Intesa islam-Italia: l'islamologo Brignone ci scrive, Sbai risponde
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Il professor Michele Brignone, Fondazione Oasis, replica a Souad Sbai sulla ricerca di un'intesa con l'islam italiano. Sbai risponde invitando a una riflessione: siamo veramente sicuri che lo Stato stia dialogando con tutto l'islam italiano? Ne va della sicurezza di tutti, musulmani per primi.
Gentile Direttore,
in un articolo apparso il 15 settembre su La Nuova Bussola Quotidiana, Souad Sbai contesta alcuni degli argomenti che io avrei utilizzato nel corso di un’audizione davanti alla Commissione Affari Costituzionali della Camera dei Deputati relativa a tre proposte di legge “recanti disposizioni in materia di contrasto del fondamentalismo religioso”.
Nel mio intervento osservavo che le tre proposte affrontano problemi reali, ma lo fanno attraverso errori di prospettiva e sovrapposizioni che pongono più problemi di quelli che risolvono. Mi pare che le critiche rivoltemi da Sbai presentino lo stesso inconveniente. Attraverso forzature e scorciatoie, l’autrice estrae dalle mie argomentazioni alcune parole-chiave per attribuirmi posizioni che non ho espresso e confutare tesi che non ho formulato. Nel mio intervento ho menzionato ad esempio una fatwa emessa dall’Unione delle Comunità islamiche d’Italia (Ucoii) in seguito all’omicidio di Saman Abbas. L’ho fatto per mettere in discussione il legame diretto tra l’islam e la tragica sorte della ragazza pakistana ventilato da una delle tre proposte di legge e per suggerire che le comunità islamiche potrebbero anzi svolgere un ruolo positivo nel contrastare alcuni dei fenomeni su cui stanno intervenendo i legislatori. Sbai utilizza questo riferimento per sottolineare che una fatwa non «costituisce una certificazione di compatibilità con la Costituzione», che «in una Repubblica costituzionale l’autorità ultima sui diritti e sui doveri civili non appartiene a un’autorità religiosa» e che «il matrimonio forzato non è vietato in Italia perché un imam lo considera sbagliato». Basta riascoltare l’audizione o leggere il testo del mio intervento (entrambi disponibili qui) per constatare che nel mio ragionamento non c’è traccia di affermazioni che indichino il contrario.
L’autrice mi rimprovera inoltre di aver sostenuto che «i luoghi fisici, i predicatori, le associazioni e le reti territoriali» sarebbero «irrilevanti» nei processi di radicalizzazione jihadista. Neanche in questo caso Sbai riporta correttamente la mia tesi. Nella relazione illustrativa di una delle proposte di legge si legge che «le evidenze investigative e giudiziarie hanno individuato nelle moschee il luogo più frequente di base logistica o di transito, di indottrinamento, di arruolamento di “combattenti” della Jihad, destinati a operare all’estero o in Italia». Si tratta di un passaggio ripreso alla lettera da una precedente proposta di legge, risalente al 2015. Io rilevavo che oggi, come risulta dalla letteratura specialistica sul tema, i principali vettori della predicazione e della radicalizzazione jihadista non sono più i luoghi di culto, ma gli ambienti virtuali, e che quindi la legge rischia di partire da una premessa sbagliata.
Viene infine quello che sarebbe il punto più problematico del mio intervento: aver affermato che la mancata stipulazione di un’intesa tra lo Stato e i musulmani residenti in Italia dipende anche (e sottolineo anche) da un certo attendismo delle istituzioni dello Stato. Su questo non ho particolari obiezioni. Ai musulmani viene spesso rimproverato di non potere o addirittura di non voler concludere un’intesa con lo Stato. La realtà è un po’ più complessa: nell’audizione ho evidenziato che ad oggi tre organizzazioni islamiche (Ucoii, Coreis e Cici) hanno riscritto i propri statuti per essere riconosciute come enti di culto, un passaggio di fatto preliminare al raggiungimento di un’intesa. In tutti e tre i casi l’istruttoria ha avuto esito positivo sia presso il Ministero dell’Interno sia presso il Consiglio di Stato, ma per il completamento della procedura mancano l’approvazione del Consiglio dei ministri e quindi il decreto del Presidente della Repubblica.
Muovendo da questi punti, alla fine del suo articolo Sbai torna sulla questione della fatwa per ribadire che tocca allo Stato verificare la compatibilità con il nostro ordinamento di un’organizzazione che chiede un riconoscimento formale. Suppongo sia quello che hanno fatto il Ministero dell’Interno e il Consiglio di Stato con le istruttorie cui accennavo sopra. Avendo letto e raccolto i pareri di alcuni giuristi, non sono invece sicuro che la conformità alla Costituzione sia una caratteristica delle tre proposte di legge per le quali sono stato audito.
Michele Brignone
Gentile Direttore,
ho letto con attenzione la replica di Michele Brignone alle osservazioni che avevo formulato dopo la sua audizione davanti alla Commissione Affari costituzionali della Camera. Lo ringrazio per le precisazioni. È sempre utile che, su questioni tanto delicate, le posizioni vengano chiarite. Proprio per questo, però, vorrei aggiungere alcuni elementi che considero essenziali e che nella sua replica, a mio avviso, rimangono sullo sfondo. Perché il problema non è soltanto quello che si dice nelle audizioni parlamentari, è anche quello che accade fuori dalle audizioni, nei territori, nelle comunità, nelle associazioni, nelle famiglie e nei luoghi di culto. E su questo terreno, permettetemi di dirlo, ho qualche esperienza diretta.
Da quasi trent’anni lavoro in Italia sull’integrazione delle donne immigrate e delle comunità musulmane. Nel 1997 ho fondato ACMID-Donna, nata per sostenere le donne marocchine residenti in Italia e sviluppatasi poi su un ambito più ampio di tutela, informazione, cultura, diritti e contrasto all’emarginazione. Ho fatto parte della Consulta per la comunità islamica in Italia e ho seguito da vicino diversi passaggi del confronto tra istituzioni e comunità musulmane.
Quando parlo della comunità islamica in Italia, non parlo soltanto di quello che arriva nelle stanze delle istituzioni. Parlo anche di quello che abbiamo incontrato entrando nelle comunità. Ed è proprio da questa esperienza che nasce la mia prima osservazione. Non esistono soltanto tre organizzazioni. Brignone richiama Ucoii, Coreis e Cici come organizzazioni che hanno modificato i propri statuti e avviato il percorso amministrativo necessario in vista di un eventuale rapporto pattizio. Prendiamo atto della sua ricostruzione. Ma una domanda rimane: dove sono tutte le altre realtà musulmane in Italia? Nel materiale del Consiglio per le relazioni con la comunità islamica in Italia compaiono infatti, accanto a Cici, Ucoii e Coreis, realtà differenti come la Confederazione Islamica Italiana, l’Unione degli Albanesi Musulmani in Italia, l’Associazione Cheikh Amadou Bamba, l’Associazione Madri e Bimbi Somali, l’Associazione Imam e Guide Religiose, l’Associazione Donne Musulmane d’Italia e l’Associazione Islamica Pakistana Muhammadiah. Questo è un dato istituzionale, non una mia opinione. E allora la domanda diventa inevitabile: quale criterio utilizziamo per stabilire chi rappresenta la comunità islamica in Italia? Perché se parliamo di una futura Intesa, non stiamo parlando di una normale associazione culturale. Stiamo parlando di un rapporto costituzionale tra lo Stato e una confessione religiosa attraverso le sue rappresentanze. L’articolo 8 della Costituzione non parla genericamente di «islam». Parla delle «relative rappresentanze». Ed è proprio la parola rappresentanze che deve essere presa sul serio. Il Parlamento deve ascoltare tutte le anime. Non sto dicendo che Ucoii, Coreis e Cici non debbano essere ascoltate. Dico una cosa diversa: non devono essere confuse con l’intero universo musulmano presente in Italia.
Per capire quale rappresentatività ciascuna possieda realmente, prima di parlare di Intesa, bisogna conoscere il territorio. E qui arrivo a un punto sul quale forse la distanza tra la mia posizione e quella di Brignone è maggiore. Io non considero l’Intesa il primo problema. Prima viene la conoscenza. Poi la trasparenza. Poi la rappresentanza. Poi la verifica. Poi il dialogo. Non è una mia invenzione. Nel 2017 lo stesso Ministero dell’Interno, nel tavolo preparatorio al Patto nazionale per una comunità islamica in Italia, indicava come questioni prioritarie la formazione degli imam, il riconoscimento dei luoghi di culto, l’uso della lingua italiana nei sermoni e la condizione dei giovani e delle donne musulmane. E il Patto firmato nel febbraio 2017 era esplicitamente orientato alla collaborazione con lo Stato, al contrasto dell’estremismo religioso e all’organizzazione giuridica delle associazioni musulmane «in armonia con i principi dell’ordinamento vigente».
Una delle questioni che considero più importanti riguarda gli imam. Non perché un imam debba essere giudicato per la sua fede. Ma perché chi esercita pubblicamente una funzione religiosa all’interno di una comunità deve essere identificabile. E la comunità deve poter sapere chi è. Il Ministero dell’Interno aveva già inserito la formazione degli imam tra i temi centrali del dialogo con le organizzazioni musulmane. Anche l’uso dell’italiano nei sermoni era stato individuato come elemento del percorso di integrazione. Perché? Per una ragione molto semplice. Quando un sermone viene pronunciato in una lingua che le istituzioni e gran parte della comunità esterna non comprendono, lo Stato non deve presumere che vi sia qualcosa di illecito. Ma deve avere gli strumenti per conoscere ciò che accade. Trasparenza non significa sorveglianza indiscriminata. Significa conoscibilità. E la conoscibilità è una condizione elementare di qualunque rapporto istituzionale.
Le piccole moschee non sono tutte uguali. Ma devono essere conosciute. Vorrei essere altrettanto chiara su questo punto. Non sostengo che una piccola moschea sia un luogo di radicalizzazione. Sarebbe una generalizzazione assurda. Sostengo invece che esistono luoghi di culto e di preghiera meno conosciuti dalle istituzioni e che proprio per questo devono essere conosciuti meglio. La domanda non è: «È una moschea piccola?». La domanda è: chi la gestisce?
Anche sui finanziamenti vorrei evitare equivoci. Chi finanzia? Quanto finanzia? Per quale finalità? Attraverso quale soggetto? Con quale struttura giuridica? Sono domande normali. E infatti erano già presenti nel percorso istituzionale del Patto nazionale per una comunità islamica in Italia, che mirava a rafforzare la collaborazione e il contrasto all’estremismo nel rispetto dell’ordinamento. Difendere i giovani significa anche impedire che cadano nelle mani del jihadismo. Perché le prime vittime della radicalizzazione jihadista sono alcuni giovani. La radicalizzazione non è un problema «degli italiani contro i musulmani». È un problema che colpisce la sicurezza dell’intera società e, contemporaneamente, le stesse comunità musulmane.
E veniamo alle donne. Qui, forse, mi permetto di essere ancora più netta. Il lavoro sull’integrazione non comincia con l’Intesa. Comincia da una bambina che deve andare a scuola. Da una ragazza che deve poter scegliere il proprio futuro. Da una donna che deve sapere che può denunciare una violenza. Da una moglie che deve sapere che il matrimonio non la rende proprietà del marito. Da una donna che deve sapere che in Italia nessuna autorità religiosa può privarla dei diritti riconosciuti dalla legge. Questo è il lavoro che facciamo da decenni. E questo è il motivo per cui considero centrale la questione della parità tra uomo e donna. La Carta dei valori della cittadinanza e dell’integrazione elaborata dal Ministero dell’Interno nel 2007 affermava esplicitamente l’uguaglianza di diritti e responsabilità tra marito e moglie e indicava il divieto della coercizione e dei matrimoni forzati. Non sono principi contro l’islam. Sono principi dell’ordinamento italiano. Non si chiede di cambiare il sistema. E anche su questo voglio evitare un equivoco. Non è necessario cambiare un testo religioso per rispettare la Costituzione. È necessario che, nella Repubblica italiana, la legge dello Stato prevalga nell’ambito dei diritti e dei doveri civili.
E poi arriviamo al caso di Saman Abbas, rispetto al quale la fatwa emessa dall’Ucoii non è semplicemente un "parere religioso", come ribadito più volte da Brignone riprendendo la definizione utilizzata dalla stessa Ucoii. La fatwa ha infatti per sua natura carattere giurisprudenziale e non può pertanto essere considerata riduttivamente come la mera espressione di un punto di vista su un determinato argomento. Non c’è bisogno di sottolineare che la condanna dei matrimoni forzati come pratica anti-islamica da parte dell’Ucoii rappresenti uno sviluppo positivo. D’altro canto, l’aver formulato tale condanna attraverso una fatwa lascia aperto l’interrogativo se l’Ucoii intenda in questo modo rivendicare una propria funzione normativa all’interno delle comunità musulmane in Italia, stabilendo un ordinamento giuridico parallelo all’ordinamento giuridico dello Stato italiano, in nome quell'"autonomia" organizzativa anch’essa più volte evocata da Brignone.
Brignone osserva poi che la radicalizzazione contemporanea avviene sempre più negli ambienti virtuali. È vero che la dimensione digitale ha assunto un ruolo enorme. Ma una cosa non esclude l’altra. Il mondo reale e quello virtuale comunicano continuamente.
Una Commissione parlamentare deve ascoltare anche chi non è già seduto al tavolo. Ed è forse questo il punto che vorrei lasciare alla Commissione Affari costituzionali. Non chiedo di escludere nessuno. Chiedo di ascoltare anche chi non è già interlocutore istituzionale.
Il professor Brignone suggerisce di riascoltare l’audizione. Lo farò volentieri. Ma gli rivolgo, con altrettanta cordialità, un piccolo invito: dopo aver riascoltato l’audizione, venga a conoscere il territorio. Venga nelle nostre realtà. Forse scoprirebbe che la comunità islamica in Italia è molto più grande delle tre organizzazioni di cui stiamo discutendo.
Da quasi trent’anni lavoro dentro la realtà delle comunità musulmane per difendere persone musulmane, soprattutto donne e ragazze, che troppo spesso non conoscono ancora pienamente i diritti che la Repubblica italiana garantisce loro. Perché se una donna musulmana viene picchiata, costretta a sposarsi, privata della scuola, minacciata perché vuole lasciare il matrimonio o sottoposta a una forma di coercizione familiare, la prima cosa che deve sapere è che in Italia la legge è dalla sua parte. Non una fatwa. Non un imam. Non un’associazione. La legge.
È da qui che dovrebbe partire ogni discussione seria sulla comunità islamica in Italia. E forse, prima ancora di domandarci quando potrà essere firmata un’Intesa, dovremmo domandarci una cosa molto più semplice: abbiamo davvero ascoltato tutte le realtà associative della comunità islamica che vive in Italia? Io credo che la risposta sia ancora no. Ed è proprio per questo che vale la pena continuare a discuterne.
Souad Sbai
Una fatwa non è la Costituzione
Quali garanzie deve pretendere uno Stato democratico da qualunque organizzazione religiosa che chieda riconoscimento o un'intesa? La risposta non può essere una fatwa come nel caso di Saman Abbas. Considerazioni a margine del discorso alla Camera del direttore delle ricerche di Oasis.

