Schegge di vangelo a cura di don Stefano Bimbi
Beata Vergine Maria del Rosario a cura di Ermes Dovico
REPORTAGE

Mar Mousa, il monastero di Padre Dall'Oglio ne raccoglie l'eredità

Reportage dall'antichissimo monastero siriano di Mar Mousa, rifondato da Padre Paolo Dall'Oglio, sequestreo nel 2013 a Raqqa e mai più restituito ai suoi cari. Parla suor Afifi, sull'eredità spirituale del religioso. E sulle speranze e timori dei siriani per il nuovo regime. 

Libertà religiosa 07_10_2026
Mar Mousa, affresco (foto di Elisa Gestri)

Lasciamo Tartous alla volta di Damasco, dove sostiamo brevemente: la nostra meta è Mar Mousa, l'antichissimo monastero siriaco intitolato a San Mosé l'Abissino e rifondato nel 1982 da Padre Paolo Dall'Oglio, il religioso italiano sequestrato nel 2013 a Raqqa e mai più restituito ai suoi cari. Gesuita di formazione e successivamente incardinatosi nella chiesa cattolica siriaca, padre Dall'Oglio ebbe l'indubbio merito di ristrutturare il complesso monastico annidato tra le montagne del Qalamoun e di rendere di nuovo abitabili la chiesa e il romitorio – le cui parti più antiche risalgono al Sesto secolo – fondandovi la Comunità al Khalil, incentrata sul dialogo islamo-cristiano. Fedele al titolo di un suo notissimo libro autobiografico, “Innamorato dell'islam, credente in Gesù”, padre Dall'Oglio ha dedicato la sua vita all'incontro con il mondo musulmano, pagando di persona la sincera apertura all'altro in una Siria devastata dalla guerra e percorsa dagli estremismi islamici. A tredici anni dal suo rapimento la Comunità al Khalil gli sopravvive e continua ad attirare visitatori, pellegrini e curiosi da ogni parte del mondo.

Partiamo per Mar Mousa con un minibus sotto un sole che, pur essendo la prima domenica di ottobre, ricorda l'estate; lungo la strada - attraversiamo una sequela di paesaggi fantasmagorici tra il deserto e le montagne - si ha la sensazione di compiere qualcosa di molto simile un viaggio iniziatico. Il villaggio più vicino a Mar Mousa è Nabek – cinquantamila anime, di cui circa 350 cristiani; ce lo lasciamo alle spalle e arriviamo ai piedi del monastero, che si intravede in cima alla montagna: l'unico modo per arrivarvi è una scala – 345 gradini scavati nella roccia - mentre le derrate e beni di vario genere che abbiamo portato con noi vengono montati su una teleferica rudimentale ma funzionante. Un cartello invita al silenzio, ma lungo la salita incontriamo una vivace famigliola – la signora velata, i bambini eccitati all'inverosimile – che salendo si dà la voce, producendo un chiasso notevole. All'arrivo l'atmosfera non cambia: una ventina di persone – scopriremo più tardi che sono cooperanti di una Ong europea venuti da Damasco – chiacchierano amabilmente sotto un porticato mentre sorseggiano acqua e té.

Il superiore della comunità monastica, padre Jihad Youssef, non è presente ed è impossibile distinguere i religiosi dai visitatori. Poco dopo – sono le due del pomeriggio - suona la campana del pranzo, a base di pasta con le zucchine, frutta e dolci, a cui veniamo invitati. Ci sediamo accanto a un giovane che è salito da Damasco per il weekend: viene quassù per dimenticare le durezze della vita quotidiana in città, ci dice. È un violoncellista dell'orchestra sinfonica siriana, «e l'attuale regime non ama molto la musica» – racconta. «Del resto - sospira - i nostri attuali governanti non sono che delle caricature, dei “meme” da social media: è risaputo che chi veramente comanda in Siria sono i Paesi stranieri». Finalmente dopo pranzo ci si accosta una religiosa di mezza età, che chiameremo suor Afifi, proponendoci in perfetto italiano di visitare la chiesa. La seguiamo e veniamo invitati a togliere le scarpe: attraversiamo una porticina e l'atmosfera cambia bruscamente – è difficile descrivere la stratificazione di opere d'arte contenute nel semplice edificio a una sola navata: resti di una torre romana del secondo secolo, fondamenta del sesto, affreschi del dodicesimo e tredicesimo; a testimoniare lo scorrere dei secoli, iscrizioni in lingua greca e in lingua siriaca, più comunemente detta aramaica; su un'intera parete, un impressionante Giudizio Universale, in cui tra i destinati all'inferno figurano cristiani e maomettani in egual misura. Il pavimento della chiesa è interamente ricoperto da tappeti, e su una parete sono raffigurati simboli che ci sembrano estranei alla tradizione cristiana: suor Afifi ci spiega che quel lato della chiesa è adibito a moschea, per permettere ai fedeli musulmani – ad esempio agli operai che lavorano per la comunità - di pregare senza dover tornare a Nabek.

Ironia della sorte, mentre la religiosa illustra questa particolarità della chiesa - fortemente voluta da padre Dall'Oglio, ci dice - una cooperante della Ong in visita si accovaccia alla musulmana sui tappeti, non per pregare ma per scattare meglio una fotografia. C'è un'altra cosa che ci confonde: non vediamo il Tabernacolo del Santissimo da nessuna parte, e chiediamo spiegazioni a Suor Afifi. «Nella tradizione orientale il Corpo di Gesù non è contenuto nel Tabernacolo ma è posto direttamente sull'altare», risponde, indicandoci una sorta di urna coperta da un panno ricamato tra due candele spente. «Quanti religiosi ci sono in questo momento a Mar Mousa?» Le chiediamo. «Siamo quattro suore e cinque monaci, più un giovane postulante», risponde (la comunità fondata da padre Dall'Oglio è mista, ndr) «e il nostro carisma è il dialogo con l'islam. La nostra regola è semplice: ogni giorno, prima della Santa Messa, ci raccogliamo per un'ora in meditazione silenziosa a cui tutti sono invitati. È possibile pernottare qui e chiunque è il benvenuto, anche se in inverno è un poco più difficile, siamo a 1300 metri e può fare molto freddo».

«A proposito di islam - le domandiamo - come va con il nuovo regime?» Il volto di suor Afifi si scurisce quasi impercettibilmente: «Vede, le aspettative nei confronti di questo governo erano molto alte; ci vorranno un po' di tempo e di pazienza per capire se sarà all'altezza». «All'indomani della cacciata di Assad - la incalziamo - la sorella di padre Dall'Oglio dichiarò ad Avvenire che con l'avvento del nuovo regime il sogno di padre Paolo si era finalmente avverato. La pensa anche lei così?». La religiosa non si sottrae alla domanda, dando prova di un'onestà intellettuale rara in ogni tempo e ad ogni latitudine: «Non le nascondo che inizialmente l'abbiamo creduto, abbiamo esultato anche noi! Poi però abbiamo visto con i nostri occhi i massacri degli alawiti sulla costa, dei drusi nella regione di Suwayda. Io spero che non continuino così, perché in nessun modo lo possiamo accettare. I nostri governanti credono di essere in Afghanistan, ma la Siria non è così! La Siria è da sempre rispetto e tolleranza».

«Si è mai pentita di aver seguito padre Dall'Oglio fin quassù?» le chiediamo a bruciapelo. Suor Afifi sorride: «Oh no, mai! A volte sono un po' stanca – oggi ad esempio ho trascorso la mattinata accompagnando una ragazza di Nabek tra medici ed ospedali e mi sento particolarmente provata – ma mai mi sono pentita della mia scelta. E la riprova della bontà della nostra comunità, del nostro carisma, è che i pochi cristiani di Nabek, il paese vicino, nonostante tutto non se ne sono andati, sono rimasti anche grazie alla nostra presenza». La giornata volge al termine; ringraziamo la religiosa e le auguriamo ogni bene per la sua missione. Ridiscendiamo le scale rimpiangendo di doverci immergere di nuovo nella confusione della “Nuova Siria”.