Meloni apre la corsa al Quirinale, ma il nodo sono le politiche
Ascolta la versione audio dell'articolo
Meloni ha scelto di rompere un tabù parlando di tempi maturi per un Presidente della Repubblica di estrazione conservstrice. Ma tutto dipenderà dalle prossime elezioni. Che non sono scontate.
Il Quirinale è lontano. Ma forse non così lontano. Sergio Mattarella terminerà il suo mandato all'inizio del 2029 e, almeno formalmente, la partita per la sua successione dovrebbe ancora essere fuori dall'orizzonte della politica. Eppure, come spesso accade in Italia, le grandi manovre cominciano molto prima che si apra ufficialmente il cantiere. Per questo l'intervista concessa da Giorgia Meloni a "10 Minuti", il programma di Nicola Porro, ha attirato l'attenzione dei retroscenisti. Non tanto per il nome di un possibile candidato, che non c'è, quanto per il principio politico che la presidente del Consiglio ha voluto affermare: non dovrebbe più essere un tabù immaginare un presidente della Repubblica proveniente dall'area della destra.
È una frase destinata a pesare. Nella storia repubblicana, infatti, nessun capo dello Stato è mai stato espressione della destra italiana. Da Luigi Einaudi a Sergio Mattarella, passando per Giovanni Leone, Sandro Pertini, Francesco Cossiga, Oscar Luigi Scalfaro, Carlo Azeglio Ciampi e Giorgio Napolitano, i presidenti della Repubblica sono sempre stati il frutto di culture politiche centriste, cattolico-democratiche, liberali, socialiste o della sinistra riformista. Mai della destra post-missina o conservatrice.
Meloni ha dunque scelto di rompere un tabù. La domanda è perché abbia deciso di farlo proprio adesso, con oltre due anni di anticipo rispetto alla scadenza naturale del mandato di Mattarella e in un momento in cui il Quirinale non figurava affatto nell'agenda politica. È questo l'interrogativo che anima i retroscena romani.
Una prima lettura suggerisce che il tema possa essere stato utilizzato per spostare il baricentro del dibattito. Negli ultimi giorni il centrodestra è stato attraversato dalle polemiche sul ruolo del generale Roberto Vannacci, dalle tensioni interne alla Lega e dai rapporti non sempre lineari tra gli alleati. Riportare l'attenzione sul Quirinale significa cambiare completamente terreno di gioco, costringendo osservatori e opposizioni a discutere di scenari istituzionali anziché delle fibrillazioni quotidiane della maggioranza.
C'è però anche un'altra interpretazione, forse più politica. Evocare la possibilità di un presidente della Repubblica di destra significa parlare contemporaneamente agli alleati e agli elettori dell'area conservatrice. È un messaggio identitario che dice, in sostanza, che dopo decenni di esclusione anche la destra considera legittimo aspirare alla più alta carica dello Stato. Un segnale che può servire a consolidare il campo della maggioranza proprio mentre nuove leadership e nuovi protagonisti chiedono spazio.
Il problema, tuttavia, è che la politica dei simboli deve fare i conti con l'aritmetica parlamentare. E i numeri, almeno oggi, raccontano una storia diversa. Con l'attuale legge elettorale tutti i principali sondaggi convergono su un dato: il centrodestra difficilmente riuscirebbe a conquistare una maggioranza autosufficiente in entrambe le Camere nella prossima legislatura. Uno scenario che renderebbe molto probabile la nascita di governi tecnici, di scopo oppure di larghe intese.
È un elemento decisivo perché il presidente della Repubblica viene eletto dal Parlamento in seduta comune insieme ai delegati regionali. Se il Parlamento sarà frammentato, anche il futuro capo dello Stato nascerà inevitabilmente da un compromesso tra maggioranza e opposizione. In altre parole, il successore di Mattarella sarebbe con ogni probabilità il prodotto di una mediazione tra destra e sinistra, più che la vittoria di uno schieramento sull'altro.
Lo scenario cambia, almeno sulla carta, se dovesse vedere la luce la nuova legge elettorale alla quale il centrodestra continua a lavorare. Il cosiddetto "Stabilicum", ancora lontano dall'essere definito e tutt'altro che condiviso all'interno della stessa maggioranza, punta ad assegnare un premio alla coalizione che ottiene più voti. Un meccanismo che potrebbe garantire una maggioranza parlamentare anche senza raggiungere il 50% dei consensi.
Ed è qui che entrano in scena le cosiddette terze forze. Se il premio di maggioranza dipendesse da pochi punti percentuali, ogni voto diventerebbe decisivo. Da una parte c'è Roberto Vannacci, il cui consenso personale viene considerato in crescita e rappresenta una variabile soprattutto per il centrodestra. Se dovesse consolidare un proprio spazio autonomo, oppure se il suo peso nella coalizione diventasse determinante, nessuno potrebbe ignorarne il ruolo nella costruzione della futura maggioranza.
Dall'altra parte c'è Carlo Calenda. Il leader di Azione continua a oscillare attorno a quella soglia del 3% che, in un sistema con premio di maggioranza, potrebbe trasformarsi in un capitale politico enorme. Per il centrosinistra, quei voti potrebbero risultare decisivi per contendere la vittoria al centrodestra o per impedirgli di ottenere il premio.
Paradossalmente, dunque, il destino del prossimo presidente della Repubblica potrebbe dipendere molto meno dai grandi partiti e molto di più dai soggetti politici di dimensioni intermedie. Se il sistema dovesse polarizzarsi ma restare in equilibrio, pochi punti percentuali potrebbero decidere non soltanto chi governerà il Paese, ma anche quale Parlamento eleggerà il successore di Sergio Mattarella.
Naturalmente è presto per parlare di nomi. Ogni previsione sarebbe oggi poco più che un esercizio di fantasia. Ma nella politica italiana le parole spesso servono a preparare il terreno prima ancora che a descrivere la realtà. Per questo l'intervento di Giorgia Meloni non può essere archiviato come una semplice riflessione teorica. Ha introdotto nel dibattito un tema che fino a ieri nessuno stava discutendo e lo ha fatto scegliendo con cura tempi e contesto.
Che si sia trattato di una diversione tattica per allontanare i riflettori dalle tensioni della maggioranza o dell'apertura di una partita destinata a svilupparsi nei prossimi anni, sarà il tempo a dirlo. Di certo il Quirinale è già entrato, con largo anticipo, tra gli argomenti della competizione politica. E quando in Italia si comincia a parlare del Colle, raramente è una conversazione casuale.
