Maria Corredentrice, i cinque principi insegnati dal Magistero
Il principio di associazione, la Madonna come nuova Eva, l’estensione a tutta l’opera della redenzione, l’acquisto delle grazie, frutto a sua volta della soddisfazione e dei meriti di Gesù e Maria. Vediamo come il Magistero, da Leone XIII alla Lumen Gentium, fonda la corredenzione mariana.
Un’altra modalità con cui il Magistero insegna il primo fondamentale principio circa la cooperazione di Maria all’opera della redenzione, ossia il principio di associazione (vedi qui) di Maria al Redentore, è l’insistente riproposizione di un tema chiave presente fin dagli inizi dell’epoca patristica, ossia Maria come la nuova Eva (secondo principio). Il Concilio Vaticano II ha raccolto e sancito questo principio: «Il Padre delle misericordie ha voluto che l'accettazione da parte della predestinata madre precedesse l'incarnazione, perché così, come una donna aveva contribuito a dare la morte, una donna contribuisse a dare la vita»; un contributo che non si ferma alla generazione di Gesù Cristo, ma abbraccia l’intera opera redentiva del Figlio: «abbracciando con tutto l'animo […] la volontà divina di salvezza, consacrò totalmente se stessa quale ancella del Signore alla persona e all'opera del Figlio suo, servendo al mistero della redenzione in dipendenza da lui e con lui, con la grazia di Dio onnipotente» (Lumen gentium, 56).
A scongiurare un’interpretazione restrittiva di questo testo è l’insegnamento di poco anteriore di Pio XII, da cui i documenti del Vaticano II, in particolare Lumen gentium, hanno attinto a piene mani e ciò costituisce quindi un criterio di interpretazione secondo il principio della continuità. Ne avevamo già parlato (vedi qui). Ad essere particolarmente sottolineato da Pio XII è che il titolo di “nuova Eva” esprime l’associazione di Maria alla lotta di Cristo contro «il nemico infernale» (Munificentissimus Deus), per l’«opera della salute spirituale» (Ad cæli Reginam), in particolare nell’associarsi al sacrificio del Calvario (Mystici corporis).
Il terzo principio non è che una focalizzazione sul fatto che questa associazione, quest’opera di novella Eva, si estende a tutta l’opera della nostra redenzione e non soltanto a quella legata alla divina maternità. Si tratta infatti di una cooperazione immediata e prossima, mentre limitarla alla sola maternità significherebbe affermarne una meramente mediata e remota. Non si finirà mai abbastanza di ripetere che la maternità divina è il fondamento della mediazione di Maria, ma né la esaurisce né necessariamente la implica.
Lumen gentium, al numero 61, conferma questa comprensione estesa dell’associazione di Maria alla redenzione: «associata alla sua opera a un titolo assolutamente unico, e umile ancella del Signore, concependo Cristo, generandolo, nutrendolo, presentandolo al Padre nel tempio, soffrendo col Figlio suo morente in croce, ella cooperò in modo tutto speciale all'opera del Salvatore». Si può ben notare come la cooperazione unica di Maria travalichi la semplice generazione del Figlio. Anche sotto questo aspetto, il Concilio recepisce un insegnamento ben presente nel Magistero dei papi. A titolo esemplificativo, riportiamo quanto insegnato da Leone XIII nell’enciclica Iucunda semper expectatione (1894), dedicata al mese del santo Rosario: «Quando, infatti, si offrì a Dio, come ancella al compito di madre, o si offerse insieme con il Figlio nel tempio, fin da allora […] prese parte con Lui al travagliato riscatto del genere umano. Se ne può anche dedurre che Ella, senz’ombra di dubbio, partecipò con intimo dolore agli acerbissimi tormenti e alle angosce del Figlio. Del resto quel sacrificio divino, la cui vittima era stata da Lei nutrita con amore, doveva compiersi alla sua presenza e sotto i suoi occhi. Lo si contempla nell’ultimo e più lacrimevole dei misteri: “presso la croce di Gesù stava Maria, sua Madre”, che, mossa da un sentimento di infinita carità verso di noi, allo scopo di accettarci come figli, offrì addirittura il Figlio suo alla giustizia divina, morendo nel cuore con Lui, trafitta dalla spada del dolore».
Il quarto principio indica un’altra estensione della cooperazione di Maria; se il precedente riguardava i misteri della redenzione (dall’Annunciazione al sacrificio della croce), questo mette in luce che tale cooperazione non riguarda solo l’applicazione della redenzione, ma anche l’acquisto delle grazie. Ora, su questo aspetto non manca chi vorrebbe che il Concilio abbia rifiutato di pronunciarsi in tal senso per un disaccordo su questa dottrina. Padre Gabriele Roschini (cf. Maria Santissima nella storia della salvezza, vol. 2, p. 149) fa però notare che la proposta di padre Carlo Balić di inserire nel testo l’affermazione che «Maria è ministra e dispensatrice di tutte le grazie perché fu associata a Cristo nell'acquistarle» non venne accolta non perché – secondo la spiegazione della Commissione – essa non fosse considerata dottrina comune, ma perché necessitava di spiegazioni ulteriori non previste dal testo di LG, che non intendeva essere una spiegazione dogmatica. Scelta discutibile, senz’altro, ma che non fornisce un supporto a quanti vorrebbero che il Concilio abbia rifiutato il contenuto della proposta.
San Pio X, nell’enciclica Ad diem illum (1904), mostra come il suo essere dispensatrice di grazie dipenda dall’averci procurato «de congruo […] ciò che Gesù Cristo ci ha procurato de condigno». Si tratta dunque di una cooperazione con Cristo nell’acquisto delle grazie, da cui deriva poi la cooperazione nella loro distribuzione. Nell’enciclica dedicata alla devozione al Sacro Cuore, Haurietis aquas (1956), Pio XII insegna che «Dio ha voluto associare indissolubilmente la Beatissima Vergine Maria a Cristo nel compimento dell’opera dell’umana Redenzione, in guisa che la nostra salvezza può ben dirsi frutto della carità e delle sofferenze di Gesù Cristo, cui erano strettamente congiunti l’amore e i dolori della Madre sua»; così che si possa affermare che il popolo cristiano «da Cristo e da Maria ha ricevuto la vita divina».
Il testo appena citato introduce anche il quinto e ultimo principio, ossia che la cooperazione di Maria all’opera della redenzione ebbe come oggetto immediato proprio l’acquisto delle grazie, ossia la Redenzione oggettiva o in atto primo, su cui si fonda la Redenzione soggettiva e in atto secondo (distribuzione delle grazie). Così che si possa dire che la nostra salvezza è opera della soddisfazione e dei meriti di Cristo e di Maria. Il testo sopracitato di san Pio X è eloquente quanto al merito, perché indica un vero merito (cor)redentivo di Maria, sebbene non per stretta giustizia (come per Cristo), ma per convenienza. Quanto alla soddisfazione, è piuttosto franco un testo tratto dall’Inter sodalicia (1918) di Benedetto XV; la presenza di Maria ai piedi della croce, «non avvenne senza un disegno divino. Ella cioè talmente patì e quasi morì col Figlio paziente e morente, talmente abdicò ai diritti materni sul Figlio per la salvezza degli uomini e, per quanto dipendeva da Lei, talmente immolò il suo Figlio per placare la divina giustizia, che a ragione si può dire che Ella abbia redento, insieme a Cristo, il genere umano». Maria placò la giustizia divina, cioè fu parte attiva nell’aspetto soddisfattorio della redenzione.
Troviamo dunque alcune acquisizioni nel Magistero dei papi del Novecento, che sottolineano l’associazione di Maria, come nuova Eva, a Cristo, nuovo Adamo, in modo a Lui subordinato e dipendente, nell’opera della redenzione in senso immediato e prossimo, così che si possa affermare, senza timore di “esagerare”, che Maria ci ha effettivamente redenti con Cristo, sia quanto alla soddisfazione che ai meriti. È da questa robusta struttura che si svilupperà l’importante insegnamento di san Giovanni Paolo II.
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