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COMUNISMO CINESE

Morte di Zhu Rongji, in Cina è tempo di esequie e memorie proibite

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In Cina vengono celebrati i funerali di Stato di Zhu Rongji, primo ministro riformatore. Ma la censura si abbatte sul web per impedire di ricordare la sua politica, troppo distante da quella del Partito attuale. Al tempo stesso viene censurata la memoria della Rivoluzione Culturale, nel 60mo anniversario.

Esteri 19_08_2026
Zhu Rongji con Bill Clinton (AP)

In Cina è tempo di esequie e memorie proibite. Le esequie sono per il defunto ex primo ministro Zhu Rongji, i cui funerali sono stati caratterizzati dal basso profilo istituzionale e dal controllo di massa dei messaggi di cordoglio. In caso di eccessivi rimpianti, scattano misure restrittive, per motivi ideologici. La memoria proibita, in questo caso, invece, non tocca a Tienanmen, ma al 60mo anniversario dell’inizio della Rivoluzione Culturale, uno degli eventi più sanguinosi dell’era maoista. Se il culto di Mao Zedong è tornato, sulla Rivoluzione Culturale è ancora stesa una coltre di censura.

Partendo dalla memoria più recente, Zhu Rongji fu primo ministro cinese dal 1998 al 2003, durante la presidenza di Jiang Zemin, dunque nel pieno del boom economico cinese, nel periodo in cui la Repubblica Popolare era entrata nel Wto. Non aveva i numeri per accedervi, ma vi entrò ugualmente, per volontà soprattutto degli Usa che avevano creduto alle promesse di Jiang e Zhu. Il primo ministro voleva effettivamente dare più spazio al mercato e all’iniziativa privata, aprì agli investitori stranieri, ridusse i dazi sui prodotti agricoli, aprì le banche cinesi ai capitali da tutto il mondo.

Credeva nelle politiche che Pechino aveva promesso ufficialmente? Pensava di poter realizzare, dopo l’ingresso nell’Organizzazione internazionale del commercio, quelle riforme necessarie a rendere il sistema cinese una vera economia di mercato. Il programma interno di Zhu comprendeva la riduzione delle imprese statali, il taglio della burocrazia governativa, la creazione di un mercato immobiliare privato e la razionalizzazione delle finanze pubbliche. Alcune riforme sono state completate, come quella sul mercato immobiliare. Ma il grosso del lavoro è un’opera incompiuta. I presidenti successivi, a partire da Hu Jintao, ma soprattutto Xi Jinping, sono tornati al modello più socialista.

Un’altra epoca, irriconoscibile ai tempi attuali di Xi Jinping, protezionista, molto più statalista. Il Partito, oggi come oggi, è tornato alla guida dell’economia, un imprenditore può arricchirsi solo se allineato agli obiettivi politici della dirigenza comunista, se diventa “troppo” potente subisce un ridimensionamento economico delle sue imprese o deve anche fare autocritica, come è toccato a Jack Ma.

I funerali di Stato sono stati solenni, ma molto controllati. Xi Jinping ha reso omaggio al “fedele servitore del Partito”, la bandiere sono state issate a mezz’asta in segno di lutto nazionale. Ma sui social network le ricerche sul “Boss Zhu”, come era soprannominato, sono sparite, oscurate dalla censura. E nella sua casa natale dello Hunan, agenti in borghese impedivano ai cittadini di lasciare fiori.

Il Partito sa che una parte consistente della popolazione può anche nutrire sentimenti di nostalgia per un periodo ormai passato, quando non solo il mercato, ma anche il dibattito, parevano molto più liberi di oggi. Zhu Rongji era un funzionario disciplinato di partito, durissimo contro la corruzione e intollerante. Sotto di lui continuarono a operare i Laogai (campi di lavoro), proseguì la politica del figlio unico e la pena di morte macinò vittime a migliaia, per decine di tipologie di reato. Ma rispetto al neo-maoismo di Xi Jinping, l’epoca di Zhu Rongji e Jiang Zemin sembra belle époque. Il Partito lo sa e impedisce sul nascere la possibilità che il funerale di un premier riformatore si trasformi in una rivolta contro la classe dirigente attuale. Era successo così anche nel 1989: la morte e i funerali del primo ministro Hu Yaobang furono il primo episodio della rivolta di piazza Tienanmen.

Curiosamente, la morte di Zhu coincide con il centesimo anniversario della nascita di Jiang Zemin e anche con il 60mo dell’inizio della Rivoluzione Culturale. Il regime anche in questo caso ha oscurato la memoria dell’evento, con un controllo capillare e preventivo. Sequestrando i materiali raccolti dai testimoni e dai sopravvissuti, mettendo sotto controllo le tipografie, confiscando libri e censurando Internet, Pechino sta impedendo di ricordare quella che fu una tragica purga (fu Mao a scatenare i giovani contro i quadri e i dirigenti) sfociata in una duratura guerra civile interna al Partito. La storia ufficiale del comunismo cinese deve essere armoniosa e lineare, senza fratture. La memoria di quei milioni di morti (fino a 7 milioni, secondo le stime più alte) è una frattura inaccettabile.

Il paradosso è che si celebra ufficialmente la morte di Zhu Rongji, ma si impedisce di ricordare realmente la sua politica riformatrice, perché secondo i canoni attuali è troppo poco maoista. Al tempo stesso torna il culto della personalità di Mao, ma si impedisce di fare luce sul passato tragico della Rivoluzione Culturale, perché... troppo maoista. La mente del cittadino cinese deve essere plasmata affinché accetti la classe dirigente del presente e creda che nel passato sia sempre stata coerente.