Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
INTERVISTA/ ZARISH NENO

Pakistan, dove la giustizia protegge chi brucia i cristiani

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Assolti gli assassini di una giovane coppia di cristiani pakistani accusata ingiustamente di blasfemia e bruciata viva nella fornace in cui lavorava a Lahore. Zarish Neno spiega la quotidianità della persecuzione.

Libertà religiosa 28_07_2026
Pakistan, protesta contro la legge sulla blasfemia (AP)

È notizia di questi giorni che gli assassini di una giovane coppia di cristiani pakistani accusata ingiustamente di blasfemia e bruciata viva nella fornace in cui lavorava a Lahore, Pakistan, sono stati assolti. La vicenda è tanto più preoccupante in quanto il Pakistan sta cercando di emergere come attore di primo piano sulla scena internazionale: pensiamo al ruolo di intermediazione del primo ministro pakistano nel conflitto tra Stati Uniti e Iran.

La Nuova Bussola Quotidiana ha parlato di questo grave episodio di intolleranza religiosa con Zarish Imelda Neno, scrittrice ed educatrice cattolica pakistana, nata a Karachi e residente in Italia. Da anni Neno dà voce ai cristiani perseguitati in Pakistan attraverso conferenze, articoli e impegno sul campo; ha fondato a Faisalabad il Jeremiah Education Centre, a sostegno ai bambini delle famiglie più vulnerabili, ed è autrice del volume Una piccola matita – Vita di una donna cristiana in Pakistan.

Signora Neno, vuole ricostruire la vicenda per i nostri lettori?
Shama Bibi e Shahzad Masih erano una giovane coppia cristiana che lavorava in una fornace di mattoni a Kot Radha Kishan, nel Punjab. Erano schiavi per debiti, una realtà che nel XXI Secolo continua a esistere in Pakistan. Avevano contratto un debito con il proprietario della fornace e, come accade a migliaia di famiglie povere, quel debito era diventato una condanna che si trasmetteva di giorno in giorno, senza una reale possibilità di liberarsi. Erano genitori di quattro bambini. Shama era incinta del loro quinto figlio. Il 4 novembre 2014 furono accusati di aver bruciato alcune pagine del Corano. Un’accusa mai dimostrata. Bastò però quella voce perché dagli altoparlanti delle moschee venisse chiamata a raccolta la popolazione. Una folla inferocita li catturò. Furono picchiati, torturati e trascinati davanti a migliaia di persone. Poi furono gettati vivi nella fornace dove avevano lavorato per anni. Shama morì con il bambino che portava in grembo. Quattro bambini persero entrambi i genitori nello stesso giorno. Quando penso a questa vicenda, non riesco a vedere soltanto due vittime. Vedo quattro bambini rimasti orfani. Vedo un bambino che non è mai nato. Vedo una folla che ha assistito a quell’orrore. E oggi vedo anche un sistema giudiziario che, dopo tanti anni, non è stato capace di dare loro giustizia. Per questo questa assoluzione non riguarda soltanto una sentenza. Riguarda il messaggio che viene mandato a tutto il Paese: che anche un crimine di questa portata può rimanere senza conseguenze.

Si aspettava l'assoluzione dei responsabili?
Purtroppo sì. E il fatto che non mi sorprenda è forse l’aspetto più tragico di tutta questa vicenda. Non è soltanto l’assoluzione degli assassini di Shama e Shahzad a farmi soffrire. È il fatto che questo sembra essere il destino di quasi tutti i casi che riguardano le minoranze religiose in Pakistan. Ogni volta il mondo si indigna. Ogni volta vengono promesse indagini, arresti, giustizia. Poi il tempo passa. L’attenzione internazionale svanisce. E i responsabili tornano a vivere la loro vita, mentre le vittime restano sottoterra e le loro famiglie continuano a convivere con un dolore che nessun tribunale ha mai riconosciuto. Pensiamo a Jaranwala. Nell’agosto del 2023 oltre venti chiese furono incendiate, centinaia di case cristiane distrutte e migliaia di persone costrette a fuggire. Il mondo parlò di Jaranwala per qualche giorno. Poi il silenzio. Oggi mi chiedo: dov’è quella giustizia promessa? Quanti di coloro che hanno devastato un’intera comunità stanno realmente scontando una pena? È una domanda che vale anche per tantissimi altri casi. Per i rapimenti delle ragazze cristiane. Per le conversioni forzate. Per le false accuse di blasfemia. Per gli omicidi. La mia rabbia nasce da qui: in Pakistan il problema non è soltanto che questi crimini avvengono. Il problema è che chi li commette ha imparato che, molto probabilmente, non pagherà mai. E finché un Paese non dimostrerà che uccidere, perseguitare o incendiare la casa di un cristiano comporta conseguenze reali, questi crimini continueranno. Non perché siano inevitabili, ma perché sono tollerati dall’impunità.

Questo grave episodio si inserisce in un clima di crescente persecuzione dei cristiani in Pakistan. Secondo lei qual è la ragione di questa escalation?
Io credo che la risposta sia semplice, anche se dolorosa. Perché i criminali non vengono puniti. Perché la protezione delle minoranze religiose in Pakistan continua a essere insufficiente. Perché chi perseguita un cristiano, troppo spesso, sa di avere molte probabilità di restare impunito. E perché la comunità internazionale esercita pochissima pressione affinché il Pakistan garantisca davvero i diritti fondamentali delle proprie minoranze. Mi fa rabbia pensare che siamo nel 2026 e che, invece di assistere a una diminuzione della persecuzione, stiamo ancora parlando di nuove vittime, nuove accuse di blasfemia, nuove ragazze rapite, nuove conversioni forzate, nuove chiese attaccate. Ogni volta diciamo: “Speriamo che sia l’ultimo caso.” E invece ne arriva un altro. Poi un altro ancora. Poi un altro. Noi cristiani pakistani continuiamo a sperare. Continuiamo a pregare. Continuiamo a credere che il nostro Paese possa cambiare. Ma sarebbe disonesto dire che quella speranza non venga messa a dura prova quando quasi ogni giorno leggiamo una nuova storia di persecuzione. La persecuzione non continua perché è inevitabile. Continua perché chi dovrebbe fermarla non sta facendo abbastanza.

Ultimamente Islamad ambisce a ritagliarsi un ruolo significativo nel consesso internazionale. Secondo lei gli Stati con cui il Pakistan interloquisce ignorano le violazioni dei diritti umani in corso nel Paese o fingono di non sapere?
Non credo che il problema sia la mancanza di informazioni. È impossibile non sapere. Le organizzazioni internazionali ricevono rapporti. I governi ricevono rapporti. Le ambasciate ricevono rapporti. I casi vengono documentati ogni anno. Eppure le persecuzioni continuano. Questo mi porta a pensare che, troppo spesso, sia più conveniente guardare altrove. Mi addolora dirlo, ma a volte sembra che la vita di un cristiano perseguitato in Pakistan non abbia lo stesso peso della vita di altre vittime nel mondo. Vorrei vedere la stessa indignazione, la stessa pressione diplomatica e la stessa determinazione che la comunità internazionale dimostra davanti ad altre violazioni dei diritti umani. Perché la libertà religiosa non è un diritto di serie B. E la sofferenza dei cristiani pakistani non dovrebbe essere una tragedia di cui ricordarsi soltanto quando diventa un titolo di giornale.

Infine, da pakistana e cristiana cattolica, a suo avviso una convivenza tra religioni diverse, tra cristiani e musulmani, nel Paese è impossibile?
Assolutamente no. Se cristiani e musulmani non potessero convivere, oggi noi cristiani non esisteremmo più in Pakistan. La nostra stessa presenza dimostra che milioni di musulmani e cristiani vivono insieme, lavorano insieme, studiano insieme e si rispettano ogni giorno. Io sono cresciuta circondata anche da amici musulmani che considero parte della mia famiglia. Sarebbe profondamente ingiusto attribuire a un’intera comunità le colpe degli estremisti. Ma proprio perché credo nella convivenza, credo anche che non basti parlare di dialogo. Bisogna avere il coraggio di fermare chi usa la religione per giustificare la violenza. Bisogna avere il coraggio di proteggere chi appartiene alle minoranze. Bisogna avere il coraggio di punire chi incendia una chiesa, chi rapisce una bambina, chi uccide in nome della religione. Perché la tolleranza non si misura dai discorsi. Si misura da quanto uno Stato è disposto a difendere il cittadino più vulnerabile. E il giorno in cui un cristiano pakistano saprà di essere protetto dalla legge esattamente come qualsiasi altro cittadino, quel giorno potremo finalmente dire che la convivenza non è soltanto possibile: è diventata una realtà.

Chi desidera aiutare concretamente il Jeremiah Education Centre, distrutto lo scorso anno dalle piogge monsoniche, può contribuire attraverso il seguente link: https://gofund.me/f80c17624. Il centro offre istruzione, formazione cristiana e un luogo sicuro ai bambini delle famiglie più povere ed è in corso di ricostruzione. Chi desidera informazioni sull'adozione a distanza di un bambino, che permette di garantirgli un anno di scuola e un futuro migliore, può contattare Zarish Neno zarish.neno.87@hotmail.com



LEGGE NERA

Pakistan, due cristiani al rogo

05_11_2014 Stefano Magni

Pakistan. Per il solo sospetto di aver bruciato una copia del Corano, la giovane cristiana Shama e suo marito Shahzad, sono stati bruciati nella fornace della fabbrica in cui lavoravano, a Lahore. I loro nomi vanno ad aggiungersi alla già lunga lista di vittime della "legge nera", che punisce con la morte il reato di blasfemia. E che spesso viene implementata da folle inferocite, senza attendere alcun processo.