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ANNIVERSARIO

De Donno, cinque anni dalla morte del medico del Covid odiato dal sistema

Giuseppe De Donno aveva provato a curare i pazienti di Covid con sangue iperimmune (prelevato da infetti guariti). Respinto dall'Aifa e "dimissionato" dal suo ospedale, la sua morte è stata rubricata come suicidio. Ma i dubbi restano.

Creato 27_07_2026
Giuseppe De Donno

Il 27 luglio del 2021 veniva trovato morto nella sua abitazione il dottor Giuseppe De Donno. Era stato uno dei protagonisti della prima fase - la più difficile - del periodo del Covid.

De Donno, primario pneumologo all’Ospedale di Mantova, promosse l’uso sperimentale del plasma iperimmune come cura alla malattia, avviata nell'ospedale mantovano e poi estesasi anche ad altri ospedali, come il Policlinico San Matteo di Pavia. Il plasma iperimmune, o convalescente, è il plasma raccolto da una persona guarita da una malattia infettiva. Questo plasma contiene anticorpi specifici contro un microorganismo patogeno e può essere usato come terapia per fornire immunità passiva quando trasfuso ad un paziente appena infettatosi con lo stesso microorganismo.

Il plasma iperimmune contiene anticorpi di classe IgG, ma anche IgA ed IgM, il che ha rilevanza per la penetrazione degli anticorpi nelle mucose. Si tratta di una tecnica nota da molto tempo: la celeberrima pandemia di influenza spagnola rappresentò la prima occasione in cui si usò il plasma convalescente come terapia. Una meta-analisi del 2006 su 8 studi condotti ai tempi dell'influenza spagnola, per un totale di 1703 pazienti, ha dimostrato che i pazienti infetti che ricevevano il plasma convalescente avevano un rischio assoluto di mortalità del 21% minore rispetto ai pazienti non trattati col plasma (16% contro il 37%). In linea coi principi generali della terapia antivirale, i benefici più significativi in termini di guarigione clinica e mortalità furono notati nei pazienti che ricevettero il siero convalescente negli stadi iniziali della malattia.

De Donno quindi non aveva inventato nulla di nuovo: si trattava di una pratica di consolidata efficacia, e i risultati che stava ottenendo sembravano essere importanti successi. Tuttavia, il mainstream si scatenò contro il medico mantovano: la narrazione ufficiale era che non ci poteva (e doveva ) essere cura. L'AIFA autorizzò così uno studio nazionale, con il nome ben poco spiritoso di  "Tsunami" (TranSfUsion of coNvaleScent plAsma for the treatment of severe pneuMonIa due to SARS.CoV2), per valutare l'efficacia e il ruolo del plasma, ponendo come "Principal Investigator" l'azienda ospedaliero-universitaria di Pisa.

 De Donno, nel corso di un'audizione al Senato , si scagliò contro tale decisione, lamentando una minor esperienza da parte dell'ente pisano.

Qualche mese dopo, De Donno diede le dimissioni dall’Azienda Ospedaliera. Aveva 54 anni, e quindi non si trattava certo di dimissioni per raggiunti limiti di età. Nel giugno iniziò a lavorare come medico di base sul territorio. Un mese dopo venne trovato impiccato nella cantina della sua casa di Curtatone.

La morte fu subito classificata come suicidio, anche se il medico non aveva lasciato nessun biglietto d’addio, né appariva a chi lo conosceva particolarmente depresso. Era estremamente attivo, e manifestava l’intenzione di realizzare un laboratorio privato dove poter continuare le proprie ricerche e le cure con il suo metodo. La tesi del suicidio non sembra molto compatibile anche con la sua profonda religiosità. Era molto devoto a Padre Pio, e non faceva mistero della propria fede anche pubblicamente.

Tutti lo ricordano come medico attento e umano. Fu un uomo che seppe affrontare con coraggio uno dei momenti più difficili della storia recente, mettendo sempre al centro la dignità del paziente, la ricerca scientifica, l’umanità e il valore della solidarietà. Una persona che dedicò la propria vita agli altri con straordinaria professionalità e profondo senso del dovere.

Un medico che visse la professione come una missione al servizio delle persone. La sua capacità di mettere sempre il paziente al centro rappresenta un esempio che deve continuare a ispirare chi opera nel mondo della sanità. Una testimonianza che deve essere raccolta e continuata. In mezzo ai tanti errori e orrori del periodo pandemico, Giuseppe Di Donno deve essere ricordato come una luce accesa nel buio.