Pillole abortive e danni, i medici pro vita scrivono alla FDA
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Una lettera di cinque organizzazioni di medici sollecita l’agenzia statunitense per il farmaco e Robert Kennedy a non ritardare la revisione sulla sicurezza del mifepristone. Una sostanza letale per i nascituri e che comporta gravi rischi anche per le madri.
Negli Stati Uniti prosegue lo scontro sulle pillole abortive. I leader di cinque organizzazioni di medici pro vita (American Association of Pro-Life OB-GYNs, Catholic Medical Association, Alliance for Hippocratic Medicine, Christian Medical and Dental Association, American College of Pediatricians) hanno scritto alla Food and Drug Administration (FDA) per chiedere di non ritardare l’indagine sulla sicurezza del mifepristone, cioè la sostanza che viene usata in regime di aborto chimico per far morire il bambino nel grembo materno.
La lettera reca la data dell’8 gennaio 2026 ed è indirizzata al commissario della FDA, Martin Makary, e al segretario del Dipartimento della Salute, Robert Kennedy junior. La missiva nasce a seguito della notizia che l’agenzia statunitense per il farmaco potrebbe appunto ritardare la sua indagine sul mifepristone, nonostante in più circostanze ufficiali la FDA si sia impegnata a condurre una revisione approfondita sulla sicurezza reale di questo prodotto abortivo. Una sicurezza, va inteso, che di certo non riguarda mai i nascituri – che sono il bersaglio innocente di queste sostanze – bensì le loro madri, le quali corrono più rischi con l’aborto chimico che con quello chirurgico, come provano i dati.
Le cinque organizzazioni firmatarie della lettera ricordano che «due rapporti che analizzano le richieste di rimborso assicurativo di 330 milioni di pazienti statunitensi (2017-2023) hanno identificato oltre 860.000 prescrizioni di mifepristone e monitorato gli eventi avversi entro 45 giorni dall'uso. È allarmante che il 10,93% delle donne abbia avuto gravi complicazioni, tra cui infezioni, emorragie, interventi chirurgici o gravidanze extrauterine non diagnosticate. Questo tasso è coerente con quanto osservato dai nostri medici e suggerisce che il rischio reale potrebbe essere 22 volte superiore a quanto precedentemente divulgato». Ventidue volte superiore, cioè, a quanto divulgato abitualmente dall’industria dell’aborto, secondo cui l’uso del mifepristone comporterebbe serie complicazioni in meno dello 0,5% dei casi.
Ma questa bassa percentuale è falsa per una serie di motivi, tra cui vale la pena richiamarne due (di cui abbiamo già riferito più estesamente in precedenza): 1) il fatto che i fornitori e i promotori delle pillole abortive suggeriscono alle donne – nel caso in cui dovessero presentarsi delle complicazioni a seguito dell’assunzione del mifepristone – di dire al medico di avere avuto un aborto spontaneo; 2) il modo in cui gli abortisti considerano le stesse complicazioni, classificando come “minori” effetti avversi gravi come lesioni del collo dell’utero richiedenti suture, aborti falliti o incompleti, emorragie, infezioni, interventi chirurgici di aspirazione e perfino perforazioni uterine.
L’informazione sulla realtà e ampiezza dei danni legati all’uso del mifepristone – altrimenti noto come RU486 – è ostacolata anche a causa del progressivo rilassamento delle regole e dei meccanismi di controllo sulle pillole abortive. Per esempio, dal 2016 la FDA non richiede più di riportare obbligatoriamente le complicazioni causate dal mifepristone, eccetto che in caso di morte della madre. A proposito, dall’autunno del 2000 al 31 dicembre 2024, i dati ufficiali della stessa agenzia statunitense parlano di 36 donne morte per aver assunto la prima delle due pillole previste nel regime “classico” di aborto chimico (mifepristone più misoprostolo).
Oltre al venir meno dell’obbligo di riportare le complicazioni, tra il 2016 e il 2021 diverse altre misure di sicurezza sono state smantellate, lasciando le donne che vogliono abortire sempre più abbandonate a loro stesse, a conferma che per l’ideologia abortista lo slogan dell’“aborto sicuro” è valido fintantoché consente di scardinare un divieto e non certo perché si abbia a cuore la salute delle donne. Si ricorderà ad esempio che sotto l’amministrazione Biden, in tempo di Covid, si è permesso di spedire il mifepristone per posta «senza alcuna valutazione medica o assistenza continua», come sottolinea la lettera dei medici pro vita. L’allentamento delle misure di salvaguardia – unito all’aumento degli aborti chimici, che nel 2023 sono arrivati a contare per il 63% di tutti gli aborti ufficiali (dati del Guttmacher Institute) – è suscettibile di far crescere ulteriormente l’impatto in termini di morti e altre complicazioni gravi per le donne.
Da qui la richiesta delle cinque organizzazioni pro vita, che esortano, tra le altre cose, la FDA a ripristinare l'obbligo di somministrazione di persona del mifepristone; reintrodurre l'obbligo di segnalare tutti gli eventi avversi direttamente alla FDA, senza fare affidamento sui produttori delle pillole abortive ma solo sui professionisti sanitari che si occupano delle donne; condurre una revisione urgente e approfondita della sicurezza del mifepristone; richiedere ecografie per confermare l'età gestazionale ed escludere una gravidanza ectopica; ripristinare le misure di sicurezza precedenti al 2016, tra cui la limitazione dell’uso del mifepristone alle prime sette settimane di gravidanza («poiché – si spiega nella lettera – i tassi di complicanze aumentano significativamente a partire dall'ottava settimana di gestazione») e la visita di controllo di persona.
Tutte misure che consentirebbero di limitare i danni, almeno per le donne. Ma il problema, va detto, rimane all’origine: l’aborto, che uccide di volta in volta un essere umano innocente. Fino a quando si disprezzerà la vita dei nascituri e non si aboliranno del tutto le leggi che consentono di sopprimerli, non ci si potrà sorprendere se questo disprezzo si allarga – come già avviene – alla vita degli stessi adulti.
Pillole abortive, perché gli effetti avversi sono sottostimati
C’è discrepanza tra i numeri forniti dall’industria dell’aborto sulle complicazioni legate all’uso del mifepristone (RU486) e del misoprostolo e quelli di studi più oggettivi. Dagli USA un’analisi su tre importanti motivi per cui gli effetti avversi sono molto sottostimati.


