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Strategia di sicurezza nazionale trumpiana, il test del Venezuela

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Il raid americano nel Venezuela, conclusosi con la cattura del dittatore Nicolas Maduro, è coerente con la nuova Strategia di sicurezza nazionale di Trump, per la quale il continente americano deve essere rimesso in sicurezza da ingerenze ostili.

Esteri 05_01_2026
Rubio e Trump (AP)

L'operazione "chirurgica" con la quale l'esercito statunitense ha deposto e arrestato il dittatore venezuelano Nicolas Maduro non è certamente un evento inatteso o imprevedibile. Esso si inscrive logicamente nel quadro della politica estera del secondo mandato trumpiano, esposto in maniera particolareggiata nel documento sulla strategia di sicurezza nazionale pubblicato qualche settimana fa.

Come lo stesso presidente americano ha ribadito con insistenza nella conferenza stampa convocata dopo l'intervento, il Venezuela costituisce un tassello essenziale per la sicurezza degli Stati Uniti nell'"emisfero occidentale", ossia nella nuova "dottrina Monroe" che individua l'intero continente americano come zona in cui non possono essere ammesse intrusioni potenzialmente pericolose per gli Stati Uniti dal punto di vista militare, del controllo delle infrastrutture e di quello delle materie prime strategiche.

Il regime chavista che da un quarto di secolo aveva sequestrato quel paese, precedentemente fiorente economia di mercato, imponendovi un disastroso socialismo populista, costituiva da questo punto di vista uno dei punti più dolenti per Washington. Esso era diventato nel tempo un avamposto degli interessi di potenza cinesi e russi nel subcontinente latino-americano, nonché un alleato della galassia islamista radicale, ossia dell'Iran e dei suoi sicari. Era naturale che Trump, approfittando della crescente debolezza del regime madurista, decidesse di dare ad esso una spallata decisiva, attrezzandosi per pilotare una transizione verso la restaurazione della democrazia: sia pur avvertendo nella conferenza stampa convocata subito dopo l'azione militare che la transizione non sarà un automatico passaggio di consegne alla leader dell'opposizione Maria Corina Machado, che, egli ha specificato, non appare abbastanza forte attualmente per garantire la stabilità del paese.

La caduta di Maduro rappresenta poi, evidentemente, un avvertimento a tutti i governi non filo-statunitensi del continente: dalla Colombia e Cuba, esplicitamente nominati da Trump come i prossimi possibili bersagli, a quelli più forti come il Brasile di Lula e il Messico, con i quali sono in corso trattative gestite in maniera "muscolare" dall'amministrazione. Si va comunque disegnando una mappa dell'America latina filotrumpiana, imperniata sull'Argentina di Milei, sul Cile del neo-eletto presidente José Antonio Kast, sull'El Salvador di Bukele e sul recentemente "allineato" governo di Panama.

È difficile comunque pensare, anche viste le modalità quasi indolori con cui il blitz statunitense si è svolto, che della "normalizzazione" di Caracas non siano state preventivamente informate le altre grandi potenze con cui sono in discussione grandi temi di coesistenza geopolitica, ossia la Cina e la Russia. Nonostante i dinieghi di Trump in proposito, è plausibile che Pechino e Mosca abbiano quanto meno fatto ormai implicitamente buon viso a cattivo gioco rispetto al disegno trumpiano di rafforzamento dell'area di influenza statunitense sull'"emisfero occidentale", e che siano rassegnati forse anche alla caduta, entro qualche tempo, del bastione cubano.

È chiaro che la politica interventista degli Stati Uniti in Sudamerica si inserisce nel progetto di Trump di passare da un multipolarismo mondiale disordinato, come è quello che è maturato a partire dai rivolgimenti della globalizzazione degli anni Duemila, a un multipolarismo "sistemico" imperniato su zone di egemonia chiaramente definite delle potenze maggiori, in cui comunque gli Stati Uniti facciano valere il più possibile la propria preminenza militare, economica e tecnologica. In tale quadro rientra anche, come più volte sottolineato dall'amministrazione statunitense, la stabilizzazione dello scacchiere asiatico e mediorientale, e quindi la risoluzione del conflitto russo-ucraino e la sconfitta della politica destabilizzatrice dell'Iran in Medio Oriente. L'operazione di Caracas, in questa logica, non a caso si assortisce ad una contemporanea, ulteriore pressione sul regime degli ayatollah, che in questi giorni stanno mettendo in atto l'ennesima repressione delle proteste popolari contro la loro feroce teocrazia a capo dell'internazionale jihadista.

Può, quella pressione, preludere a un ulteriore intervento militare contro Teheran per favorire la caduta di Khamenei? Lo capiremo presto. Non è da escludere, comunque, che il regime integralista sia diventato ormai fonte di imbarazzo anche per Pechino, e che Xi e Putin abbiano già scelto di abbandonarlo al suo destino. In cambio di quali contropartite? Per la Russia, sicuramente il riconoscimento delle sue conquiste in Donbass e la riammissione nel giro di affari e consultazioni politiche dei grandi paesi industrializzati occidentali, così come il mantenimento di posizioni in Medio Oriente e la partecipazione alla ricostruzione del dopoguerra a Gaza. E per Pechino? Si può ipotizzare che Trump abbia già dato una tacita concessione ad una futura annessione di Taiwan? Sarebbe coerente con la "sistematizzazione" in corso, anche se non scontato.

Infine, va sottolineato come la linea "muscolare" dell'amministrazione sulle zone vitali di sicurezza americana rifletta soprattutto l'approccio alla politica estera del Segretario di Stato Marco Rubio, molto sensibile peraltro anche per motivi personali ai destini dei paesi centro-sudamericani. È evidente come nel corso del primo anno del secondo mandato Trump la linea "America first" non solo non sia stata mai declinata, fin dall'inizio, come un isolazionismo "pacifista", ma sia stata progressivamente interpretata come un "interventismo realista". Tale approccio ha sicuramente creato delle forti crepe nella coalizione "Maga" (Make America Great Again, rendere di nuovo l'America grande, ndr) che aveva sostenuto la rielezione di Trump, con forti "mal di pancia" delle componenti più nazionaliste. E in tal senso è significativo che nella conferenza stampa non fosse presente, insieme a Rubio e al Segretario alla Guerra Pete Hegseth, anche il vicepresidente J.D. Vance, che in genere accompagna sempre Trump nelle occasioni pubbliche più importanti.

È la sanzione del dissenso sulla linea di politica estera da parte di chi, come Vance, è più vicino alle suddette componenti? In tal caso, si potrebbe dire che ormai la battaglia per la successione tra lui e Rubio è stata ufficialmente dichiarata aperta.