Sudafrica, la remigrazione che non fa notizia e parte dal basso
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Il Sudafrica si mostra essere la prima nazione al mondo ad applicare la remigrazione con successo e velocemente. Tutto, però, fai da te. Perché le rivolte (e i rimpatri) nel Paese sono spontanee e avvengono sotto il naso di un Governo che non sa proprio come arrestare la rabbia.
«Andatevene, tornate nel vostro Paese o ci tornerete in una bara». In Sudafrica va in scena, da settimane, una rivolta contro gli immigrati irregolari che dagli altri Stati africani hanno invaso il Paese. Cortei, a volte anche violenti, in alcuni casi sfociati in scontri con la polizia e atti di vandalismo contro negozi. Una mobilitazione indetta da ben venti sigle tra cui ‘March and March’, ‘Operatione Dudula’ e ‘Progressive Forces’. Sono i militanti dei movimenti sorti nelle regioni zulù. Le tribù tradizionalmente nemiche di quei xhosa nocciolo duro dell’African National Congress di Nelson Mandela e del movimento anti apartheid.
Venticinquemila persone hanno già varcato la frontiera per abbandonare il Paese, spontaneamente, negli ultimi giorni. È questo il primo bilancio ufficiale fornito dalle autorità locali su un esodo che si fa di ora in ora più imponente. Sono intere comunità di cittadini originari di Zimbabwe, Malawi, Ghana e Nigeria che hanno impacchettato tutto per andarsene. Per contro, nei centri di accoglienza decine di migliaia di profughi attendono il rimpatrio col timore costante che scoppino nuovi focolai di violenza.
Il Sudafrica si mostra, così, essere la prima nazione al mondo ad applicare la remigrazione con successo e velocemente. Tutto, però, fai da te. Perché le rivolte (e i rimpatri) nel Paese sono spontanee, dal basso, e avvengono sotto il naso di un Governo che non sa proprio come arrestare la rabbia.
Alla base della protesta, c’è la tendenza a individuare negli immigrati la causa principale della crisi economica interna. Su di loro grava l’accusa di cannibalizzare il mercato del lavoro e di aver provocato il tracollo di una sanità pubblica ormai ridotta a un guscio vuoto, incapace di erogare persino le prestazioni assistenziali minime ai cittadini autoctoni.
Secondo le stime, in Sudafrica risiedono regolarmente circa tre milioni di stranieri – pari al cinque per cento della popolazione complessiva –, arrivati soprattutto dai Paesi vicini in cerca di opportunità. A questi va aggiunta una quota molto consistente e imperscrutabile di lavoratori privi di documenti. Finora l’esecutivo – guidato da una coalizione tra lo storico partito di sinistra, (che ha perso la maggioranza in parlamento per la prima volta dopo 30 anni), l’African National Congress, il partito che fu di Nelson Mandela, e il suo principale rivale di centrodestra, e il Democratic Alliance — ha sempre espresso una ferma condanna verso le violenze, respingendo l’idea di espulsioni di massa coatte. Negli ultimi mesi, tuttavia, la linea governativa si è inasprita nel tentativo di allinearsi alle posizioni dei movimenti contro l’immigrazione.
A metà giugno, migliaia di persone sono fuggite dalle proprie case per paura, dormendo all’aperto sui marciapiedi, nei campi e in accampamenti improvvisati, nella speranza di essere rimpatriate quanto prima nei loro paesi d’origine. Quella che sembra a tutti gli effetti una fuga di massa ha subìto un’impennata a ridosso di martedì 30 giugno, data di scadenza del diktat imposto dai movimenti anti immigrazione in Sudafrica. Nelle ultime settimane, i gruppi radicali hanno orchestrato manifestazioni durissime contro la presenza di stranieri senza documenti. Le loro richieste al Governo sono chiare: esigono un controllo ferreo delle frontiere e, soprattutto, una tutela legislativa che escluda i non sudafricani dal piccolo commercio nei sobborghi, così da restituire i posti di lavoro e la vendita al dettaglio alla popolazione locale. Le tensioni, che hanno iniziato a montare già a marzo, hanno provocato finora quattro morti.
Per contenere la crisi, il governo di Pretoria ha allertato l’esercito. I principali centri urbani, tra cui Johannesburg, Durban, Pietermaritzburg e Città del Capo, sono stati presidiati da colonne di agenti, mentre il timore di rappresaglie ha spinto quasi tutti i negozianti a tenere abbassate le serrande. A Johannesburg la tensione è stata particolarmente evidente: nei quartieri a forte presenza straniera come Hillbrow e Yeoville hanno sfilato migliaia di dimostranti. Tra i manifestanti si notavano gruppi di uomini con i tradizionali bastoni da combattimento Zulù (Izinduku) e scudi di pelle bovina (Isihlangu), ma anche molte donne avvolte nella bandiera nazionale. Sui cartelli spiccavano scritte che chiedevano l’uscita del Sudafrica dalla Convenzione Onu sui rifugiati. Il ministero della Polizia ha parlato di cortei in gran parte pacifici, pur registrando assalti ai negozi e lanci di pietre contro le finestre.
Già lo scorso mese, per provare a contenere il risentimento dei sudafricani, il Governo aveva introdotto nuove misure restrittive per contrastare l’immigrazione irregolare, che hanno portato immediatamente a ottomila espulsioni. Il dato si inserisce in un trend di forte incremento dei rimpatri già evidente negli ultimi anni, passati dai cinquantottomila del periodo 2024-2025 ai quasi centodiecimila registrati nel marzo del 2026. La gestione dei flussi migratori è diventata il fulcro della campagna elettorale per le prossime elezioni locali di novembre, trovando ampio risalto sui media che dedicano molto spazio alle richieste di organizzazioni come “March and March” e “Operation Dudula”, i principali promotori della mobilitazione. Espressioni che nei dialetti locali significano letteralmente “respingere” e “rispedire al mittente” – agiscono ormai come un potere parallelo: picchettano le aziende che impiegano manodopera d’oltreconfine, sbarrano l’ingresso degli irregolari alle cure mediche e improvvisano posti di blocco stradali per setacciare i documenti di automobilisti e pedoni.
Questa galassia ha trovato il suo megafono ideale in leader digitali come Nkosi-khona Ndabandaba, noto alle cronache con lo pseudonimo di “Phakel’umthakathi”. Forte di una platea di circa 2 milioni di seguaci su Facebook, Ndabandaba è il grande orchestratore di oceaniche adunate.
Il Sudafrica, pur seduto su ricchezze minerarie immense, sconta un tasso di disoccupazione che sfiora il 32% e che tra i giovani – la maggioranza assoluta del corpo sociale – supera la soglia drammatica del sessanta per cento. A trasformare queste statistiche in una polveriera è stata la fragilità delle frontiere: per un quindicennio, da nazioni come il Mozambico, il Malawi o la Nigeria, una pressione migratoria costante ha convogliato nel Paese oltre tre milioni di persone in cerca di riscatto. Da alcuni giorni, questa stessa marea umana si ritrova costretta a un percorso inverso per volontà degli autoctoni.
Il fenomeno ha assunto dimensioni continentali: il Malawi ha registrato quasi 9mila richieste di evacuazione immediata, 900 l’Uganda, mentre a Lagos, in Nigeria, è già atterrato un primo ponte aereo con a bordo quasi trecento persone, i primi elementi di un massiccio piano di rimpatrio che proseguirà nei prossimi giorni.
In Europa la chiamerebbero remigrazione.
