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Manifesto di Isernia: una proposta politica dal basso

La tesi di fondo del Manifesto di Isernia è che la politica deve essere fatta dalle società naturali e dai corpi intermedi e non dai partiti. Una proposta degna di interesse.

Dottrina sociale 13_02_2026

Con ogni probabilità, pochi conoscono il Manifesto di Isernia (leggilo QUI). Si tratta di una proposta politica organica firmata da Gianandrea de Antonellis, grande conoscitore del carlismo, e pubblicata alla fine del 2025 [di recente l’autore ha anche pubblicato una Introduzione al Carlismo dal titolo Dio, Patria, Fueros e Re (D’Amico Editore)].

La tesi di fondo del Manifesto di Isernia è che la politica deve essere fatta dalle società naturali e dai corpi intermedi e non dai partiti. Questi ultimi sono ideologici e finiscono sempre per imporre i propri interessi, sia di pensiero politico che materiali, al cosiddetto bene comune. Rifacendosi alla visione carlista e a quanto realizzato dalla cristianità in passato, il Manifesto propone di ricominciare dal basso: famiglie, parrocchie, associazioni professionali, reti e società civiche, municipi (da non intendersi come burocrazia comunale). Si tratta di non fermarsi alla funzione sociale dei corpi intermedi, ma di passare a quella politica. Oggi il passaggio avviene tramite i partiti, che è quanto il Manifesto invita ad evitare.

Spesso i cattolici si pongono il problema del “partito”. Si discute se farne uno proprio o se entrare negli altri, e in quali altri. Il Manifesto di Isernia supera questo problema e ritiene che essi debbano prima di tutto impegnarsi per ridare consistenza politica alle società naturali e ai corpi intermedi. I quali devono partecipare alla gestione del territorio, far sentire la propria voce nel consiglio municipale, ma poi anche in quello provinciale o regionale. Questa sarebbe la “democrazia organica”, non più fondata su periodiche elezioni gestite dai partiti (oggi non a caso in grande crisi di partecipazione), ma su una “piramide di elezioni”, non meno democratica e partecipativa di quella nominalistica e formale di adesso, anzi esattamente il contrario.

Il Manifesto ha avuto un primo tentativo di applicazione nel cosiddetto Patto di Chiauci. Quest’ultimo è un piccolo comune della provincia di Isernia, dove si sta tentando di trasformare la democrazia partecipativa da liberal/individuale a organica: il diritto di voto è riconosciuto al rappresentante di ciascun nucleo familiare, al rappresentante di ciascun corpo intermedio, al rappresentante di ogni attività economica.  Tutto questo forma la Consulta dei Rappresentanti Civici (CRC). Il Regolamento specifica i compiti dei diversi soggetti, dal sindaco al segretario della CRC, la periodicità e modalità delle convocazioni, fino alle caratteristiche della discussione interna alla Consulta.

La proposta è degna di interesse. Va studiata e approfondita. Nessuno sostiene che si tratti di un percorso facile (per esempio, dopo la Legge Cirinnà, cosa si intende per “rappresentante del nucleo familiare”? Quando si parla di “parrocchie” dove trovarne una convinta a partecipare? E come procedere nella società multireligiosa?), ma promettente sì.

Stefano Fontana