• USA

Manafort, un colpevole per incastrare Trump

Paul J. Manafort è un intrallazzone che l’FBI ha colto in castagna per evasione fiscale, ma solo questo lo accomuna ad Al Capone. Se Manafort non fosse stato il direttore della campagna elettorale di Donald J. Trump dal 20 giugno al 19 agosto 2016, nessuno infatti si ricorderebbe di lui. Oggi invece è al centro di un intrigo internazionale

Trump e Manafort

Paul J. Manafort è un intrallazzone che l’FBI ha colto in castagna per evasione fiscale, ma solo questo lo accomuna ad Al Capone. Se Manafort non fosse stato il direttore della campagna elettorale di Donald J. Trump dal 20 giugno al 19 agosto 2016, nessuno infatti si ricorderebbe di lui.

Venerdì 14 settembre, Manafort si è dichiarato colpevole e non c’è titolo di giornale che non affianchi il suo nome al neologismo “Russiagate”, ma è l’ennesima bufala. A partire dall’ottobre di un anno fa, Manafort è stato accusato di diversi reati in combutta con il suo socio, Richard Gates. In febbraio Gates si è dichiarato colpevole di frode finanziaria e di avere mentito agl’investigatori, patteggiando una collaborazione con l’FBI. Manafort ha invece tenuto duro sino a oggi, finendo così sotto due processi. Uno davanti al tribunale del Distretto orientale della Virginia, sezione di Alexandria, si è aperto il 31 luglio e il 21 agosto lo ha condannato per otto reati, cinque dei quali relativi alla frode fiscale e bancaria. Il secondo avrebbe dovuto aprirsi oggi nel Tribunale del Distretto di Columbia (la capitale federale Washington), ma il 28 agosto il giudice Amy Berman Jackson ha deciso di spostarlo al 24 settembre (oggi inizia comunque la selezione dei giurati), per cospirazione atta a frodare gli Stati Uniti, riciclaggio di denaro, mancata registrazione dell’attività di lobbista, falsa testimonianza e subornazione di testimoni. È davanti a questa prospettiva che venerdì Manafort si è dichiarato colpevole della prima e dell’ultima accusa, raggiungendo un accordo con il procuratore speciale dell’FBI Robert S. Mueller III, titolare delle indagini sulle presunte interferenze della Russia nelle elezioni statunitensi del 2016. Il che, al lato pratico, significa solo una cosa molto semplice. Mueller ha lasciato cadere le accuse di riciclaggio di denaro e di mancata registrazione dell’attività di lobbista (negli Stati Uniti non è illegale essere lobbisti nemmeno per conto di Paesi stranieri, solo che occorre registrarsi pubblicamente come tali, e Manafort, e Gates, non lo avevano fatto), accuse fumose dato che fare il lobbista non è vietato e che riciclaggio può esservi solo di proventi illeciti (cosa diversa è l’evasione fiscale), e si è concentrato sull’accusa di cospirazione e di ostruzione della giustizia perché queste, e solo queste, gli sono utili per il mestiere che è stato chiamato a svolgere. Mueller indaga infatti solo su eventuali sabotaggi russi, non su reati contro il patrimonio.

A questo punto occorre chiarire. Per farlo bisogna concentrarsi nuovamente sull’accusa di cospirazione, che è il vero bandolo della matassa. Era scomparsa, ed è tornata. Si tratta infatti ‒ come evidenziato a suo tempo ‒ di un’accusa da un lato colossale, dall’altro impegnativa da dimostrare. Andrew McCarthy su National Review aveva puntualmente fatto le pulci all’intera questione. Difficile sostenere, cioè, che frodare il fisco e qualche banca costituisca di per sé un attentato contro la sicurezza del Paese in combutta con il nemico. A meno che…

Con un supplemento di pensiero è lo stesso McCarthy che, sempre su National Review, spiega l’arcano. Se a suo tempo l’accusa di cospirazione mossa a Manafort suonava un po’ inconsistente, l’ammissione, oggi, da parte dello stesso Manafort, di avere cospirato «[…] ha perfettamente senso». Infatti, dopo la sentenza della Virginia, né Manafort né Mueller «[…] hanno alcunché da guadagnare» da «[..] un secondo processo». Essendosi Manafort dichiarato colpevole, il processo è già praticamente chiuso. Per i reati ammessi Manafort rischia 10 anni di carcere, ben altro rispetto agli 80 paventati in Virginia, e dovrà aiutare Mueller nella sua indagine. Quale? L’unica che deve svolgere: quella sul presunto sabotaggio russo, non sulla frode fiscale.

Trump non c’entra nulla. Lo stesso Mueller non ha probabilmente mai avuto intenzione di accusarlo. McCarthy lo ha scritto brillantemente all’indomani della sentenza della Virginia e il perché è elementare. Da ben sei mesi Mueller sfrutta la collaborazione preziosa di Gates, il socio di Manafort, e in bei sei mesi di spremitura non ha ancora ottenuto nulla che sfiori Trump nemmeno lontanamente. Segno che probabilmente non c’è nulla da scoprire.

Resta dunque il sospetto sulla Russia: ma solo sulla Russia, non su Trump in presunta collusione con la Russia. Infatti, la frode fiscale e bancaria compiuta da Manafort e da Gates ruota attorno alla loro attività lobbistica in favore dell’Ucraina del presidente filorusso Viktor F. Janukovyč, ma la loro sarebbe stata frode fiscale e bancaria anche se avessero commesso illeciti in collusione con un uomo politico e un Paese di orientamento opposto. Il primo punto è che hanno violato la legge. Il secondo è che di per sé questo interessa però poco a Mueller, che appunto indaga su altro. Qualora però la “pista Manafort” portasse a Mosca, ecco che per Mueller la cosa diventerebbe interessantissima. Insomma, che Manafort abbia avuto legami forti e duraturi con il Cremlino è un fatto. Ma se li ha usati solo per gonfiare il proprio portafogli è un conto; se invece li ha adoperati per aiutare una potenza straniera contro la propria patria è un altro. Da qui l’ammissione di colpevolezza per cospirazione contro gli Stati Uniti offerta da Mueller a Manafort e da Manafort accettata. Manafort ci guadagna uno sconto fortissimo di pena, Mueller la possibilità di arrivare finalmente al dunque.

Che però la “pista Manafort” porti a Mosca nel senso in cui lo intende chi oggi parla maldestramente di “Russigate”, pensando - come però non fa Mueller - alla presunta collusione fra Trump e il Cremlino, è affatto scontato. Se vi portasse, la Russia ne dovrebbe rispondere sul piano internazionale; altrimenti Manafort e Gates pagheranno da soli i propri reati. Infatti, la cospirazione ammessa da Manafort è sì contro gli Stati Uniti, ma riguarda reati fiscali e bancari. Non è ancora, come implicherebbe il “Russiagate”, una cospirazione politica ordita per intenti politici come alterare il corso politico del proprio Paese a vantaggio di un nemico. Certo, sono spesso porte girevoli, ma il giorno in cui qualcuno verrà arrestato in virtù di una proprietà transitiva di “ambiente” sarà tristissimo. Sicuramente la cospirazione fiscale può essere strumento di quella politica, ma è appunto questo che Mueller deve appurare, non cullare (come infatti non sta facendo) i vizietti dei media internazionali che hanno già inutilmente processato Trump.

Accusandosi, Manafort propizia dunque la fine dell’indagine. Presto potremo sapere se la Russia ha cercato di sabotare gli Stati Uniti, e se e come Manafort abbia fatto parte di questa strategia. Contro Trump, Mueller continua a non avere niente. L’unico reato che si potrebbe contestare al presidente non è affatto quindi la cospirazione, il tradimento, la collusione, bensì l’ostruzione della giustizia. Accusa grave, certo, ma tutt’altra cosa, e comunque scatenata da un fatto preciso: il licenziamento di James B. Comey da capo dell’FBI. Ma, scrive McCarthy, «[…] licenziare funzionari del ramo esecutivo dello Stato non è ostruzione; è una delle prerogative del presidente». Diventa ostruzione solo se le motivazioni per cui il presidente procede a quel licenziamento sono arbitrarie e illecite. Fosse questo il caso, si dovrebbe allora parlare di impeachment, non di azione penale. Una questione però da deputati e senatori, ricorda opportunamente McCarthy, non da sbirri. E questa è una vecchia storia che conosciamo bene.

Dona Ora