Gerusalemme Est, con particolare attenzione ai cristiani arabo-palestinesi che ne costituiscono la maggioranza. L'iniziativa nasce dalla necessità di consultare direttamente i membri della comunità, soprattutto in un periodo di crescente polarizzazione politica e incertezza nel Medio Oriente. Dalla ricerca emerge che i cristiani arabo-palestinesi, pur essendo una minoranza (tra i 130.000 e i 140.000, il 6,9% della popolazione arabo-palestinese presente in Israele), rivestono un ruolo di spicco sia sul piano sociale che simbolico. La loro presenza storica e il significato religioso della Terra Santa li rendono fondamentali per le relazioni israelo-palestinesi e per le comunità cristiane internazionali. Essendo sia cristiani che arabo-palestinesi, rappresentano una doppia minoranza, «a livello nazionale, fanno parte della popolazione arabo-palestinese; a livello religioso, sono una minoranza all'interno di tale gruppo». Il rapporto in questione ha evidenziato come queste persone affrontino questioni pressanti quali la sicurezza, la rappresentanza politica, l'emarginazione e le difficoltà identitarie, con la necessità di rafforzare i legami con le Chiese locali e il ruolo chiave delle istituzioni cristiane che offrono un supporto adeguato alle loro esigenze.


