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Milano sloggia Gesù dalla piazza e va in catacomba

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La Diocesi di Milano rinuncia alla processione del Corpus Domini per colpa di traffico e turismo. Surreale autocensura di una Chiesa che si vergogna della fede mentre Islam e sigle Lgbt sgomitano per prendersi le piazze. 

Editoriali 27_05_2026

Il problema di Milano è il traffico. La battuta di Johnny Stecchino applicata a Palermo vale anche per il capoluogo lombardo. Il traffico, ma anche l’overtourism sono le due motivazioni alla base della decisione della Diocesi di Milano di non svolgere la tradizionale processione del Corpus Domini per le strade di Milano.

Dopo secoli di presenza rigorosamente cittadina, la processione quest’anno si svolgerà il 4 giugno alle 19.30, ma dentro le mura del Duomo.

Surreale la motivazione comunicata a tutti i fedeli della diocesi più grande d’Europa dal moderator curiae, monsignor Carlo Azzimonti sul sito della diocesi ambrosiana: “Le problematiche della viabilità caratterizzata da un traffico automobilistico sempre intenso – specie nelle zone semicentrali ma anche periferiche di Milano – rendono impraticabile la processione così come dovrebbe essere. Mentre in centro l’overtourism rischia di farla apparire un’iniziativa folcloristica, perdendo quindi totalmente la natura e il senso del rito”.

Il comunicato è infarcito di una verbosità altrettanto surreale per far digerire ai fedeli qualcosa di difficile da digerire. Come, ad esempio questa frase: “Potremmo dire che, mentre nella processione tradizionale si segue il Santissimo, il 4 giugno sarà l’Eucaristia a raggiungere, quasi a “toccare” i fedeli raccolti nelle navate della nostra Cattedrale”.

Si tratta di uno specchietto per le allodole che tutti i fedeli comprendono. Il senso della processione è storicamente quello di portare Gesù tra le case, nella città e la città per l’occasione si fa bella per accoglierlo. Portare in processione il Santissimo Sacramento tra le mura di una chiesa, anche se prestigiosa come il Duomo cittadino, non fa altro che rimandare ad una situazione da catacomba entro la quale la Chiesa si rifugia in tempi difficili.

Il richiamo, poi, al folclore sembra denotare una conoscenza delle processioni sganciata dall’idea di festa che invece hanno e hanno sempre avuto fin da quando nel ‘200 sono incominciate in tutt’Europa insieme alla celebrazione della solennità del Corpus Domini.

Non scandalizzava il folclore, anzi, lo esaltava come fattore positivo, Joseph Ratzinger nel 2005 quando, in procinto di diventare Papa Benedetto XVI sul mensile 30 giorni ricordava con accenni lirici proprio il folclore delle processioni in Baviera: “Che significa per me il Corpus Domini? Anzitutto il ricordo di un giorno di festa, nel quale era presa assolutamente alla lettera l’espressione che Tommaso d’Aquino ha coniato in uno dei suoi inni per il Corpus Domini: «Quantum potes, tantum aude», devi osare tutto ciò che puoi per tributargli la lode dovuta...”.

Il futuro Papa diceva di sentire ancora “il profumo che emanava dai tappeti di fiori e dalle betulle verdeggianti; appartengono a questi ricordi anche gli ornamenti presenti in tutte le case, le bandiere, i canti; sento ancora gli strumenti a fiato della banda locale, che in questo giorno osavano talvolta più di quanto potessero; sento lo scoppio dei mortaretti con cui i ragazzi esprimevano la loro prorompente gioia di vivere, ma con cui nelle vie del villaggio proprio in questo modo salutavano Cristo come un capo di Stato, anzi come il capo supremo, come il Signore del mondo. L’indefettibile presenza di Cristo veniva celebrata in questo giorno come una visita di Stato che non trascura, si potrebbe dire, nemmeno il più piccolo villaggio”.

Insomma, basta citare Ratzinger per capire che il folclore è proprio un elemento imprescindibile di una processione, ne caratterizza una passione sedimentata nei secoli e ne indirizza le finalità. E di cui non vergognarsi.

Ma nel freddo comunicato della Diocesi guidata dall’arcivescovo Mario Delpini traspare solo l’idea di una Chiesa che gioca in difesa e si ritira nelle sue stanze per celebrare le sue feste. Per vergogna di fronte al mondo, che distrattamente quel giorno proseguirà nelle sue attività incurante di tutto quello che succede dentro il Duomo. Ad esempio, sarà impegnata ad occupare le vie e le piazze sotto la Madonnina con il Milano Film Fest 2026.

Il traffico e l’overtourism, si diceva. Ora, facendo una rapida ricerca su internet si comprende come negli anni scorsi la processione non fosse affatto appannaggio del centro cittadino. L’anno scorso sì, da Piazza Santo Stefano fino al Duomo, ma l’anno precedente, il 2024, ad esempio, l’arcivescovo aveva portato in processione Gesù eucarestia dalla chiesa di San Leone Magno fino alla chiesa di San Giuseppe dei morenti in via don Orione. E così nel 2023 dove addirittura il corteo si era snodato nella parte est della città, in zona Niguarda, da via Val Maira a viale Cà Granda fino alla piazza dell’ospedale Maggiore.

Che turismo potrebbe mai esserci in quelle zone così periferiche di Milano? E soprattutto che traffico, se è vero che la legge consente ai vigili di transennare da codice della strada le vie interessate alla processione per permettere l’esercizio di una manifestazione di culto pubblico. Si fa per le maratone cittadine e con percorsi ben più lunghi e senza le proteste degli automobilisti, perché non lo si potrebbe fare per una processione? Tanto più che non risulta che la prefettura abbia mai espresso problemi di ordine pubblico per una processione, che coinvolge di solito una manciata di strade e altrettante vie.

L’impressione è che in realtà, sia la diocesi a non aver voluto, per tornare a citare San Tomaso via Ratzinger “osato tutto il possibile” e per paura del giudizio di un mondo sempre più distratto, si è autocensurata da sola. Letteralmente vergognandosi della sua storia, delle sue tradizioni e del suo folclore. E in definitiva, della sua fede. 

Ma si sa che gli spazi per loro natura sono fatti per essere riempiti. Per uno spazio pubblico che la Chiesa abbandona, ecco altri, al posto suo andranno a rimepirlo. Lo faranno i musulmani, che già nel 2009 occuparono Piazza del Duomo per una preghiera islamica inginocchiati verso la Mecca sotto gli occhi della Madonnina. Oppure lo riempiranno le comunità varie Lgbt per l'imminente Gay pride di giugno, dove tra l'altro, si vocifera che qualche alto papavero della diocesi sarà presente. 

Lo schema autoimpostosi con la pandemia continua dunque a produrre i suoi effetti. Allora erano le misure di contenimento dettate dalla diffusione del Covid che vennero prese a pretesto per chiudere le chiese e sospendere tutte le manifestazioni pubbliche di devozione, come appunto le processioni. Oggi basta una scusa ben più risibile, come appunto il traffico, che a Milano costituisce una costante da almeno 100 anni, per cancellare secoli di fede pubblica. Sic transit gloria mundi.