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Lucano: l'aldilà, senza fede, è superstizione

Pharsalia di Lucano risponde all'Eneide di Virgilio descrivendo un'aldilà privo di dimensione metafisica, ricco solo di magia, superstizione, pozioni e orridi rituali. Ecco cosa succede se, nella creazione di un oltremondo letterario, ci si dimentica della religione.

Cultura 12_05_2013
Pharsalia

Sotto l’Impero di Nerone (54-68 d. C.) Lucano compone un’opera epica che non celebra la grandezza del popolo e dello Stato romano, come aveva fatto Virgilio nell’Eneide (29-19 a. C.), ma che, al contrario, mostra il disastro e la rovina cui hanno portato le guerre intestine. Il titolo dell’opera è Bellum civile o Pharsalia come lo stesso Lucano la chiama nel testo. La storia racconta lo scontro tra Cesare e Pompeo, con gli spostamenti di eserciti, gli scontri, gli eventi salienti, storici o inventati, tra il 49 a. C. e il 45 a. C., quando la guerra si risolve a favore di Cesare, una volta che anche le ultime truppe pompeiane vengono sconfitte nella battaglia di Munda, in Spagna. In realtà, il racconto si interrompe prima, all’undicesimo libro, poiché Lucano, accusato di aver preso parte alla congiura pisoniana (65 d. C.), da quanto racconta Tacito negli Annales, viene costretto al suicidio, lasciando incompleta quest’opera che sarà considerata una delle più grandi dell’intera produzione latina. Lucano, morto giovanissimo a meno di trent’anni, entrerà nel novero dei geni artistici, lo stesso Dante lo collocherà tra i migliori poeti di sempre (come appare dal IV canto dell’Inferno) e si riferirà al poema lucaneo spesso all’interno della Commedia.

La Pharsalia è per certi versi un’opera antifrastica, cioè antitetica, rispetto all’Eneide. Inutile qui cercare di spiegarne tutte le ragioni. Ci interessa, per il nostro discorso, sottolineare la chiara antitesi che emerge tra l’opera virgiliana e quella lucanea riguardo alla questione dell’aldilà. Nell’Eneide, proprio nel libro VI, scendendo nell’Ade Enea arriva ad un bivio e alla sinistra c’è il Tartaro ove vede castigate le anime di quanti hanno commesso gravi delitti (contro la patria, i parenti, …) mentre sulla destra si estendono i Campi Elisi. Ivi, Enea incontrerà il padre Anchise, che gli profetizzerà la futura grandezza di Roma. Ora, nel libro VI della Pharsalia (vv. 695-770), la catabasi è ribaltata in anabasi. Un figlio di Pompeo Magno, Sesto, consulta la Maga Eritto per conoscere le sorti dell’imminente battaglia di Farsalo. Il cadavere di un soldato viene richiamato alla vita per poco tempo, quello sufficiente a raccontare il destino dei pompeiani. La Sibilla cumana dell’Eneide che accompagna Enea nel viaggio nell’aldilà è qui sostituita da un’orribile maga, proprio nei campi della Tessaglia che all’epoca sono considerati luoghi di grande diffusione della magia.

Perché vengano esaudite le sue richieste la maga Eritto presenta i suoi più orripilanti crimini come se fossero meriti che lei possa vantare nei confronti delle divinità dell’Ade. La captatio benevolentiae avviene attraverso l’enunciazione di efferati crimini come il sacrificio di grembi di donne feconde o di teste di bimbi. Qui Lucano raggiunge probabilmente i vertici del suo gusto per l’orrido e il macabro. Evidentemente, tutte le divinità e gli esseri dell’Oltremondo sono crudeli e malvagi e possono essere assecondati solo attraverso l’attestazione del male che si è compiuto. La Maga Eritto scongiura le «Eumenidi, vergogna dello Stige, castigo dei colpevoli»,  il «Caos bramoso di confondere innumerevoli mondi», lo «Stige, signore della terra», l’«Elisio che nessuna Tessala merita», «Persefone», l’«ultima fase della nostra Ecate» che concede a lei e «alle ombre/ la facoltà di comunicare in silenzio», le Parche («le sorelle» che filano «gli stami della vita/ per poi troncarli»), «il traghettatore dell’onda bollente,/ vecchio ormai stanco» (Caronte). In questo modo il lettore viene a conoscenza dei personaggi e dei luoghi dell’Ade. La maga chiede un’anima che sia appena morta, non una «già sprofondata nel Tartaro,/ e da tempo avvezza alle tenebre», ma «una che ha appena lasciato/ la luce e sta discendendo; è ancora ferma sulla soglia/ del pallido Orco». 

La Maga allora «solleva il capo del morto / disteso e la bocca schiumante,/e ne vede l’anima eretta,/ atterrita dalle membra esanimi». Poiché il cadavere non pare recuperare con prontezza la vita e l’anima sembra come refrattaria a rientrare nel corpo defunto, la maga si adira con la Morte, «frusta il cadavere immoto con un vivo serpente», «latra contro i Mani», inveisce con Tisifone e Megera, sorde alla sua voce e restie a prestare la vita al cadavere, anche per poco, apostrofandole «cagne dello Stige». Dov’è finita la pietas per il defunto? Dov’è finito il rispetto per le divinità dell’Oltremondo? Qui sembra scemata anche solo la parvenza del mos maiorum. Dopo qualche indugio il corpo si ravviva, poiché il sangue riprende a circolare. «Il cadavere non si solleva lentamente/ membro per membro, dalla terra, ma ne viene respinto/ d’un colpo solo. Allentatesi le palpebre riappaiono/ gli occhi. Non ha ancora l’aspetto di un vivo,/ bensì d’un morente, permangono la rigidezza e il pallore,/ è attonito al ritorno nel mondo». La maga ordina al cadavere di profetizzare la sorte dei pompeiani promettendo di bruciare il corpo del soldato tanto da ridurlo in polvere in modo tale che nessuna maga tessala possa poi in futuro richiamarlo in vita. La maga non gli offre preghiere che tanto non avrebbero alcun beneficio per il morto, bensì un sonno lungo da cui nessuna magia potrà mai più risvegliarlo. Questo sarà il premio per il vaticinio. Con parole sibilline il soldato rivelerà che i pompeiani non dovranno temere i campi della Tessaglia. Sesto Pompeo intenderà erroneamente la profezia a proprio favore. In realtà, a Farsalo Pompeo e i suoi figli non troveranno la morte (moriranno negli anni successivi in altri luoghi, durante la guerra civile), ma verranno sconfitti. 

 

Finito il vaticinio, il soldato verrà posto sul rogo e morirà per la seconda volta e la Maga Eritto farà calare le tenebre, in modo da permettere a Sesto Pompeo possa tornare incolume al proprio accampamento.