Napoleone, il mangiapreti che fece il Concordato con Pio VII
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L'accordo del 15 luglio 1801 tra il primo console e il Papa chiudeva le ostilità scatenate dalla Rivoluzione. Il futuro imperatore si rendeva conto che per governare la Francia doveva risanare la ferita inferta alla fede dei francesi.
Il 15 luglio di 225 anni fa, Napoleone e Pio VII stipulavano un concordato che metteva fine ai disordini della Rivoluzione e riportava la religione in Francia. Si tratta, a ben vedere, di uno dei momenti più significativi della storia dell’Occidente moderno e, sorprendentemente, uno di quelli meno noti e meno studiati anche da parte cattolica. In effetti, lascia spazio ad una serie di interrogativi e di perplessità. Ma come? Napoleone riconciliava la Francia con la Chiesa? Ma non era stato un giacobino, amico di Augustin Robespierre (fratello del “leader” del Terrore); non aveva assediato e vinto Tolone con un bagno di sangue, non aveva mitragliato i realisti in strada a Parigi, non aveva invaso l’Italia contando sull’appoggio delle logge massoniche, non aveva dato ordini per contrastare la Chiesa, non aveva acconsentito al rapimento ed alla prigionia del papa Pio VI in Francia? Tutto vero. Ma anche questo nemico della Chiesa, ad un certo punto, si rese conto che era necessario venire a patti con essa.
Sia chiaro: il Concordato del 1801 è a tutti gli effetti un capolavoro di realpolitik. Napoleone, il generale mangiapreti, apriva la strada al Napoleone imperatore che si incoronava in Notre-Dame (restituita al culto cattolico) davanti ad un perplesso Pio VII. La storia della Francia, poi, è contrassegnata nei suoi momenti principali proprio da mediazioni tra le diverse anime religiose (si pensi all’Editto di Nantes o al meno noto, ma ugualmente fondamentale, Editto di Tolleranza del 1787 firmato dallo sfortunato Luigi XVI), mediazioni e anche clamorose abiure come quella di Enrico IV, assurto al ruolo di re di Francia con il motto “Parigi val bene una Messa”.
Ecco, nel 1789 Parigi decise di rompere con Roma al grido (che così potremmo reinterpretare) “Parigi non vuole la Messa”. Quella fede che fu necessaria ad Enrico il Grande per assurgere al ruolo di re di Francia, battendo altri candidati cattolici (tra i quali annoveriamo anche Carlo Emanuele I di Savoia) divenne un retaggio del passato e un pesante orpello nel Secolo dei Lumi. La Chiesa, anzi, fu nazionalizzata e i suoi beni messi all’asta per ripagare i debiti del paese. Occorre evidenziare che tale provvedimento fu preso dietro indicazione di un vescovo, Charles-Maurice de Talleyrand, futuro ministro di Napoleone e anima tra le più sinistre della Rivoluzione francese. Lo stato francese introdusse l’obbligo di giuramento per i sacerdoti (Costituzione Civile del Clero), creando una profonda spaccatura tra essi e uno scisma di fatto, anche perché i sacerdoti costituzionali anteponevano il riconoscimento statale al giuramento dovuto al Santo Padre. Di fatto, erano dipendenti pubblici in abito talare, con tutti i vizi che ciò comportava: ad esempio, accettare di ri-sposare chi aveva divorziato allorquando la Francia introdusse la possibilità di divorzio. Dall’altra parte, tale provvedimento creò i cosiddetti “preti refrattari”, verso i quali non ci fu pietà: furono cercati, perseguitati e, se catturati, condannati all’esilio in Cayenna o alla ghigliottina o ancora alle “deportazioni verticali” nelle acque della Loira durante il genocidio vandeano. Nel 1794, con Robespierre al potere, l’accanimento contro la Chiesa diminuì (l’Incorruttibile non era un ateo persecutore come altri suoi colleghi) ma rimase la sostanza di un Paese di fatto scristianizzato, in balìa di culti idolatri come quello della Dea Ragione, voluto da Pierre-Gaspard Chaumette, o quello dell’Essere Supremo ideato da Robespierre.
Migliaia furono i martiri di questa guerra alla Chiesa e ai cristiani durante la Francia rivoluzionaria. Napoleone lo sapeva e si rese conto che per assicurarsi il potere doveva prima sanare questa ferita: i cattolici, infatti, erano ancora la stragrande maggioranza della popolazione francese. Contrariamente a quello che si può pensare aprendo un libro di storia, infatti, la Rivoluzione fu parigina e limitata ad una ristretta cerchia di intellettuali, di opportunisti e anche di fanatici. Il popolo, spesso silenzioso (ma non sempre: si pensi alla Vandea!) non appoggiava le idee della capitale se non in parte. I contadini sono da sempre conservatori e, nei paesi cristiani, fermamente legati alle pratiche religiose. Napoleone voleva avere il loro appoggio e, per ottenerlo, doveva prima ricucire con la Chiesa.
Per questo, ebbe l’idea del Concordato. Una volta ottenuto il potere con il Colpo di Stato del 18 brumaio (9 novembre 1799), egli avviò le trattative con la Chiesa. Per mediare con Roma, dove dal 1800 sedeva Pio VII, fu scelto l’abbé Etienne Bernier, leader dell’insurrezione vandeana. Il Concordato, nei suoi articoli principali, recitava così. Veniva riconosciuta la libertà di praticare in Francia la religione cattolica apostolica romana (art. 1). Il primo console, cioè Napoleone, aveva il compito di nominare i vescovi cattolici, i quali dovevano giurare fedeltà e obbedienza al governo previsto dalla Costituzione della Repubblica francese (art. 5 e 6). Pio VII si impegnava invece a non intraprendere alcuna azione contro coloro che avevano acquistato i beni della Chiesa messi in vendita (art. 13). In cambio, lo Stato garantiva un adeguato sostegno economico ai vescovi e ai parroci delle diocesi e delle parrocchie riorganizzate secondo le nuove divisioni territoriali (art. 14).
Tale atto non fu digerito da tutti. Alcuni considerarono questi articoli come un riconoscimento insufficiente e un pericoloso compromesso. Nell’Ovest, alcuni sacerdoti più combattivi e dalle idee ultra-conservatrici si separarono da Roma creando la Petite Église, chiesa che inizialmente ebbe i suoi sacerdoti ma che successivamente rimase sprovvista di ministri con la morte, nel 1830, dell’ultimo sacerdote locale, l'abbé Couillaud. Oggi la Petite Église esiste ancora, geograficamente limitata al Dipartimento delle Deux-Sèvres, senza sacerdoti e con un unico sacramento riconosciuto: il battesimo.
La grandissima parte del popolo francese si rasserenò per la sottoscrizione del Concordato. Anzi: Napoleone divenne il beniamino proprio di quella parte di cattolici che avevano sofferto e che ora si trovavano nella inaspettata condizione di essere riconosciuti dallo Stato che aveva perseguitato i sacerdoti e che aveva abiurato pubblicamente alla fede cattolica. Per i francesi, l’impressione fu forte: Napoleone fu un novello Costantino, che mise fine alle persecuzioni di Diocleziano. E fu una specie di Clodoveo che, adempiendo alle preghiere della moglie santa Clotilde, fece cattolico il regno dei Franchi, prima nazione romano-barbarica ad aderire manifestamente alla Chiesa cattolica.
Ora, la domanda è: Napoleone credeva in quello che faceva? “Ai posteri l’ardua sentenza”, possiamo dire con il Manzoni. Ma la politica è la politica e qualche mese dopo, per dimostrare pubblicamente di essersi riconciliato con la Chiesa, Napoleone Bonaparte partecipò ad una Santa Messa celebrata in Notre Dame dal cardinale Giovan Battista Caprara Montecuccoli.
C’è però un fatto curioso, un fatto noto nelle cronache locali italiane che merita una riflessione. Napoleone, infatti, nel 1797 fu testimone di uno dei miracoli mariani che contraddistinsero lo Stato della Chiesa. Il 10 febbraio di quell’anno, il futuro imperatore sostò ad Ancona, davanti all’icona mariana che avrebbe mosso gli occhi durante i fenomeni noti come “Miracoli mariani del 1796”. Napoleone vide davanti a sé il prodigio misterioso? L’interrogativo è stimolante. Pare comunque che egli abbia deciso di non far bruciare il quadro miracoloso. Da quel momento, la sua politica anticlericale cambiò. Opportunismo anche in questo caso?
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