• L'EDITORIALE

Se la rinuncia al nucleare aumenta il rischio di guerre

L'energia nucleare è certamente un rischio, ma anche la decisione di rinunciarvi comporta grossi rischi, incluso una maggiore conflittualità nei paesi produttori di petrolio e gas. Libia docet.


Il nucleare è un rischio? Certo che è un rischio. Ma si potrebbe aggiungere: come qualsiasi attività umana. Si dirà: un incidente nucleare ha conseguenze tragiche imparagonabili con altre attività umane. E’ vero, ma solo in parte. Intanto perché dipende dall’incidente: negli ultimi decenni di incidenti alle centrali nucleari ce ne sono stati diversi, ma a parte Chernobyl – le cui conseguenze però, come abbiamo già detto in altra occasione, hanno più a che fare con il comunismo che con il nucleare – di tragedie non ve ne sono state. Inoltre, proprio perché è potenzialmente più rischioso, molto più severe sono le norme di sicurezza. In fondo lo abbiamo visto anche in Giappone: pur avendo lasciato l’opinione pubblica mondiale con il fiato sospeso per giorni e pur non volendo minimizzare la gravità di quanto successo, si deve anche riconoscere che le centrali nucleari a Fukushima hanno resistito meglio di ogni altro edificio e infrastruttura, compresa una diga che ha ceduto.

Tanto è vero che se ci spostiamo dai rischi potenziali alla realtà, le statistiche ci dicono che tutte le altre fonti energetiche, compreso l’eolico, hanno provocato più vittime del nucleare.
Questo se restiamo soltanto all’ambito della produzione e uso dell’energia. Ma quando parliamo di rischi dobbiamo allargare lo sguardo e contemplare tutti i rischi, oltre ai benefici che ogni scelta implica. Se uno Stato decide di usare una certa fonte energetica, oltre ai rischi per la sicurezza immediata deve valutare anche i rischi legati all’efficacia di quella fonte, e – soprattutto – i rischi che si corrono escludendo quella fonte. Il tutto ovviamente bilanciato con i benefici che derivano dall’una o dall’altra scelta.

Applicando questo schema alla questione del nucleare, l’incidente di Fukushima ha sicuramente generato un’emotività che giustamente consiglia di prendere decisioni impegnative in un momento in cui si possa ragionare con calma e valutando tutti i fattori.

Intanto però è bene mettere a fuoco quello che sta già accadendo. Quanto avvenuto in Giappone ha spinto alcuni paesi occidentali a congelare i loro progetti di potenziamento del nucleare. Questo, contrariamente a quanto si vuol far credere all’opinione pubblica, non aumenterà la corsa all’energia eolica e solare se non in misura marginale. Rafforzerà invece il ruolo dei combustibili fossili, gli unici in grado di sostenere il fabbisogno energetico di paesi sviluppati. In particolare nel breve periodo già si vede un orientamento al potenziamento della domanda di gas, ma anche il petrolio vede frenare il processo di lento, lentissimo, abbandono che pure è stato intrapreso in questi anni.

Ciò vuol dire ad esempio - a proposito di rischi -  che quanto avviene nei paesi produttori di petrolio e gas diventerà molto più decisivo per gli equilibri mondiali, questi paesi diventeranno molto più “caldi” di quanto non lo siano già ora. Il rischio della rinuncia al nucleare, cioè, deve anche contemplare la possibilità di maggiori guerre e conflittualità nelle regioni ricche di combustibili fossili. Tanto per fare un esempio, è chiaro che la Libia – tra i principali produttori di petrolio e gas – diventa assolutamente centrale in chiave di approvvigionamento energetico per i paesi europei, e se il nostro paese deciderà di rinunciare al nucleare, lo sarà ancora di più nel prossimo futuro. E questo spiega anche perché l’Europa sia così sensibile ai diritti umani del popolo libico e molto meno per quelli del Sudan o della Costa d’Avorio.

La questione delle fonti energetiche implica anche il livello di dipendenza energetica, che è cruciale per la sicurezza di un paese. La scelta del nucleare, ad esempio, corrisponde a una scelta di maggiore indipendenza energetica perché è una energia che si produce in casa. Rinunciarvi significa decidere una dipendenza totale dall’estero e da paesi la cui affidabilità, come stiamo vedendo, è molto aleatoria. Essere continuamente esposti e ricattati dalla chiusura dei rubinetti e dalla mancata fornitura di combustibile, è un rischio enorme in termini di sicurezza nazionale. Anche questo deve essere calcolato quando si parla di rischi e quando si fanno scelte impegnative per il bene comune.

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