Mutilazioni genitali, una pratica imposta a milioni di bambine
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In base ai dati dell’Oms, nel mondo ci sono almeno 230 milioni di donne che hanno subito mutilazioni genitali. E ogni anno quattro milioni di bambine e ragazzine rischiano di subirle. Una pratica diffusa da secoli in più di 30 Paesi e importata, da decenni, anche in Italia.
Ogni anno, il 6 febbraio, tutto il mondo è invitato a unirsi per dichiarare, e dimostrare concretamente, “tolleranza zero” nei confronti di una pratica esecrabile eppure tuttora imposta a milioni di bambine: le mutilazioni genitali femminili (Mgf), una delle più gravi violazioni istituzionalizzate dei diritti umani. La data del 6 febbraio è stata scelta nel 2003 dalla Commissione per i diritti umani delle Nazioni Unite che ha accolto l’invito dell’allora first lady della Nigeria, Stella Obasanjo, formulato il 6 febbraio di quello stesso anno in occasione di una conferenza organizzata dal Comitato interafricano sulle pratiche tradizionali che nuocciono alla salute di donne e bambini. La first lady aveva sollecitato l’istituzione di un “forum tolleranza zero”, «una iniziativa – aveva detto – per celebrare, riflettere e deliberare sulle Mgf e rinnovare il nostro impegno per liberare le donne africane dai sistemi di credenze culturali e tradizionali nemiche dei diritti sessuali e riproduttivi delle donne del continente».
A distanza di 23 anni, i dati dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), confermati da organizzazioni locali e internazionali, indicano che nel mondo ci sono almeno 230 milioni di donne che hanno subito mutilazioni genitali e ne patiscono le conseguenze e che tuttora ogni anno quattro milioni di bambine, in età compresa tra la prima infanzia e i 15 anni, rischiano di subire uno degli interventi di mutilazione più diffusi – clitoridectomia, escissione e infibulazione – perché sono nate in famiglie e comunità che li praticano.
I paesi in cui le donne subiscono Mgf, ricorda ogni anno il 6 febbraio l’Oms, sono più di 30: quasi tutti africani più qualcuno in Asia, soprattutto in Medio Oriente. In alcuni di questi paesi la quasi totalità delle bambine viene mutilata. In Somalia, ad esempio, si ritiene che il tasso di Mgf sia pari al 98%. In realtà in molti casi non si hanno informazioni certe perché i governi, anche quelli che si dicono disposti a collaborare e a contrastare la pratica, non forniscono dati completi: mancano in quelli in cui le mutilazioni sono state proibite, perché le operazioni vengono fatte di nascosto, e in quasi tutti per il debole interesse a occuparsene da parte delle istituzioni governative che, oltre tutto, preferiscono non suscitare scontento e ostilità tra la popolazione opponendosi a pratiche che sono radicate e difficili da contrastare.
Gli oltre 30 paesi indicati dall’Oms sono quelli in cui le Mgf vengono praticate da secoli, si può dire da sempre. Ma talmente sono radicate da essere state in realtà introdotte, ormai da decenni, in decine di altri stati, portate da famiglie emigrate in Europa, America del Nord, Australia. Uno di questi paesi è l’Italia. Secondo l’ultima rilevazione effettuata, svolta dall’Università di Bologna e dall’Università di Milano Bicocca e della quale sono stati pubblicati i risultati lo scorso ottobre, in Italia vivono circa 88.500 donne che hanno subito Mgf, l’1% in più rispetto alle precedenti stime che risalgono al 2019. Quasi tutte, il 98%, sono nate all’estero. Il maggior numero di donne mutilate residenti in Italia sono egiziane, nigeriane ed etiopi. Ma il tasso più elevato di interventi mutilatori si registra tra le donne somale (97,8%), guineane (91,5%) e sudanesi (90,8%).
Ci sono più donne mutilate nella fascia d’età over 50, mentre la percentuale diminuisce con l’abbassarsi dell’età. Mentre per le donne più anziane si può dire che praticamente tutte sono state sottoposte a Mgf prima di raggiungere l’Italia, più scende l’età e maggiore è la probabilità che l’intervento sia stato eseguito in Italia o comunque mentre già vivevano nel nostro paese, durante un soggiorno all’estero. Si sa che interventi clandestini di Mgf si praticano in Italia, fatti da medici provenienti dai paesi d’origine – ad esempio, somali – o che vi hanno esercitato la professione imparando come eseguire le operazioni. Lo studio dei due atenei non fornisce dati precisi a questo proposito. Solo la collaborazione delle comunità a rischio potrebbe consentire di raccogliere dati e in gran parte essa manca. Si spera tuttavia che gli interventi siano diminuiti rispetto al passato. Ne furono scoperti tanti negli anni Novanta del XX secolo, al punto da rendere opportuno introdurre una legge ad hoc nel tentativo di mettervi un freno. Fu approvata nel 2006. Ha introdotto pene più severe, ma quel che più conta è che consente di perseguire i responsabili di un intervento di mutilazione anche se è stato eseguito all’estero. Dispone inoltre che insegnanti e personale ospedaliero siano istruiti su come vigilare sulle bambine, su quali comportamenti in una bambina devono indurli a temere che possa essere sottoposta a Mgf o che lo sia già stata.
Attualmente si ritiene, in base al paese di origine e alla comunità di appartenenza, che le bambine di età inferiore a 15 anni a rischio di Mgf in Italia siano circa 16.000. La speranza è che la legge contribuirà a salvarne molte e che molte ne abbia già salvate. Eppure l’adozione di una normativa penale specifica, per combattere una simile forma di violenza inflitta a un minore e dalle permanenti, dolorose conseguenze, ha suscitato e tuttora suscita delle critiche. Il 18 agosto scorso la rivista Melting pot Europa ha pubblicato un articolo di Gemma Martini dal titolo “Reati culturalmente motivati: un approfondimento sulle mutilazioni genitali femminili” in cui si spiega che dei giuristi non approvano la severità sanzionatoria della legge perché la ritengono giustificata non dalla gravità del danno fisico prodotto, «ma piuttosto dalla motivazione culturale del reato». La legge sarebbe «una norma simbolica, volta più a riaffermare i valori della cultura occidentale e a stigmatizzare pratiche culturali ‘altre’ piuttosto che a tutelare in modo effettivo i diritti delle vittime. Ne deriverebbe, in ultima analisi, un atteggiamento intollerante da parte del legislatore, che punisce più duramente proprio perché il fatto è legato a tradizioni culturali diverse da quelle dominanti, rischiando solo di accumulare e fortificare pregiudizi nei confronti di comunità straniere, in base alle loro provenienze».
Vengono in mente i tanti docenti universitari che nel corso degli anni, parlando delle Mgf, hanno insegnato che «non abbiamo il diritto di giudicare le istituzioni di culture diverse dalla nostra». D’altra parte, 30 anni fa Livia Turco, quando era ministro della Solidarietà Sociale, spiegava le Mgf come un tratto di «irrinunciabile identità culturale», «un atto d’amore». All’epoca le donne mutilate residenti in Italia erano 28.000 e le bambine a rischio di subire un intervento di mutilazione erano circa 5.000.
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