• 150 ANNI DOPO LA MORTE

Sant’Antonio Maria Claret, un gigante da riscoprire

Mistico e missionario spagnolo, fondatore dei Clarettiani (molti martiri), difese i diritti e la dottrina della Chiesa di fronte alle persecuzioni liberal-massoniche, sostenendo la necessità di una buona stampa cattolica. Il Signore, nel 1861, gli indicò la scristianizzazione e il comunismo come grandi mali da combattere (con tre devozioni). E la Madonna gli disse che doveva essere il «Domenico di questi tempi nel propagare il Rosario»

La Chiesa lo celebra nel Calendario Romano Generale, eppure la sua popolarità è nel complesso minore di quella che meriterebbe. Parliamo del religioso e arcivescovo spagnolo sant’Antonio Maria Claret (23 dicembre 1807 - 24 ottobre 1870), di cui oggi ricorre il 150° anniversario della morte.

Il fondatore dei Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria e delle Religiose di Maria Immacolata, che insieme formano la famiglia clarettiana (o claretiana), visse nello stesso secolo in cui in Italia sorgeva la stella di san Giovanni Bosco (1815-1888). Al di là delle peculiarità personali, i due santi si possono accomunare per i doni mistici, le virtù pragmatiche e la tenacia con cui difesero la dottrina della Chiesa in un periodo storico contraddistinto da radicali mutamenti, macchinazioni liberal-massoniche e persecuzioni contro la Sposa di Cristo.

Così, parlando ai clarettiani in occasione del XX capitolo generale dell’istituto, san Giovanni Paolo II aveva ben ragione nel chiedere di custodire intatto il carisma del fondatore: «Non dovrà cambiare la forza immensa dello zelo per la gloria di Dio e la salvezza delle anime che ha caratterizzato sant’Antonio Maria Claret e i suoi missionari». Tra i segni di questo zelo ci sono centinaia di martiri, tra cui sono celebri i 51 uccisi in odium fidei a Barbastro (1936) all’inizio della Guerra civile spagnola.

Quinto di 11 figli, era nato da genitori profondamente cristiani che lo battezzarono il 25 dicembre (due giorni dopo la nascita), con il nome di Antonio Adiutorio Giovanni. Come racconterà nell’Autobiografia, scritta in obbedienza al suo superiore (padre Giuseppe Xifré), sarà poi lui stesso ad aggiungere «il dolcissimo nome di Maria, perché Maria Santissima è mia Madre, mia Madrina, mia Maestra, mia Direttrice e mio tutto, dopo Gesù» (Aut. 5).

Fu la Madonna a liberarlo da un paio di grandi tentazioni prima che si decidesse, ventiduenne, ad entrare in seminario. Nel 1840, già sacerdote, iniziò le missioni popolari che lo portarono a predicare, per un totale di nove anni, in Catalogna e poi nelle Canarie. Insieme all’intercessione della Vergine e degli altri santi, ricordava sempre di chiedere la protezione angelica, di cui sperimentava continuamente l’efficacia. «Mai mi dimenticavo di invocare il glorioso San Michele, e gli Angeli Custodi, singolarmente il mio, quello del Regno, della Provincia, del luogo in cui predicavo, e quello di ciascuna persona in particolare» (Aut. 268).

Per accrescere i frutti della predicazione, e consapevole della necessità di una buona stampa cattolica, fondò la Libreria Religiosa. «La società è in pericolo per aver tolto alla Chiesa la sua parola, che è parola di vita, parola di Dio» (Aut. 450), scriveva con straordinaria lucidità. Tale diritto di parlare e insegnare «è stato usurpato da una turba di oscuri giornalisti e ignorantissimi ciarlatani» (Aut. 451).

Spiegava ancora:

«Il ministero della parola è insieme il più nobile e il più invincibile di tutti, come quello che ha conquistato la terra; ma si è convertito, in tutte le parti, da ministero di salvezza in ministero abominevole di rovina. E come nulla e nessuno poté arrestare i suoi trionfi al tempo degli Apostoli, nulla e nessuno potrà oggi contenere le sue stragi se non si cerca di far fronte con la predicazione dei sacerdoti e con abbondanza di buoni libri e altri scritti santi e salutari» (Autobiografia, 452).

A proposito, più volte Gesù e Maria confermarono la bontà dei suoi scritti attraverso locuzioni interiori.

Il 16 luglio 1849 fondò, con altri cinque compagni, i Missionari Figli del Cuore Immacolato di Maria. Ma alcuni giorni più tardi ricevette, a sorpresa, la nomina ad arcivescovo di Santiago di Cuba. Sbarcò sull’isola, allora colonia spagnola, all’inizio del 1851. Girò la sua diocesi in lungo e in largo, svolgendo un’opera immensa. Riformò il clero, predicò contro il concubinato e per la grandezza del matrimonio (sanando migliaia di unioni irregolari), difese i diritti della Chiesa, curò con le proprie mani i malati di colera, istituì casse di risparmio e case del lavoro per migliorare le condizioni di contadini e operai, lottò la schiavitù. Tanta carità gli causò anche dei nemici, che tentarono più volte di farlo assassinare. Come l’1 febbraio 1856, a Holguín, dove un uomo armato di rasoio gli ferì gravemente la guancia sinistra e il braccio destro. Gli rimasero cicatrici. Ma il santo, anziché rabbuiarsi per il doloroso incidente, si rallegrò di aver potuto versare del sangue (almeno quattro libbre e mezzo) per amore di Gesù e Maria.

L’anno seguente venne richiamato in Spagna e nominato confessore della regina Isabella II. Fu in patria che ricevette il più grande dono mistico:

«Il 26 agosto 1861, trovandomi in orazione nella chiesa del Rosario, alla Granja, alle sette di sera, il Signore mi concesse la grazia grande della conservazione delle specie sacramentali, e avere giorno e notte il Santissimo Sacramento in petto; ragion per cui io debbo stare sempre raccolto e interiormente devoto; in più debbo pregare e far fronte a tutti i mali della Spagna (…)» (Autobiografia 694).

Doveva far fronte, in particolare, ai «tre grandi mali» che il Signore gli fece conoscere il giorno dopo: «Il protestantesimo, o meglio, la de-cattolicizzazione; la repubblica, e il comunismo. Per arrestare questi tre mali mi fece capire che bisognava far uso di tre devozioni: il Trisagio, il Santissimo Sacramento e il Rosario» (Aut. 695). E riguardo al Rosario, la Madonna più volte gli disse che lui doveva essere il Domenico di questi tempi nel propagarlo.

La Rivoluzione spagnola del 1868 lo costrinse all’esilio, con la regina, in Francia. E lì morì - dopo un ultimo, vano, tentativo di cattura da parte dei suoi persecutori - il 24 ottobre di due anni più tardi. Nel frattempo, aveva partecipato al Concilio Vaticano I, dove il 31 maggio 1870 pronunciò un appassionato discorso a sostegno della proclamazione del dogma dell’infallibilità papale, quando cioè il Vicario di Cristo definisce ex cathedra questioni di fede e di morale.

Così delineò come dovrebbe essere un missionario della sua congregazione:

«Un figlio del Cuore Immacolato di Maria è una persona che arde di carità e dovunque passa brucia. Desidera effettivamente e si dà da fare con tutte le forze per infiammare gli uomini con il fuoco dell’amore divino. Non si lascia distogliere da nulla, gode delle privazioni, affronta le fatiche, abbraccia i travagli, si rallegra delle calunnie, è felice nei tormenti e nelle sofferenze che gli tocca patire e si gloria della croce di Gesù Cristo. A null’altro pensa se non come seguire Gesù e imitarlo nella preghiera, nella fatica, nella sopportazione e nel cercare sempre e solo la gloria di Dio e la salvezza delle anime» (Autobiografia, 494).


Per saperne di più:

Autobiografia e altri scritti (in diverse lingue)