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Ora di dottrina / 212 – Il supplemento

Pio XII e la Mediatrice

Il cardinale Eugenio Pacelli era stato tra i firmatari della petizione del 1925, che domandava di proclamare il dogma di Maria Mediatrice. Da papa, nell’enciclica Mystici Corporis, affermò la dottrina della corredenzione, pur senza utilizzarne il termine. E ribadì il concetto nella Ad Cæli Reginam.

Catechismo 07_06_2026

I diciassette anni di pontificato di Pio XI si conclusero il 10 febbraio 1939; furono anni molto impegnativi sul versante politico: la questione romana, la resistenza dei Cristeros in Messico, l’ascesa del nazismo e i venti di guerra che soffiavano sempre più forti; anni molto intensi anche per gli sforzi proferiti per mostrare la necessità di far fiorire la fede nella dimensione pubblica e sociale, come annunciato già fin dalla sua prima enciclica, Ubi arcano Dei (23 dicembre 1922).

Pio XI fu un grande sostenitore della mediazione universale di Maria, quale esercizio effettivo della sua maternità spirituale, assunta in Cielo proprio per compiere questa mediazione, fino alla fine dei tempi; una mediazione fondata sulla sua singolare associazione all’opera della Redenzione, che il papa non esitava a chiamare con il termine di corredenzione (vedi qui). Alla sua particolare sensibilità si deve il sostegno ad iniziative per promuovere il progresso teologico circa la dottrina della mediazione universale di Maria, portato avanti dalle tre commissioni, di cui abbiamo a lungo parlato.

Il cardinale Eugenio Pacelli, eletto pontefice il 2 marzo 1939, era stato tra i firmatari della petizione del 1925, che domandava appunto alla Sede Apostolica di proclamare il dogma di Maria Mediatrice. Al tempo della sua elezione, Madre Maddalena di Gesù (Palmyre Ryckaert), dalle cui esperienze mistiche avevano preso spunto e linfa le iniziative del cardinale Mercier (vedi qui), era ancora viva (morirà nel 1946). Ella decise perciò di uscire dal suo silenzio per chiedere al nuovo pontefice, con una lettera inviata il 1° maggio 1942, di concludere l’opera iniziata dal cardinale belga, e fatta maturare da Pio XI, proclamando il sospirato dogma. Ma tramite il Segretario di Stato, il cardinale Maglione, la suora carmelitana ricevette in risposta una “doccia fredda”: «La richiesta che Lei presenta è una di quelle per le quali è ancora necessario uno studio approfondito, più di quanto potrebbe sembrare a prima vista. Al momento presente non ci sembra che il suo pio desiderio possa venir esaudito» (in M. Hauke, Maria “Mediatrice di tutte le grazie”, Lugano 2005, p. 32).

Si trattò però pur sempre di un rinvio per un ulteriore approfondimento, non della parola “fine”. E di fatto durante il pontificato di Pio XII si ebbe una nuova fioritura di studi e approfondimenti mariologici, in particolare sull’assunzione al Cielo in anima e corpo di Maria, che il papa proclamò come dogma il 1° novembre 1950, e sulla mediazione universale. Di questo ci occuperemo in questo e nei prossimi articoli.

Iniziamo dall’insegnamento dello stesso pontefice. Se guardiamo l’aspetto della partecipazione alla Redenzione in atto primo, ossia all’acquisto delle grazie, troviamo una prima rilevante posizione nell’epilogo di una delle sue encicliche più importanti, la Mystici Corporis (29 giugno 1943). Pio XII afferma la personalità pubblica di Maria, richiamando l’insegnamento di San Tommaso, ossia il fatto che Maria agisce non solo per sé, ma «in rappresentanza di tutta l’umana natura»; la sottolineatura è di particolare interesse, perché, come il lettore ricorderà, uno dei freni interni alla mediazione universale di Maria fu la convinzione di P. Alberto Lepidi, Maestro del Sacro Palazzo, e dunque teologo di peso, che Maria non avesse agito in rappresentanza della natura umana, e dunque non potesse avere un ruolo salvifico per tutta l’umanità.

Poco oltre, Pio XII affermava la dottrina della corredenzione, pur senza utilizzarne il termine: «Ella [Maria] fu che, immune da ogni macchia, sia personale sia ereditaria, e sempre strettissimamente unita col Figlio suo, Lo offrì all’eterno Padre sul Golgota, facendo olocausto di ogni diritto materno e del suo materno amore, come novella Eva, per tutti i figli di Adamo». Per questa ragione «Colei che quanto al corpo era la madre del nostro Capo, poté divenire, quanto allo spirito, madre di tutte le sue membra, con nuovo titolo di dolore e di gloria», così da poter a ragione essere chiamata «Genitrice di tutte le membra di Cristo», così come fu Genitrice di Cristo stesso.

Il papa voleva pure sottolineare il contributo di Maria anche nella gestazione della Chiesa, nei suoi primi passi apostolici: dopo che Cristo ascese al Cielo, ella rimase su questa terra per un congruo periodo, «sopportando con animo forte e fiducioso i suoi immensi dolori, più che tutti i fedeli cristiani, da vera Regina dei martiri», compiendo in un modo del tutto singolare e superiore a quello di ogni altro cristiano «ciò che manca dei patimenti di Cristo... a pro del corpo di lui, che è la Chiesa».

Questo titolo di “Regina dei Martiri”, che sappiamo essere presente nelle Litanie lauretane, veniva spiegato in modo particolarmente efficace da Pio XII anche nel suo memorabile messaggio radiofonico, in occasione dell’anniversario delle apparizioni di Fatima (13 maggio 1946): «perché associata come Madre e Ministra al Re dei Martiri nell’opera ineffabile dell’umana Redenzione, gli [al Figlio] è sempre associata, con potere quasi immenso nella distribuzione delle grazie che dalla Redenzione derivano». Il papa esponeva così i due pilastri della mediazione di Maria e ne mostrava la connessione: l’associazione di Maria al Figlio nell’opera delle Redenzione è il fondamento della sua associazione a Lui nella distribuzione di quelle grazie acquistate a caro prezzo.

Non meno forte è l’affermazione seguente: «Gesù è Re per tutta l’eternità per natura e per diritto di conquista; per mezzo di Lui, con Lui e subordinatamente a Lui, Maria è Regina per grazia, per relazione divina, per diritto di conquista e per singolare elezione». Laddove Cristo è Re per natura, in virtù dunque dell’unione ipostatica, Maria è Regina per grazia, per relazione divina (in quanto Madre del Redentore) e per singolare elezione. La sua è una regalità dipendente, associata e subordinata, ma è nondimeno una vera regalità; e una regalità non solo ricevuta in dono, ma anche conquistata («per diritto di conquista»): il papa non poteva esprimere in modo più netto la partecipazione attiva di Maria alla Redenzione.

Un’idea, quest’ultima, che ritorna anche nell’enciclica che il papa dedicherà, undici anni dopo (11 ottobre 1954), alla regalità di Maria, Ad Cæli Reginam: «Ora nel compimento dell'opera di redenzione Maria santissima fu certo strettamente associata a Cristo. […] “Come Cristo per il titolo particolare della redenzione è nostro signore e nostro re, così anche la Vergine beata (è nostra signora) per il singolare concorso prestato alla nostra redenzione, somministrando la sua sostanza e offrendola volontariamente per noi, desiderando, chiedendo e procurando in modo singolare la nostra salvezza” (F. SUAREZ, De mysteriis vitae Christi, disp. XXII, sect. II)». L’effettiva regalità universale di Maria è fondata sulla verità della sua altrettanto universale mediazione, ed in particolare nella dimensione della corredenzione; è perché ha “lottato” con Cristo per la nostra salvezza che è stata giustamente associata alla di Lui regalità.

Questo principio lo ritroveremo in un testo fondamentale di Pio XII, laddove egli proclamerà il dogma dell’Assunzione di Maria.



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Ora di dottrina / 211 – Il supplemento

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31_05_2026 Luisella Scrosati

Sia Benedetto XV che Pio XI ritenevano pacifica la cooperazione di Maria alla Redenzione, non solo per il fatto di aver portato in grembo e aver dato alla luce il Redentore, ma anche per un contributo proprio e specifico nell’associazione alla passione del Signore.