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proposta di legge

L'Austria fa sul serio e vuole bandire l'Islam politico

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Il cancelliere austriaco Stocker propone una legge contro l'Islam come progetto politico, che non può convivere con l’impianto costituzionale del Paese. E a confermarlo c'è una vecchia norma imperiale. 

Esteri 08_09_2026

Il cancelliere austriaco Christian Stocker ha rotto gli indugi. Da mesi la destra popolare guidata dall’Övp ripete che la fede musulmana, quando si esprime a tutti gli effetti in progetto politico, non può convivere con l’impianto costituzionale del Paese, e adesso quella convinzione diventa proposta di legge. Ai microfoni del quotidiano Heute il cancelliere ha scandito la distinzione che sta a fondamento di tutta l’iniziativa: «Se l’islam viene interpretato in chiave politica, è incompatibile con la nostra democrazia e con i nostri valori occidentali», ha dichiarato il 31 agosto. Per aggiungere: «Sosteniamo la libertà di religione: ognuno può credere in ciò che vuole e praticare la propria fede. Ma quando la religione viene strumentalizzata politicamente, dobbiamo opporci con la massima determinazione». La formula che ha scelto per intestarsi questa battaglia è netta: «Sono quindi favorevole a vietare l’islam politico attraverso una legge costituzionale».

Sono dichiarazioni che arrivano proprio a ridosso dell’entrata in vigore, il 1 settembre 2026, del divieto di velo islamico nelle scuole per le ragazze fino ai 14 anni in concomitanza con l’inizio del nuovo anno scolastico. La legge nasce su iniziativa del ministro dell’integrazione e la famiglia austriaco, Claudia Bauer, che lo ha riconosciuto come «non un simbolo religioso, ma di oppressione».  

In Austria, l’uso del velo tra le bambine — persino sotto i nove anni — ha assunto dimensioni imponenti, coinvolgendo oltre 12.000 studentesse. L’iniziativa legislativa austriaca nasce da una presa di posizione netta: poiché per la concezione islamica il velo serve a coprire un corpo percepito come possibile oggetto sessuale, imporlo alle bambine e alle adolescenti significa promuovere una gravissima sessualizzazione precoce dell’infanzia che va fermata per legge. Nel 2018, il cancelliere Kurz lo aveva già vietato per asilo ed elementari.

Vienna non parla a caso. Secondo i dati del censimento del 2021 i musulmani rappresentano l’8,3% della popolazione austriaca, la comunità religiosa di minoranza più consistente del Paese. Parliamo di una Paese che non raggiunge i 10 milioni di abitanti e dove, ad oggi, i musulmani sono poco meno di un milione. Un peso demografico che, insieme alle istanze avanzate dalla comunità islamica, rende la questione tutt’altro che astratta, e che spiega perché Stocker abbia sentito il bisogno di sottolineare: «Non voglio che i nostri figli e nipoti crescano in uno Stato islamico». È urgente una legge contro l’islam politico. 

Per capire la portata della proposta contro l’islam politico bisogna fare un salto indietro di oltre un secolo. L’islam è religione ufficialmente riconosciuta in Austria dal 1912, quando l’imperatore Francesco Giuseppe firmò la cosiddetta Islamgesetz, la legge sull’islam voluta all’indomani dell’annessione della Bosnia-Erzegovina. Fu il conte Karl Stürgkh, nel giugno del 1909, a presentare il progetto che tre anni dopo sarebbe diventato legge: un provvedimento pensato per i circa 600mila musulmani sunniti di rito hanafita entrati a far parte dell’impero con l’annessione bosniaca. Quella normativa riconosceva ai musulmani lo status di comunità religiosa ai sensi della legge fondamentale del 1867, garantendo autogoverno interno, la possibilità di costituire comunità locali e fondazioni con finalità religiose e assistenziali, e l’insegnamento della fede islamica anche da parte di docenti provenienti dalla Bosnia, purché autorizzati dal ministero competente, e, inoltre, vietava la poligamia. Lo Stato, in cambio, si riservava il diritto di vietare funzioni religiose per motivi di ordine pubblico e di destituire gli insegnanti di religione condannati per reati gravi o considerati pericolosi per la sicurezza pubblica. Un testo del tutto innovativo per l’epoca.

Quella legge, mai abrogata, è arrivata fino a noi. Su di essa si è basato nel 2013 il riconoscimento della comunità alevita come organizzazione di diritto pubblico autonoma rispetto all’IGGiÖ, la principale organizzazione sunnita austriaca — la stessa che oggi è sulle barricate per il divieto di velo e la proposta di legge contro l’islam politico. Ed è sempre partendo da quella cornice giuridica che nel 2015 l’allora ministro degli Esteri e dell’Integrazione Sebastian Kurz tentò una riforma, spinto dal clima creato dagli attentati jihadisti di Parigi, Nizza e Vienna. Kurz, introducendo “un modello di islam di matrice austriaco”, tagliò i finanziamenti esteri agli imam, ma il vincolo si è rivelato facilmente aggirabile: sono nate fondazioni di diritto austriaco che smistano fondi provenienti da Turchia, Qatar e Kuwait, proprio quei Paesi che  usano la diaspora islamica come leva per sostenere l’agenda dei Fratelli Musulmani.

Di fronte a quell’aggiramento, Vienna ha ideato il Centro di documentazione sull’islam politico, affidandone la direzione scientifica a Khorchide, islamologo che ha più volte precisato la missione dell’istituto: «Abbiamo trascurato l’islam politico, ma le sue strutture sono molto ben sviluppate in tutto il mondo. L’islam politico si maschera da democrazia e diritti umani. Ma vuole ottenere il potere secolare in nome del sacro».

A ciò si è affiancato l’obbligo per gli imam di parlare la lingua tedesca in modo fluente, di utilizzare traduzioni ufficiali del Corano approvate dallo Stato affinché fossero accessibili al monitoraggio delle autorità. Ma tutto ciò non è stato sufficiente. Complice, anche, l’eccessivo dialogo tra la classe politica austriaca e i gruppi di pressione di Ankara. 

Oggi, dopo aver gestito l’affaire del velo, è ancora il ministro dell’integrazione e la famiglia, Claudia Bauer, ad aver preso in mano il nuovo dossier: ha annunciato ai partner di governo una prima bozza per un «divieto costituzionale dell’islam politico», e ha dichiarato che il governo combatterà «l’islam politico e le sue organizzazioni in Austria e in Europa con tutti i mezzi», definendolo «il più grande pericolo del nostro tempo». 

Non è la prima mossa di questo tipo. Vienna aveva già colpito duro nel 2018, espellendo sessanta imam tutti legati a Erdogan e chiudendo diverse moschee. Nel 2021 è arrivata una svolta storica: l’Austria è diventata il primo Paese europeo a mettere fuori legge la Fratellanza Musulmana, l’organizzazione fondata quasi cento anni fa in Egitto da Hassan al Banna. Da allora, diffondere slogan o materiali della confraternita è reato, punibile con un’ammenda fino a quattromila euro e un mese di reclusione. Un colpo che ha un bersaglio evidente anche nella Turchia di Erdogan, se si considera che sul territorio austriaco i turchi controllano 58 delle 250 moschee censite.

A dare peso e urgenza al dibattito è stata, però, la notizia dall’intelligence austriaca del novembre 2025, quando a Vienna i servizi segreti hanno scoperto un deposito di armi ed esplosivi riconducibile ad Hamas per compiere attentati islamici in Europa. Tutto riconducibile a Muhammad Naim, figlio di Basem Naim, alto funzionario dell’ufficio politico del movimento a Gaza e uomo vicino al presidente dell’ufficio politico di Hamas, Khalil al Hayya. Le indagini hanno portato gli inquirenti ad indicare un coinvolgimento diretto dei vertici di Hamas nell’espansione delle attività terroristiche in Europa, con tanto di autorizzazione politica agli uomini sul campo. Una scoperta che restituisce la dimensione reale del problema: una rete ideologica globale ha già trovato varchi concreti nel tessuto sociale occidentale. E Vienna, oggi, è più terrorizzata che mai.