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Mattarella avverte Draghi: basta governare per decreto

Mattarella, alla vigilia del semestre bianco (i sei mesi che precedono l'elezione del suo successore), torna politicamente attivo. E lancia un suggerimento al governo Draghi: basta governare per decreti, si deve ritornare alle procedure costituzionali. 

Draghi e Mattarella

Chi immaginava un Presidente della Repubblica progressivamente rintanato nel guscio del semestre bianco, in vista della scadenza del suo mandato, si è dovuto ricredere. Nel giorno del suo ottantesimo compleanno, due giorni fa, Sergio Mattarella ha preso la palla al balzo per mettere i puntini sulle i e per richiamare il Governo e il Parlamento a un uso più contenuto dei decreti urgenti.

Da quando è scoppiata la pandemia si è assistito a un sistematico accantonamento delle procedure costituzionali, dovuto all’accentramento nelle mani di Palazzo Chigi del potere decisionale su qualunque materia, anche a patto di strappi con i partiti.

La bulimia di dpcm da parte del Governo Conte resterà nella storia. Non sempre quei provvedimenti erano dovuti all’emergenza pandemica. Molto spesso riflettevano la natura autoreferenziale dell’ex premier, che puntava a costruire una sua visibilità personale attraverso i continui soliloqui notturni via tv o via facebook, bypassando il Parlamento. Alcuni tribunali si sono poi preoccupati di smontare quelle sue condotte, decretando l’incostituzionalità di dpcm che andavano ad incidere su valori garantiti dalla Costituzione e sui quali era doveroso il passaggio parlamentare.

Il governo Draghi ha un po’ cambiato registro, puntando sui decreti legge, che necessitano di una conversione parlamentare entro 60 giorni, pena la decadenza. Tuttavia, si sa che il clamore mediatico i decreti legge lo provocano nell’immediatezza della loro approvazione, dopo di che ci sono due mesi di tempo per far digerire alle Camere contenuti anche discutibili, visto che nel frattempo il loro impatto mediatico è evaporato e nessuno più se ne preoccupa. Il raggiro, quindi, avviene anche attraverso i decreti legge, che tuttavia appaiono meno autoreferenziali dei decreti del presidente del consiglio dei ministri.

Mattarella, però, due giorni fa, è andato oltre le critiche e ha lanciato una sorta di ultimatum a Draghi e alla sua maggioranza. Dopo aver promulgato la legge di conversione del decreto legge 25 maggio 2021, n. 73, recante “Misure urgenti connesse all’emergenza da COVID -19, per le imprese, il lavoro, i giovani, la salute e i servizi territoriali” (l’ennesimo decreto ristori), ha contestualmente inviato una lettera ai Presidenti del Senato della Repubblica, Maria Elisabetta Alberti Casellati, della Camera dei Deputati, Roberto Fico, e al Presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi.

Il Capo dello Stato ha informato di aver "provveduto alla promulgazione in considerazione dell’imminente scadenza del termine per la conversione e del conseguente alto rischio, in caso di rinvio, di pregiudicare o, quantomeno, ritardare l’erogazione di sostegni essenziali per milioni di famiglie e di imprese". Tuttavia, ha aggiunto che "la necessità di attuare speditamente il programma di investimenti e riforme concordato in sede europea non può affievolire il dovere di richiamare al rispetto delle norme della Costituzione".

"Formulo, pertanto, un invito al Parlamento e al Governo a riconsiderare le modalità di esercizio della decretazione d’urgenza, con l’intento di ovviare ai profili critici da tempo ampiamente evidenziati dalla Corte costituzionale, nonché nelle stesse sedi parlamentari, oltre che in dottrina, e che hanno ormai assunto dimensioni e prodotto effetti difficilmente sostenibili", ha scritto Mattarella.

Tra i punti critici segnalati dal Capo dello Stato, c’è il ricorso ormai abituale alla prassi del maxiemendamento su cui il governo pone la questione di fiducia. Per Mattarella bisogna “rimuovere la abituale prassi, ormai generalizzata, che consiste nella presentazione di maxi emendamenti sui quali porre la questione di fiducia, prassi sulla quale si è registrato un monito critico da parte della Corte Costituzionale con la citata sentenza n. 32 del 2014″. Il Capo dello Stato avverte che, se tale prassi dovesse reiterarsi ulteriormente, potrebbe valutare il ricorso alla facoltà che gli attribuisce l’art.74 della Costituzione nei confronti di leggi di conversione di decreti legge caratterizzati da gravi anomalie: il loro rinvio alle Camere. Il che suonerebbe come una sonora bocciatura dell’operato del Governo stesso, prima ancora che del Parlamento.

Al di là dei condivisibili profili costituzionali dell’esternazione presidenziale, occorre riflettere sul movente. Perché proprio ora, a poco più di sei mesi dalla sua scadenza, il Presidente della Repubblica interviene in modo così perentorio su una questione che attiene agli equilibri tra potere esecutivo e potere legislativo e, più in generale, all’esercizio del potere legislativo? E’ possibile formulare alcune ipotesi. La prima, che tuttavia appare alquanto improbabile, è quella di voler riacquistare una qualche centralità sulla scena politica, in vista di una sua eventuale riconferma in caso di prolungato stallo e di mancato accordo tra i partiti su un’altra figura di garanzia per il Quirinale.

La seconda è avvertire Draghi che, a partire dal 3 agosto, giorno di inizio del semestre bianco, i partiti potrebbero dargli filo da torcere e, dunque, il suo decisionismo disinvolto e non sempre rispettoso della dialettica tra partiti potrebbe non essere più accettato neppure dal Colle. In altri termini, se l’attuale premier ambisse al Quirinale, dovrebbe assumere un atteggiamento più inclusivo, al fine di guadagnarsi realmente in Parlamento i voti necessari per la sua elezione a Presidente della Repubblica. E continuando a prendere decisioni senza passare dalle Camere per la dovuta condivisione, potrebbe alla lunga essere osteggiato. Anche perché Mattarella è uomo di sinistra e non è detto che sotto sotto non faccia il tifo per un uomo della sua area politica, come Dario Franceschini o Paolo Gentiloni, che ambiscono entrambi a prendere il suo posto.

C’è poi anche una chiave di lettura meno istituzionale e più popolare. Il Capo dello Stato percepisce la stanchezza degli italiani dopo un anno e mezzo di restrizioni, divieti e imposizioni e teme che assecondare troppo l’utilizzo di decreti legge e atti governativi non discussi in Parlamento e calati dall’alto senza “ascoltare” gli umori popolari, possa portare a un progressivo scollamento tra istituzioni e opinione pubblica e acuire la percezione di una democrazia sospesa o addirittura “commissariata” da Palazzo Chigi. La gente è scoraggiata e probabilmente si fida sempre meno dei politici. Sergio Mattarella ne è consapevole e vuole impedire che una politica troppo autoreferenziale perda definitivamente la misura della realtà.

Quale che sia la tesi più realistica, bene ha fatto il Capo dello Stato a farsi sentire in modo così solenne e autorevole. Già col Governo Conte II ce ne sarebbe stato un gran bisogno.

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