Primo anniversario per Leone dopo il faccia a faccia con Rubio
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Quarantacinque minuti di colloquio e il volto sorridente: l'incontro col segretario di Stato americano non è stato un match per Prevost, che oggi spegne la prima candelina da Papa nel momento di massima popolarità dopo le accuse di Trump. Le divergenze sono palesi, ma la Santa Sede non intende rompere con la Casa Bianca.
Prevost soffia la prima candelina da Papa nel giorno dopo l'udienza più attesa. Ieri, infatti, a Palazzo Apostolico è arrivato il segretario di Stato americano, Marco Rubio. Una visita incandescente dopo il nuovo attacco di Donald Trump su Cina e Iran. Il cattolico Rubio, sempre più "colomba" dell'amministrazione repubblicana, ha dovuto gestire una patata più bollente del previsto. Quello con Leone XIV non è stato un match e il volto sorridente del Papa nelle fotografie di rito lo dimostra. Regali personalizzati tra i due: un fermacarte di cristallo a forma di palla da baseball per il Pontefice tifoso dei White Sox, una penna in legno d'ulivo («la pianta della pace», ha ricordato non casualmente Prevost) per il segretario di Stato Usa.
Quarantacinque minuti di colloquio, più della canonica mezz'ora. Le questioni in ballo, d'altra parte, erano tante e nella nota del Dipartimento di Stato si è fatto sapere che tra di esse c'è stata «la situazione in Medio Oriente» oltre agli «altri argomenti di interesse comune nell'emisfero occidentale». Per l'ufficio di Rubio l'«incontro ha sottolineato il forte legame tra gli Stati Uniti e la Santa Sede e il loro comune impegno a promuovere la pace e la dignità umana». Un legame mai così logorato come nell'ultimo mese per gli attacchi personali di Trump al Pontefice di cui non ha gradito le parole contro la guerra in Iran. Nella nota vaticana, invece, è stato riportato che nei colloqui «è stato rinnovato il comune impegno per coltivare buone relazioni bilaterali tra la Santa Sede e gli Stati Uniti d'America» e c'è stato «uno scambio di vedute sulla situazione regionale e internazionale, con particolare attenzione ai Paesi segnati dalla guerra, da tensioni politiche e da difficili situazioni umanitarie, nonché sulla necessità di lavorare instancabilmente in favore della pace».
È chiaro che in Vaticano ieri era ancora fortissimo il fastidio per quell'accusa del tycoon rivolta direttamente a Leone di ritenere giusto che Teheran abbia il nucleare. Mai il Papa ha detto questo e la politica della Santa Sede è storicamente a favore del disarmo nucleare. Come dimenticare che l'impalcatura tradizionalmente multilaterale della diplomazia pontificia può vantare tra le sue colonne portanti proprio l'adesione nel 1971 al Trattato sulla non proliferazione delle armi nucleari (Tnp) che ebbe tra i suoi primi sottoscrittori Usa, Urss e Regno Unito. Rubio ha anche incontrato il suo omologo, il cardinale Pietro Parolin che due giorni fa aveva spiegato di non poter non toccare con lui l'argomento caldo degli attacchi di Trump. Dunque, è probabile che se ne sia parlato nel loro faccia a faccia e che non ci si sia limitati – come riportato nel comunicato del Dipartimento – a discutere gli «sforzi per raggiungere una pace duratura in Medio Oriente» e la partnership nella «promozione della libertà religiosa.
Il primo anniversario di pontificato arriva proprio nel momento di massima popolarità per Leone XIV dovuto agli attacchi di Trump. Il Papa, tirato in ballo, ha dimostrato di non farsi problemi a rispondere al presidente americano ma non si può dire che abbia cercato lo scontro. L'udienza di ieri a Rubio – richiesta dal Dipartimento di Stato e concessa dal Vaticano – mostra come Prevost non abbia intenzione di rompere i rapporti con l'amministrazione Usa per l'evidente differenza di vedute su Iran (e migranti) o per l'offensiva dialettica mossa contro di lui dalla Casa Bianca. La Santa Sede non può fare a meno degli Stati Uniti e sarebbe paradossale se ciò avvenisse proprio ora che, per la prima volta e inaspettatamente, a sedere sul trono di Pietro è proprio uno statunitense.
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