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il caso travaglio

Separazione delle carriere, ma dei giornalisti dalle procure

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Il vemente editoriale di Travaglio sul Fatto contro la procuratrice del caso Minetti e con minacce velate al Presidente della Repubblica svela il metodo da procura in surrogato di certo giornalismo manettaro. E conferma che c'è un'altra separazione delle carriere auspicata: quella dei giornalisti che si credono inquirenti.  

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Editoriali 06_06_2026

La separazione delle carriere dovrebbe essere quella dei giornalisti dai procuratori. O meglio dai giornali che pensano di muoversi come procure, scambiando le inchieste con le indagini, gli intervistati con i testimoni. E confondendo decisamente i piani di giudizio. Se c’è una giornata da segnare con la matita nera sul calendario, per il Fatto Quotidiano è proprio quella del 5 giugno 2026.

Ieri, infatti, il quotidiano diretto da Marco Travaglio ha pubblicato una prima pagina che costituisce un unicum nella storia del quotidiano giustizialista per antonomasia. Una sorta di gronchi rosa del giornalismo, in cui il giornale ha dovuto capitolare sotto la giustizia, quella giustizia che è stata fonte privilegiata per anni.

Prima pubblicando la notizia dell’assoluzione davanti al Gip di Silvio Berlusconi (ormai defunto) e Marcello Dell’Utri in cui si è certificato una volta per tutte e dopo 30 anni di illazioni e fango che l’ex premier non ha avuto alcun ruolo nell’ideazione delle stragi di mafia del ’93 come strategia della tensione in vista della nascita di Forza Italia. Uno smacco, per il Fatto, che ha cavalcato le 6 indagini delle procure per un costrutto che alla prova dei fatti si è rivelato inconsistente.

La seconda notizia che fa dell’edizione di ieri un unicum, è l’attacco senza precedenti alla procuratrice generale di Milano, che ha archiviato il caso Minetti, dando al presidente della Repubblica la giustificazione per confermare la grazia concessale nel febbraio scorso.

La lettera aperta che il direttore del Fatto Marco Travaglio ha scritto alla procuratrice di Milano Francesca Nanni rappresenta qualcosa di clamoroso. Anzitutto perché è la prima volta che il Fatto si scaglia così violentemente contro un procuratore generale, minacciandola di querelarla per diffamazione per aver definito destituite di fondamento le notizie del Fatto; rea di non aver voluto considerare quello che era emerso dall’inchiesta giornalistica di Thomas Mackinson sulle presunte irregolarità messe in atto dall’ex consigliera regionale nella vicenda per ottenere la grazia.

Un editoriale nel quale compaiono anche velate minacce al Presidente della Repubblica di esporlo a “nuove figuracce”, se dovessero emergere ulteriori notizie dall’Uruguay che i cronisti del Fatto stanno scovando. Insomma: un modo di dettare l’agenda del lavoro dei pm che apre più di un interrogativo su come e verso dove è stato condotto il giornalismo “manettaro”, che dietro il paravento della libertà di espressione e con il pallino del giornalismo investigativo ha travalicato i suoi confini.

Ma anche un editoriale che va letto bene in controluce per il linguaggio utilizzato perché in poche righe, Travaglio ha mostrato che cosa sia il giornalismo applicato al giustizialismo, che utilizza il metodo delle Procure senza essere Procura e che già avevamo denunciato con il caso Ranucci.

Travaglio, infatti, parla di “assenza di contraddittorio”, di accuse rivolte al suo giornale di essere un falsario che si possono dare solo con sentenza definitiva, mentre l’inchiesta giornalistica viene descritta come fosse un’indagine della magistratura secondo i crismi dell’autorità inquirente.

Ma c’è di più: Travaglio insinua mancanze della Procura su ciò che avrebbe dovuto fare e non ha fatto e cioè decidere di non ascoltare una massaggiatrice uruguayana che tirava in ballo presunti festini organizzati dalla Minetti, definendola con un linguaggio da questurino “una testimone”, quando semmai, in un’inchiesta giornalistica non esistono testimoni, esistono intervistati e fonti: il testimone è tale quando dentro il meccanismo della Giustizia è chiamato a rendere dichiarazioni su fatti di cui dovrebbe essere a conoscenza. “Ma lei ha scelto di non ascoltarla (la massaggiatrice ndr.)…” le rimprovera Travaglio, pretendendo dalla Nanni delle scuse pena la minaccia di passare alle vie legali, in quello che potrebbe essere un corto circuito davvero clamoroso: il giornale che per anni è stato accusato di essere “gazzetta delle procure”, che finisce per querelare la magistratura perché non riconosce la bontà del lavoro svolto.

Fino all’accusa rivolta alla Nanni di lavorare senza passione e senza scrupolo della verità. Insomma, verrebbe da chiedere: chi è che diffama chi?

Travaglio, cui non difetta certo l’intelligenza e la lucidità, stavolta sembra averne persa parecchio e ha ricevuto critiche anche da molti suoi colleghi e non certo tacciati di filoberlusconismo, come Paolo Mieli, il quale gli ha rimproverato ai microfoni di Otto e mezzo di non fermarsi a guardare la realtà. E la realtà è che la riapertura del caso Minetti ha coinvolto in un surplus di lavoro imprevisto, non solo gli uffici della Procura di Milano e del Quirinale, ma anche l’autorità giudiziaria uruguayana, dalla quale, evidentemente non sono arrivate le conferme che ci si aspettava.

Non si sa se la vicenda avrà un seguito come notizia, di sicuro ce l’avrà nelle aule di giustizia, stante la volontà di Minetti e del marito Giuseppe Cipriani jr di chiedere un corposo risarcimento danni per il clamore subito.

Ma il metodo del Fatto, che da giornale si è fatto Procura in surrogato, andando oltre i confini del mestiere, è quanto mai chiaro. Ed è l’ultimo sberleffo, anche se post mortem, del Cavaliere, che già ebbe modo di “spolverare” la sedia di Travaglio, mostrando di non avere paura del giacobinismo in carta stampata che per un ventennio e più ha condizionato la politica e anche la stessa magistratura.



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