• L'EDITORIALE DI OGGI

Se molto è cambiato molto deve cambiare

I risultati di Milano e Napoli indicano il superamento di vecchi schemi, una discontinuità con la politica fin qui tenuta dal Pd. Ma non esce alcuna proposta politica chiara.


Elezioni regalo per la sinistra. Elezioni bomba per la destra. La sinistra ha fatto poco per meritarle. La destra ha fatto di tutto per perderle. Al momento non ne esce nessuna linea politica chiara e, proprio per questo, il risultato impegna tutti a ripensarsi e a ripensare il quadro politico.
Torino già al primo turno, Cagliari e Trieste al secondo turno. Se tutto fosse qui, il messaggio sarebbe chiaro: è iniziata una ondata di ritorno a vantaggio del centrosinistra che potrebbe essere lunga, destinata a ripetersi in futuro e a segnare una discontinuità con la maggioranza finora in sella. Si tratterebbe di normale alternanza. La maggioranza di governo direbbe che si trattava solo di elezioni amministrative e non politiche e che quindi il governo è saldo; l’opposizione direbbe invece che c’è stata una netta sfiducia per i partiti di governo e che il dato segna una inversione di tendenza. Ma a Milano e a Napoli non è successo questo. E il significato di questo esito elettorale lo danno proprio Milano e Napoli.

Il Pd non si è guadagnato la vittoria di Milano, se l’è trovata in braccio, come una lieta sorpresa, un dono ricevuto non per meriti personali. Certamente per i demeriti altrui, almeno nella gestione delle campagna se non nei cinque anni di amministrazione. Ma soprattutto per una stanchezza diffusa, per un voltare pagina e poi per il vento che tira in una direzione. La politica spesso si fiuta nell’aria e a Milano, dopo il primo turno, l’effetto traino del vento politico si è fatto sentire.
A Milano ha vinto un uomo politico come Pisapia che, sebbene avvocato di De Benedetti, influente uomo della società civile e, in passato, anche della vita parlamentare, esprime una discontinuità anche con la strada battuta fino a qua del Partito democratico. 

E' incomprensibile la presenza di Prodi alla festa di piazza del Pantheon a Roma. Pisapia fa parte di quell’area estrema che era nel suo governo ma che non l’ha lasciato governare durante il suo anno e mezzo a Palazzo Chigi. Quella estrema che, proprio per questo, fu spazzata via dalla Camera alle successive elezioni politiche. Che oggi ritorni sulla scena milanese e quindi nazionale, dentro il Partito democratico ma nonostante il Partito democratico, non rappresenta una vittoria né di Prodi né di Bersani.

Pisapia costringe Bersani a rivedere la propria politica, a darle un volto più avventurosamente ecologista ed arcobaleno, terzomondista ed ecumenico, giovanilista e vendoliano, aperturista ed inclusivo. Certo, dati i poteri forti che stanno dietro questa vittoria, non si escludono gestioni molto pragmatiche e perfino ciniche di questa nuova fantasia al potere e vedremo col tempo se la borghesia milanese è stata attratta più dalla concretezza operativa dei centri di potere che hanno sostenuto Pisapia o dalle promesse romantiche di una città “sostenibile”. Pisapia ha messo l’orecchino all’orecchio di Bersani, lo gestirà con la dovuta concretezza, ma comunque lo tirerà dalla sua parte.

La scorpacciata di voti di De Magistris a Napoli pure deborda dagli schemi classici dell’alternanza, che di solito alle amministrative premia sempre i partiti di opposizione. Non può essere letta solo come un insuccesso del centrodestra, che pure al primo turno aveva avuto una maggioranza relativa non risicata. Anche qui si tratta di un’onda nuova, l’inizio di un’avventura, un innamoramento per una politica suadente all’orecchio ma non ben caratterizzata.

A Milano e a Napoli gli elettori hanno preso la spugna e hanno cancellato la lavagna. Per questo diciamo che non esce una proposta politica nuova. Se il nuovo sono Milano e Napoli, allora anche la vittoria di Fassino a Torino o di Cosolini a Trieste son cose vecchie. Se Pisapia e De Magistris possono ora proporsi addirittura come futuri candidati leaders del centrosinistra alle prossime elezioni politiche, che ormai in molti prevedono per il 2012, significa che molto è cambiato e non solo nel centrodestra.

Se molto è cambiato, molto bisogna cambiare. I giochi sono aperti, tutti. Nel centrodestra Berlusconi non può più rinviare la definizione del “dopo di lui”. Nel centrosinistra il Partito democratico deve chiarire chi comanda. Nel frattempo affilano le spade i fautori di un ritorno al proporzionale. Anche i cattolici devono fare una riflessione. Ma questo merita un nuovo capitolo.

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