L'Islanda ha sfidato il dogma europeista
L’Islanda ha bocciato la ripresa dei negoziati per l’adesione all’Ue, con un referendum. Gli islandesi sono già nel mercato comune. Quel che hanno respinto è l'adesione al progetto politico europeista. Ben altra cosa.
Una battuta d’arresto per l’allargamento dell’Ue, stavolta verso nord. L’Islanda ha bocciato la ripresa dei negoziati per l’adesione all’Unione, con un referendum. I No hanno vinto con il 52,8% dei voti contro il 47,2%. A dimostrazione dell’importanza che era stata attribuita al referendum dall’opinione pubblica locale, l’affluenza è stata da record: l’82,5%, la seconda più alta dopo le elezioni del 2009, svoltesi in piena crisi finanziaria.
Per comprendere al meglio il rapporto fra Islanda e Ue bisogna partire proprio dalla crisi del 2008-2009, la più grave del paese, quando una serie di investimenti azzardati avevano esposto troppo le banche islandesi. Quando la grande crisi finanziaria scoppiò negli Usa, con il fallimento di Lehman Brothers, l’Islanda venne coinvolta subito. Per dare stabilità alla traballante economia, iniziarono i negoziati per l’adesione all’Ue già nel 2009. Il percorso sarebbe stato accelerato dal fatto che l’Islanda, paese membro di Schenngen (trattato di libera circolazione delle persone) è anche parte dell’Efta (trattato di libero scambio) assieme a Svizzera, Liechtenstein e Norvegia e, contrariamente alla Svizzera, è anche parte dello Spazio economico europeo, sottostando alle stesse regole del Mercato unico. Nel 2013, ripresasi rapidamente l’economia, le elezioni vennero vinte dal Partito dell’Indipendenza e dal Partito del Progresso, decisamente più euroscettici. Il governo conservatore, guidato da Sigmundur Davíð Gunnlaugsson, pose fine ai negoziati.
Il referendum attuale nasce soprattutto come reazione a un solo uomo: Donald Trump. Da quando ha manifestato serie intenzioni di annettere la Groenlandia, anche l’Islanda ha iniziato a sentir minacciata la propria integrità. E l’amministrazione Trump non ha fatto nulla per dissipare questi timori. Anzi. L’ambasciatore Usa a Reykjavik, Billy Long, ha definito il paese il 52mo Stato degli Usa, considerando già la Groenlandia come il 51mo. La retorica imperiale di Trump, a metà fra il serio e il faceto, ha indotto il governo socialdemocratico islandese in carica, guidato dalla premier Kristrún Frostadóttir, ad anticipare il referendum per la ripresa dei negoziati di accesso all’Unione, inizialmente programmato per il 2027. La motivazione, questa volta, era esplicitamente quella della “instabilità geopolitica” e il pensiero andava più a Trump che a Putin. L’Islanda è un membro fondatore della Nato e dalla Russia può essere protetta dagli alleati, anche se non ha un esercito suo. Ma dagli alleati americani chi la potrebbe proteggere?
Alla fine, però, il referendum di adesione all’Unione Europea è stato vinto dagli euroscettici e 12mila voti di scarto, su una popolazione di 400mila abitanti, sono comunque un risultato importante, soprattutto vista l’affluenza quasi totale. La paura di Trump non ha prevalso su considerazioni molto più pratiche. L’Islanda, infatti, già partecipa al mercato unico e segue le stesse regole di tutti gli altri membri. L’adesione all’Ue avrebbe obbligato, in più, a seguire anche le politiche europee, fra cui la Politica comune della pesca che, come la Politica agricola comune, stabilisce le quote di produzione, in questo caso: i limiti massimi di quanto si può pescare. Avrebbe inoltre permesso a pescherecci di altri membri dell’Ue di pescare nelle acque islandesi. Una condizione contro cui, cinquant’anni fa, gli islandesi hanno combattuto una vera e propria guerra (la “Guerra del merluzzo”) contro il Regno Unito. Avrebbe posto certamente fine alla caccia alle balene. E l'Islanda è uno dei tre paesi, assieme a Norvegia e Giappone, in cui è ancora praticata. Si tratta di un settore economico relativamente piccolo, ma è una vera e propria bandiera culturale.
La pesca costituisce quasi il 10% del Pil islandese e la metà delle sue esportazioni. Farsi dettare le regole da Bruxelles sul settore trainante della propria economia è stato troppo anche per gli islandesi, che pure dell’Ue accettano quasi tutto ormai. La scelta della maggioranza non è stata dettata da “disinformazione russa” o “disinformazione americana”, o da un pregiudizio sull’Europa continentale, né da idee contro immigrazione, multiculturalismo e altri temi identitari che hanno influenzato il voto in altri paesi (come la Brexit). Si è trattato, piuttosto, di una scelta razionale: gli islandesi, dell’Europa, continuano ad apprezzare il mercato comune, ma non accettano le regole di una politica comune.
Con questo referendum, la maggioranza non ha voluto compiere quel passo successivo che implica l’accettazione di una vera e propria identità politica europeista. Non ha prevalso l’idea, alquanto irrazionale, di chi pensa che entrando nella “stanza dei bottoni” dell’Ue, l’Islanda potesse influenzare o cambiare le regole del mercato comune a cui già obbedisce. Era piuttosto vero il contrario: entrando nell’Unione, un paese con 400mila abitanti e un’economia dipendente soprattutto da pesca e turismo avrebbe semmai dovuto obbedire ai colossi europei (Germania, Francia…), mentre restando con un piede fuori gli islandesi possono ancora ritagliarsi maggiori spazi di autonomia.
Ciò pone una riflessione anche per l’Italia, dove la notizia del referendum islandese ha trovato più spazio sulla grande stampa nazionale rispetto ad altri paesi dell’Ue. Nel dibattito politico italiano, infatti, si dà per scontato che: la moneta, la libertà di circolazione, la tenuta dei conti, persino la sicurezza, i diritti umani e la stessa pace, dipendano esclusivamente dall’appartenenza all’Ue. Uscire dall’Unione viene descritto come un salto nel baratro. Si tratta di un’idea talmente egemonica che è anche difficile contestarla privatamente, pena l’emarginazione sociale. In Italia non è legale un referendum, la Costituzione vieta di votare su trattati internazionali. Ma anche un dibattito razionale su costi e benefici dell’Ue è di fatto inesistente. Il voto islandese dimostra come il prodotto “Ue” possa essere invece spacchettato, possano essere accettati i suoi vantaggi principali, soprattutto in campo economico, pur senza aderire acriticamente al progetto politico di un super-Stato europeo, sempre più centralizzato, dirigista e interventista.


