• LIBIA

Sbarchi di immigrati, il peggio deve ancora venire

Parla il demografo Blangiardo: la guerra in Libia
ha fatto saltare il tappo dell'Africa sub-sahariana. Attendiamoci un aumento esponenziale di profughi. Del resto Italia ed Europa mandano segnali sbagliati.

immigrati lampedusa

«Siamo stati
facili profeti, ora la prospettiva più probabile è che la situazione peggiori, perché iniziano ad arrivare profughi dell’Africa sub-sahariana e i segnali lanciati dal nostro governo e dall’Europa non sono certo incoraggianti». Così il professor Giancarlo Blangiardo, docente di Demografia all’Università di Milano Bicocca, commenta la drammatica situazione degli sbarchi di immigrati a Lampedusa e le polemiche politiche che li accompagnano. Il 14 febbraio scorso, quando erano già arrivate le prime centinaia di clandestini dalla Tunisia, il professor Blangiardo – che è esperto di movimenti migratori – aveva subito detto che era necessario applicare le regole con fermezza e il coinvolgimento dell’Unione Europea se non si voleva che la situazione sfuggisse di mano. E siccome nessuna delle due condizioni è stata soddisfatta, ecco che la situazione ora corre seriamente il rischio di andare fuori controllo.

Fermezza nelle regole significa impedire senza tentennamenti che resti in Italia chi non vi ha diritto, ovvero la quasi totalità dei profughi arrivati sulle coste italiane in queste settimane. Quasi tutti gli immigrati sbarcati a Lampedusa sono infatti tunisini, che fuggono da una situazione economica certamente non ideale ma che proprio per questo non hanno alcun diritto di chiedere asilo politico.

Ci sono infatti regole per l’accoglienza di immigrati per motivi economici previste nel decreto flussi che il governo presenta ogni anno, mentre lo status di rifugiato politico è concesso – in base al diritto internazionale – solo a chi nel suo Paese è stato oggetto di persecuzioni dirette e personali per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a determinati gruppi sociali o per le sue opinioni politiche, oppure se ha fondato e provato motivo di ritenere che potrebbe essere perseguitato in caso di ritorno in patria (articolo 1 della Convenzione di Ginevra).

In questi giorni si fa spesso confusione anche sui media perché si tende a mettere in relazione la guerra in Libia con l’arrivo di profughi, ma in realtà l’emergenza attuale riguarda in stragrande maggioranza cittadini tunisini che con la guerra non hanno niente a che fare.
Questa prima ondata di immigrati è stata in qualche modo incentivata dagli annunci preventivi che sono stati fatti al momento delle prime rivolte in Nordafrica. Si pre-diceva in continuazione l’arrivo di ondate di profughi, ed effettivamente in questa area molti hanno colto l’occasione per lanciarsi verso l’Europa, che era già prima di questi eventi una mèta ambita. Ma bisogna essere chiari: esclusi pochissimi casi, questi sono migranti economici e non hanno alcun diritto a restare in Italia. Purtroppo un’ambiguità su questo punto è foriera di disastri, anche perché la situazione potrebbe essere riportata agevolmente sotto controllo. Basterebbe infatti un accordo con la Tunisia per provvedere al rimpatrio di questi profughi. Ma il peggio è quello che arriva dopo.

Parla delle vittime che scappano dalla guerra?
Non esattamente. In realtà i libici, che sono poi quelli direttamente interessati dalla guerra, non tendono generalmente a venire in Italia e finora infatti non ne sono arrivati. E neanche stanno arrivando le decine di migliaia di lavoratori stranieri, africani e asiatici, che lavoravano in Libia e sono stati sorpresi dalla guerra: di questi chi ha potuto è tornato nel proprio paese d’origine; gli altri, presi in mezzo tra governativi e ribelli, cercano riparo fuggendo verso l’Egitto. Quelli che invece puntano verso le coste italiane, e hanno cominciato ad arrivare, sono gli africani che fino a qualche settimana fa erano bloccati in Libia, considerata la porta di uscita dall’Africa in direzione Europa. Ecco, la sensazione è che con la guerra sia ormai saltato il tappo che impediva queste partenze. La prospettiva è che questo movimento cresca in modo esponenziale, per di più arrivando da tanti diversi Stati con i quali è ovviamente più difficile fare accordi. Senza considerare che sarà anche più difficile procedere alla selezione tra aventi diritto allo status di rifugiato politico e migranti economici.

Poi un arrivo così massiccio in tempi rapidi non facilita le cose.
E’ per questo che siamo in una situazione d’emergenza, per affrontare la quale purtroppo non abbiamo gli strumenti adatti.

Cosa intende?
Non abbiamo una normativa adeguata all’emergenza. Se nel contesto attuale vogliamo applicare le regole sull’immigrazione dobbiamo prevedere, ad esempio, una procedura di identificazione e riconoscimento dello status molto rapida. Attualmente, dal momento dell’arrivo in un Centro di identificazione fino alla decisione finale sulla permanenza o l’espulsione ci vogliono mediamente sei mesi. In queste condizioni è un tempo impossibile, è ovvio che gli immigrati scappino prima, non stanno certo ad aspettare sei mesi. Quindi, varare una normativa d’urgenza è una priorità.

E poi?
Non fa piacere dirlo, ma l’unica strategia possibile è rimpatriare rapidamente chi non ha diritto a restare. Non solo, si deve anche dare molta pubblicità a questa linea di legalità in modo da scoraggiare gli arrivi o comunque non far nascere speranze illusorie.

Nei giorni scorsi il ministro Frattini ha proposto il rimpatrio volontario, incentivato dal “dono” di 1500 euro, un po' sul modello di quanto già fatto dall'Onu al tempo dei profughi vietnamiti a Hong Kong.
Non credo sia efficace e non è neanche un bel segnale. Non è efficace perché chi ha investito, ad esempio, anche mille euro ma rischiando la vita per arrivare sulle nostre coste e scommettendo sulla capacità del nostro sistema di assorbire queste presenze, non si vede perché dovrebbe accontentarsi di tornare a casa con 1500 euro. Non è un prezzo che valga l’investimento fatto. Ma non è neanche un bel segnale perché si dà l’impressione che il nostro Paese non sia in grado di far rispettare le regole. Ed è proprio il contrario di quanto va fatto in questo momento. Bisogna mandare un segnale chiaro, far capire che la situazione - pur d’emergenza - è sotto controllo, perché se si insinua la percezione che la situazione sia già fuori controllo dobbiamo prepararci a una ulteriore moltiplicazione di arrivi.

Certo che anche il comportamento dell’Europa non aiuta.
Questo è l’altro punto fondamentale che fa presagire tempi peggiori. Finora l’Unione Europea si è chiamata fuori dal problema, e basta vedere il comportamento della Francia con gli immigrati tunisini, respinti a Ventimiglia, per capire che aria tira. Non c’è alcuna intenzione di collaborare, se non con qualche finanziamento. Ma un solo Paese non può essere lasciato solo ad affrontare l’emergenza. Certo, alcuni paesi del Nord Europa hanno delle ragioni nel dire che l’Italia ha il più basso numero di rifugiati accolti, ma il problema non sta nel numero soltanto. Il problema è nella concentrazione dell’arrivo di una massa di individui in un tempo ridottissimo. E’ qui che scatta l’emergenza e perciò è richiesto un intervento di altri Paesi per gestire questo periodo e procedere alla verifica delle situazioni degli immigrati. Si illudono quei paesi che pensano di fare un “cordone sanitario” intorno all’Italia, ma è anche significativo che la Ue non abbia mai pensato a dotarsi di procedure per gestire emergenze di questo genere.

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