• SINDROME DA FIRMA

Riforma dell'abuso d'ufficio per sbloccare le opere

Per paura di finire nei guai con la giustizia, molti amministratori locali hanno paura di autorizzare opere pubbliche, anche necessarie. Ischia è l'ultimo caso tragico dovuto alla "sindrome da firma". Per questo il ministro Nordio vorrebbe riformare il sistema, cancellando il reato di abuso di vantaggio. 

Ischia

La chiamano la “sindrome della firma”. Gli amministratori locali hanno paura di firmare atti amministrativi perché temono di essere attenzionati dalle Procure. L’attuale configurazione del reato di abuso d’ufficio imbriglia il loro agire e frena l’attività delle pubbliche amministrazioni, comportando costi sociali elevatissimi. In altre parole, molte opere pubbliche risultano gravemente ostacolate e rallentate nella loro realizzazione per colpa di questa “spada di Damocle”, che terrorizza chi ha la responsabilità della cosa pubblica e ne imbriglia l’operato.

Ovviamente occorre cautela in questi ragionamenti. La qualità del ceto politico, anche di quello locale, non solo di quello nazionale, è in moltissimi casi assai modesta e dunque si tratta spessissimo di politicanti mediocri e privi delle basilari competenze giuridiche e amministrative necessarie per non compiere passi falsi e per assicurare una corretta gestione delle questioni di interesse pubblico. Ad ogni buon conto, sindaci e amministratori locali hanno ragione quando lamentano questa paura della firma e chiedono una riforma del reato di abuso d’ufficio, che peraltro risale, nella sua prima formulazione, al guardasigilli del regime fascista, Alfredo Rocco.

L’articolo che lo disciplina è il 323 del codice penale. Esso ha subito ben 5 modifiche in 90 anni e una sesta potrebbe subirla con l’attuale governo. Già 5 anni fa l’allora ministro degli Affari regionali Enrico Costa dichiarò che «l’abuso d'ufficio è solo lo strumento usato dall'opposizione per fare esposti temerari che però, finiti nelle mani dei giudici, possono stroncare la vita di un politico». 

In queste ore il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, sta lasciando intendere che modifiche a quel reato verranno presto introdotte. E i sindaci ne sono ben lieti perché in questo modo non saranno più terrorizzati dalla paura di beccarsi un esposto e di finire sotto processo per una firma, anzi di essere estromessi dalla vita politica anche in virtù dell’applicazione della legge Severino (introdotta durante il Governo Monti) che impone la sospensione dall’incarico per gli amministratori condannati anche soltanto in primo grado.

La prima versione dell’abuso d’ufficio era la seguente: «Il pubblico ufficiale, che, abusando dei poteri inerenti alle sue funzioni, commette, per recare ad altri un danno o per procurargli un vantaggio, qualsiasi fatto non  preveduto come reato da una particolare disposizione di legge, è punito con la reclusione fino a due anni o con la multa da lire cinquecento a diecimila». A partire dal 1990 i confini del reato sono stati progressivamente ristretti e tocca sempre di più al giudice dimostrare che effettivamente il reato ci sia stato. Da ultimo, anche il governo Conte 2, nel luglio 2020, nel decreto semplificazioni, ha dimostrato di andare in quella direzione. Le condanne per abuso d’ufficio sono precipitate e oggi si contano al massimo sulle dita di due mani, ma in ogni caso i sindaci non vogliono restare sulla graticola del processo penale per un cavillo e rimanere paralizzati nel loro percorso politico a causa di tre lunghi ed estenuanti gradi di giudizio, che alla fine, nella stragrande maggioranza dei casi, si concludono con l’assoluzione. Ma l’assoluzione non cancella la gogna mediatica prolungata che l’imputato ha dovuto subire, proprio a causa dell’applicazione di una norma che spinge sulla difensiva gli amministratori locali.

In verità anche la riforma penale Cartabia incide sul tema abuso d’ufficio, riducendo gli effetti negativi dell’iscrizione delle notizie di reato per abuso d’ufficio e rendendo più difficile il rinvio a giudizio in virtù della nuova regola per l’archiviazione. In base alle ultime modifiche al reato di abuso d’ufficio, la mera iscrizione nel registro degli indagati non può da sola determinare effetti pregiudizievoli di natura civile o amministrativa per la persona alla quale il reato è attribuito, ma gli amministratori locali non vorrebbero neppure finire in quel registro, che nell’immaginario collettivo equivale già a una condanna e quindi implica un giudizio popolare negativo nei loro confronti.

Nordio vorrebbe, stando alle indiscrezioni, cancellare “l’abuso di vantaggio”, cioè il compimento di un atto amministrativo che giova a qualcuno oppure lo svantaggia. Resterebbe invece invariato l’abuso d’ufficio che produce un effettivo danno diretto, ad esempio la negazione di un permesso o di un’autorizzazione a chi invece ne ha pieno diritto. In questo modo sindaci e assessori si sentirebbero più liberi di operare e di impegnarsi con una firma, senza vivere l’incubo di un’indagine su azioni intraprese nell’esclusivo interesse della collettività.

I tragici fatti di Ischia confermano che tante volte la paralisi gestionale non è figlia dell’incuria o dell’incapacità di chi gestisce la cosa pubblica bensì della paura di mettere la firma su un atto. Magari, però, quell’atto sbloccherebbe i lavori per la realizzazione di un’opera preziosa e in grado di migliorare la qualità della vita dei cittadini. Snellire la burocrazia è un imperativo categorico dell’era post-Covid, anche per recuperare il tempo perso su tanti fronti. Il giustizialismo e la cultura del sospetto hanno già fatto troppi danni. E’ ora di invertire la rotta.

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