Perdono, purché non sia un "volemose bene"
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Il perdono non consiste nel far finta che non sia successo nulla. Si perdona quando si riconosce che l’altro ha un debito di giustizia nei nostri confronti. Ancora riflessioni sul caso di Trescore Balneario.
Ritorniamo, dopo pochi giorni, alla tragedia di Trescore Balneario; questa volta non per commentare il «manifesto» dello studente accoltellatore, ma per riflettere sulla lettera aperta che la professoressa, vittima dell’aggressione, ha scritto e resa pubblica.
Questa lettera ha suscitato un'ondata di commozione e ammirazione in tutta Italia ed è stata considerata un documento di speranza, fiducia nel futuro e «resilienza». Ne è un esempio il commento del Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana: «Le prime parole della professoressa Mocchi sono state per i suoi studenti, con il desiderio di tornare presto in classe. Parole che dicono tutto sulla sua forza, sulla sua dignità e sulla vocazione di chi sceglie di insegnare».
Lo confesso, con un po' d’imbarazzo; eppure devo dire che le parole della professoressa Mocchi hanno suscitato una reazione leggermente diversa.
Ho molto apprezzato la gratitudine nei confronti di chi si è speso, fattivamente o con le intenzioni, per il suo bene: colleghi, studenti, soccorritori, personale sanitario, l’avvocato, i genitori.
Ho notato anche i riferimenti alla religione, tutt’altro che scontati: tra i destinatari della gratitudine c’è «[...] mio fratello Giampaolo, che ha tremato, pregato, vegliato accanto a me senza mai perdere la speranza»; infine, scrive «Se il Signore vorrà concedermelo, io tornerò».
C’è un minimo di problematizzazione: «So che quanto accaduto ha sconvolto molti di voi. Ha generato paure, domande, forse persino scoramento»; ma l’esito di questo cenno è davvero sconcertante: «Per questo vi dico: non lasciamoci vincere dal buio».
Chiedo scusa, ma se un ragazzino di tredici anni arriva ad accoltellare una sua professoressa (perché severa!) a scuola, ci sarà qualche problemino? Educativo, sociale o scolastico? Oppure, qualsiasi cosa accada, la risposta dev’essere «Tutto va ben, madama la marchesa»? Possiamo porci un problema di sicurezza, di salute mentale, possiamo concederci un momento di riflessione sulla nostra attuale società e su quella che stiamo costruendo?
Pare di no: «Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte: verso una scuola più attenta, verso una comunità più unita, verso un modo nuovo di stare accanto ai ragazzi, soprattutto quelli che fanno più fatica». Costruiamo ponti, pensiamo a ciò che unisce e non a ciò che divide, stiamo vicini vicini. Insomma: stringiamci a coorte. Siam pronti alla morte?
Qualcuno ha appreso, un po' stupito, che il ragazzino non sia imputabile sebbene il reato sia gravissimo. Bene, vogliamo fermarci un pochettino su questo stupore? Vogliamo parlare di responsabilità, di conseguenze dei propri pensieri, azioni, parole? Vogliamo riflettere di cosa significhi, a livello educativo, del fatto che si possano compiere azioni gravissime e che a pagarne siano altri, le vittime? E magari estendere questa non imputabilità anche al rendimento scolastico, considerato che i voti nelle scuole italiane sono altissimi, ma di tutta questa genialità, nella società, non c’è traccia?
Cosa ci ha portato fino a questo punto? È l’esito di anni di martellamento sulla «inclusione» di tutti a qualunque costo (pagato da altri)? Oppure di corsi e corsi sulla «psicologia positiva» e sulla «intelligenza emotiva», che insegnano a sorridere e a pensare positivo anche quando le cose sono oggettivamente disastrose?
Non si tratta, beninteso, di disprezzare la forza d’animo di una donna che, ferita, trova la lucidità di ringraziare chi l’ha aiutata e di affidarsi a Dio.
Ma c’è un equivoco che andrebbe sciolto: il perdono non consiste nel far finta che non sia successo nulla, nell’ignorare le conseguenze del male, nel sorridere ipocritamente per mandare un messaggio di apertura e di speranza. Si perdona quando si riconosce che l’altro ha un debito di giustizia nei nostri confronti. E comunque il male fatto, detto o pensato ha delle conseguenze, non sparisce nel nulla dopo il perdono.
Ce lo insegna il rito della confessione: si apre con l’accusa dei peccati e solo dopo aver mostrato il pentimento e il proposito di non peccare più si riceve l’assoluzione; che non elimina comunque le conseguenze del peccato. I peccati vanno elencati, il male va chiamato con il suo nome; si richiede una assunzione di responsabilità. Senza questo passaggio, possiamo avere solo «resilienza», solo una psicologia positiva per la quale l’importante è «stare bene» e «non lasciarsi abbattere».
In fondo, il punto è questo: non siamo stati colti da un temporale improvviso. Siamo giunti a questo punto dopo anni di parole vuote, di «inclusione» senza verità né responsabilità, di voti che servono a non ferire nessuno, di corsi su come sorridere mentre la realtà va a pezzi.
La professoressa Mocchi ha diritto alla sua serenità e al suo ritorno in cattedra. Ma se la sua lettera avesse come unico esito il solito «volemose bene» e «ne usciremo migliori», si farebbe un torto a lei per prima. Perché il bene, quando qualcosa si è rotto, non si ricostruisce con uno slogan. Si ricostruisce con il coraggio di guardare in faccia il male, di chiamarlo per nome e di pretendere che qualcuno ne risponda. Anche a tredici anni.


